Il dilemma della ricerca idrologica: spunti dall’evoluzione dell’analisi di frequenza delle piene

L’analisi di frequenza delle piene è uno degli strumenti di lavoro consolidati per gli ingegneri civili, eppure le sue fondamenta statistiche sono oggetto di discussione aperta da oltre sessant’anni. È da questo divario tra ciò che la ricerca idrologica produce e ciò che serve a chi progetta che Fahmidah Ummul Ashraf, William H. Pennock e Ashish D. Borgaonkar rilettono l’evoluzione della disciplina in Conundrum of Hydrologic Research: Insights from the Evolution of Flood Frequency Analysis, pubblicato sulla rivista CivilEng (vol. 6, pag. 66, doi: 10.3390/civileng6040066).

Cinque ere, due velocità di avanzamento

La ricostruzione storica procede per epoche: cinque fasi, ognuna dominata da paradigmi e orientamenti propri. Dentro questo quadro emergono ritmi molto diversi. La modellistica idrologica ha accumulato nel Novecento progressi enormi; l’analisi delle frequenze delle piene mostra invece uno sviluppo discontinuo, fatto di cambi di rotta più che di avanzamento lineare. A questa asimmetria si aggiunge una doppia lettura del progresso nella comprensione idrologica: da un lato svolte modellistiche di rilievo, dall’altro una sequenza di risultati rimasti inconclusivi. Due narrazioni contrapposte che coesistono senza risolversi.

Perché la ricerca perde il contatto con il progetto

Le cause della frattura sono tecniche prima che organizzative. Nella letteratura convivono ipotesi statistiche tra loro contraddittorie. Le architetture dei modelli crescono in complessità. Alcune tecniche finiscono per standardizzarsi, cristallizzandosi nell’uso. E i risultati restano privi di un significato fisico unificato, cioè di una chiave che dica al progettista che cosa quei numeri rappresentano davvero sul sistema fisico. La somma di questi fattori genera un conflitto evidente tra il perimetro della ricerca idrologica e quello dei suoi utenti finali, gli ingegneri civili.

Un dibattito aperto dagli anni Sessanta

Nella comunità idrologica esiste chi sostiene che le questioni sollevate dall’evoluzione dei metodi statistici a partire dagli anni Sessanta non siano mai state affrontate fino in fondo. In questa prospettiva ogni epoca non chiude i conti aperti dalle precedenti: vi aggiunge incertezza, nuove domande, nuovi dubbi. Un accumulo, più che una risoluzione.

Il passato come predittore: la posta filosofica del progetto

Sotto la varietà degli strumenti analitici avanzati, anche quando differiscono nella forma, opera un presupposto comune: i dati del passato consentono di prevedere le condizioni future. La tesi opposta, per cui il passato non sempre basta a predire, costituisce invece uno dei fondamenti filosofici della progettazione civile basata sulla resilienza. Sono due impostazioni che descrivono la realtà in modi incompatibili, non varianti dello stesso calcolo.

Il parallelo proposto dagli autori è con la fisica: i fisici riconoscono apertamente i conflitti tra meccanica quantistica e fisica newtoniana. Un atteggiamento analogo, applicato all’idrologia, significherebbe accettare che dalla pratica ingegneristica emergano principi divergenti rispetto a quelli della ricerca, senza forzarli dentro un unico quadro.

La sintesi come condizione del progresso

Senza una sintesi tra scienziati, ingegneri e stakeholder, per gli autori il progresso non si realizza. Riconoscere che filosofie contrastanti possono descrivere la stessa realtà aiuta a illuminare il nodo dei confini della ricerca idrologica e rende possibili attività di sintesi orientate a mettere insieme i pezzi del puzzle.

Per chi usa i risultati dell’analisi di frequenza nelle decisioni di progetto, il messaggio operativo è diretto: dietro ogni metodo c’è un’assunzione sul rapporto tra passato e futuro, e va trattata come tale. Riconoscere la legittimità di principi divergenti, anziché imporne uno solo, è la condizione perché ricerca e pratica tornino a parlare la stessa lingua.

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