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La valutazione delle costruzioni esistenti ha da aprile 2026 un riferimento dedicato dentro il sistema degli Eurocodici. UNI ha recepito la EN 1990-2 il 2 aprile 2026, sostituendo la specificazione tecnica UNI CEN/TS 17440:2020. La nuova parte fornisce disposizioni per l’assessment delle strutture esistenti, comprese quelle geotecniche, e contiene anche i principi generali relativi agli interventi; opera in abbinamento con la EN 1990-1 e rimanda alla EN 1998-3 quando valutazione e retrofit riguardano specificamente la sismica.
Il significato va oltre l’aspetto editoriale: verificare una struttura che ha già una storia non coincide con progettare una struttura nuova alla quale si impongano, in modello, materiali più scadenti o sezioni deteriorate. Per il progettista italiano molti concetti sono familiari a chi lavora con il Capitolo 8 delle NTC 2018: conoscenza della costruzione, indagini, proprietà effettive dei materiali, valutazione dello stato di conservazione. La EN 1990-2 li colloca però in un impianto di affidabilità strutturale molto articolato, nel quale l’informazione acquisita sulla costruzione entra esplicitamente nel processo di assessment.
Nuovo ed esistente: due problemi di affidabilità differenti
Nel progetto di un’opera nuova molte variabili sono inevitabilmente descritte a priori: geometria, proprietà dei materiali, azioni e modelli vengono trattati con valori rappresentativi e coefficienti coerenti con il livello di affidabilità richiesto. La costruzione esistente mette a disposizione qualcosa che il nuovo non può offrire: informazione reale. Documentazione originale, rilievi geometrici, prove sui materiali, storia delle trasformazioni subite, quadri fessurativi, misure delle deformazioni, monitoraggi, prove di carico e dati sul comportamento di decenni di esercizio sono potenzialmente disponibili.
La EN 1990-2 assegna a questo patrimonio un ruolo esplicito. Le variabili di base restano azioni e influenze ambientali, proprietà dei materiali e del terreno, proprietà geometriche; quando arrivano nuove informazioni, i dati pertinenti vanno rivalutati e, se necessario, aggiornati. Anche il modello strutturale dovrebbe descrivere le condizioni effettive della costruzione. In questa impostazione il rilievo e le indagini non sono una tappa obbligatoria per riempire gli input del software: fanno parte del procedimento con cui l’incertezza del problema viene ridotta.
L’aggiornamento delle variabili entra nel calcolo
Si consideri un edificio in calcestruzzo armato di cui si conservino disegni originali e certificati dell’epoca. Una prima strada, molto conservativa, ignora buona parte dell’informazione storica o assume proprietà penalizzanti per il solo fatto che esiste incertezza. Una seconda tratta come certe le proprietà nominali riportate nei documenti. Entrambe le operazioni possono essere discutibili. La logica dell’updating è diversa: si parte dall’informazione disponibile e la si aggiorna con ciò che viene effettivamente osservato o misurato.
Il principio vale anche per la geometria. La struttura reale può differire dal progetto originario per tolleranze costruttive, modifiche successive, variazioni di sezione, corrosione, aperture realizzate nel tempo, rinforzi o interventi non del tutto documentati.
La norma contempla espressamente l’aggiornamento delle distribuzioni probabilistiche delle variabili di base con dati specifici della costruzione e informazioni pregresse. Per le proprietà resistenti, i valori caratteristici possono derivare da campioni prelevati sulla struttura oppure dalla combinazione dei risultati delle prove con informazioni statistiche pertinenti. Questo non significa trasformare ogni verifica dell’esistente in un’analisi probabilistica completa: il metodo dei coefficienti parziali resta il riferimento raccomandato per le verifiche quantitative, i metodi reliability-based e risk-informed possono integrarlo e, a determinate condizioni, sono ammesse valutazioni qualitative. La sostanza è un’altra: l’incertezza può essere governata con l’informazione invece di essere coperta da conservatorismi indistinti.
La vita residua come grandezza da definire
Per una struttura nuova il riferimento temporale è fissato in fase di progetto. Sull’esistente la domanda cambia: per quanto tempo la costruzione dovrà continuare a garantire le prestazioni richieste? La EN 1990-2 definisce la remaining service life come il periodo durante il quale si prevede che la costruzione continui a funzionare, con la manutenzione programmata. La distinzione non è semantica: un’opera destinata a restare in esercizio pochi anni in attesa di sostituzione non pone necessariamente lo stesso problema di affidabilità di una costruzione su cui si programma un investimento per prolungarne l’utilizzo di molti decenni.
Il ragionamento si estende ai processi di degrado. La fotografia dello stato attuale non basta sempre: se il meccanismo è evolutivo, come la corrosione delle armature, la perdita di sezione di elementi metallici, il degrado del calcestruzzo o la variazione delle condizioni geotecniche, il modello deve interrogarsi anche sulla condizione prevedibile nel periodo residuo considerato. Da qui discende una conseguenza operativa: assessment, manutenzione e monitoraggio possono diventare parti di uno stesso problema di affidabilità.
Modellare le condizioni effettive, non quelle comode da calcolare
Il passaggio della EN 1990-2 sulla modellazione merita attenzione particolare. Il modello dovrebbe basarsi sulle condizioni effettive della struttura; se le informazioni pregresse sul sistema resistente sono insufficienti o non considerate affidabili, vanno aggiornate. Sono coinvolti aspetti che in molti modelli dell’esistente vengono trattati con troppa disinvoltura: condizioni di vincolo, rigidezza dei collegamenti, possibilità di scorrimento, reali meccanismi di trasferimento dei carichi, interazione struttura-terreno. Prove e monitoraggio possono essere utilizzati per verificare le ipotesi di analisi e calibrare il modello.
Aumentare il numero degli elementi finiti non accresce automaticamente l’affidabilità della valutazione. Un modello tridimensionale estremamente raffinato, costruito su vincoli, rigidezze o proprietà meccaniche scarsamente conosciute, può restituire risultati numericamente sofisticati ma fisicamente poco rappresentativi. Nell’esistente la domanda decisiva, spesso, non è «quanto è raffinata la mesh?» ma «quale evidenza abbiamo che il modello descriva il comportamento della struttura reale?».
Il monitoraggio come sorgente d’informazione per il modello
Il monitoraggio strutturale viene spesso collocato tra le tecnologie aggiuntive rispetto alla progettazione. L’impostazione della EN 1990-2 permette di leggerlo come possibile sorgente di informazione per il modello. Su un ponte esistente, ad esempio, misure di deformazione sotto traffico, identificazione delle frequenze proprie, spostamenti degli appoggi e prove di carico possono consentire di verificare alcune ipotesi iniziali. Se il modello numerico restituisce una distribuzione delle rigidezze incompatibile con la risposta misurata, la soluzione non è necessariamente un coefficiente di sicurezza aggiuntivo: va messa in discussione la rappresentatività del modello.
La calibrazione non autorizza però a forzare il FEM fino a riprodurre un dato sperimentale. Parametri diversi possono generare risposte globali simili e il problema inverso può non essere univoco. L’informazione sperimentale è utile quando riduce, in modo tecnicamente motivato, lo spazio delle rappresentazioni possibili della struttura.
Indagini mirate e processo iterativo
La sequenza professionale cambia di conseguenza. Non più necessariamente rilievo, prove, modello, verifica e intervento in cascata, bensì un percorso alimentato dall’informazione:
- informazioni disponibili;
- modello preliminare;
- individuazione delle incertezze decisive;
- indagini mirate;
- aggiornamento;
- verifica;
- eventuale monitoraggio o intervento.
Le prove più utili non sono quelle che producono più dati, ma quelle capaci di modificare una decisione progettuale. Se la verifica è governata dalla resistenza a taglio di una famiglia di elementi, conoscere con estrema precisione una proprietà scarsamente influente sul meccanismo resistente produce poco valore. Se invece l’incertezza sulla continuità di un collegamento modifica completamente il modello globale, verificare quella condizione può essere determinante.
Quattro elementi al centro della valutazione dell’esistente
La UNI EN 1990-2:2026 non va letta come un elenco di verifiche aggiuntive: il suo peso è soprattutto metodologico. Introduce nel sistema degli Eurocodici una distinzione netta fra design e assessment e colloca al centro della valutazione dell’esistente quattro elementi: condizione reale della costruzione, qualità dell’informazione, aggiornamento delle variabili e rappresentatività del modello.
Per il professionista significa anticipare la domanda. Prima di chiedersi se la verifica è soddisfatta, occorre rispondere a una questione spesso più difficile: quanto è credibile il modello con cui quella verifica viene condotta. Nel lavoro sulle strutture esistenti è questa, probabilmente, la risposta che decide tutte le altre.