Ridurre dal 35 al 40% l’altezza significativa dell’onda incidente e mantenere la torbidità dell’acqua sotto i 50 FTU, contro gli 800 registrati lungo una sponda nuda: questi, in sintesi, i numeri con cui un tappeto vegetale ottenuto dal giacinto d’acqua si è comportato in laboratorio come difesa spondale. La ricerca, firmata da Nguyen Quoc Bang, Dinh Van Duy, Tran Van Ty, Cu Ngoc Thang, Nigel K. Downes e Hitoshi Tanaka, è pubblicata su CivilEng, vol. 6, pag. 55, DOI 10.3390/civileng6040055.
Dal giacinto d’acqua, specie invasiva, a materia prima antierosione
L’erosione spondale nel Delta del Mekong vietnamita (VMD) mette sotto pressione terreni agricoli, infrastrutture e insediamenti. Le difese ricorrenti puntano su geotessili sintetici o rivestimenti in calcestruzzo, soluzioni costose e con effetti ambientali disturbanti. Il gruppo di lavoro ha seguito una strada diversa, valorizzando Eichhornia crassipes, il giacinto d’acqua (water hyacinth, WH), pianta acquatica invasiva e ampiamente disponibile nel territorio. Dalla pianta si ricavano tappeti biodegradabili a basso costo, proposti come soluzione basata sulla natura (nature-based solution, NbS) per protezioni di sponda su scala contenuta. La sperimentazione ha inoltre un primato: è la prima a verificare tappeti di WH minimamente lavorati in condizioni di marea simulate nel VMD.
Sedimenti e moto ondoso: le due prove idrauliche
Il programma di laboratorio copre tre verifiche: capacità di ritenzione dei sedimenti, riduzione dell’energia ondosa e durabilità meccanica in cicli bagnato-asciutto. Sulla prima il tappeto agisce direttamente sulla risospensione: nello scenario privo di protezione la torbidità raggiunge 800 FTU, mentre in presenza del geotessile vegetale il valore scende sotto i 50 FTU.
La seconda verifica riguarda il moto ondoso. L’attenuazione dell’energia trasmessa si riflette in una riduzione delle altezze d’onda significative tra il 35 e il 40%, con conseguente alleggerimento del carico a cui la sponda resta esposta. Un comportamento che, se confermato sul campo, diventa il parametro determinante per dimensionare la protezione nelle fasce soggette a marea.
Trazione e allungamento dopo cicli bagnato-asciutto
La tenuta meccanica è stata valutata sottoponendo i campioni a cicli bagnato-asciutto, condizione che riproduce l’alternanza di immersione ed emersione tipica delle zone a marea. Le prestazioni discriminano due variabili: geometria di tessitura e rivestimento. La configurazione a spina di pesce (fish bone) con rivestimento adesivo esprime la resistenza a trazione più alta della campagna, 8,36 kN/m dopo 12 cicli bagnato-asciutto. I campioni privi di rivestimento vanno in direzione opposta: l’allungamento arriva fino al 61,67%, a fronte di una maggiore flessibilità del manufatto. Due comportamenti distinti, che mostrano come la scelta tra tessitura rivestita e nuda pesi sul bilancio tra resistenza e deformabilità.
I numeri chiave della campagna
| Grandezza misurata | Valore | Condizione di prova |
|---|---|---|
| Torbidità dell’acqua | 800 FTU | Sponda senza protezione |
| Torbidità dell’acqua | Inferiore a 50 FTU | Sponda con geotessile WH |
| Altezza d’onda significativa | Riduzione dal 35 al 40% | Con geotessile WH |
| Resistenza a trazione massima | 8,36 kN/m | Tessitura fish bone con rivestimento adesivo, dopo 12 cicli bagnato-asciutto |
| Allungamento massimo | 61,67% | Campioni non rivestiti |
Biodegradazione e verifica in campo: le tappe mancanti
Gli esiti di laboratorio sostengono la fattibilità dei geotessili di giacinto d’acqua come soluzione basata sulla natura estendibile a scala più ampia nei delta tropicali esposti all’erosione. Il passaggio all’applicazione richiede però tre approfondimenti: la validazione su scala di campo, la quantificazione dei tassi di biodegradazione e l’ottimizzazione delle prestazioni per applicazioni di lunga durata. In un materiale biodegradabile la curva di degrado nel tempo diventa il parametro che definisce la durata utile: la resistenza misurata dopo 12 cicli bagnato-asciutto fotografa il comportamento a quella sollecitazione, mentre la vita reale del manufatto dipenderà dalla velocità con cui la fibra vegetale si degrada nell’ambiente di posa.
Resta da confermare sul campo quello che la cella di laboratorio ha già indicato: che un’infestante acquatica possa diventare, con lavorazione minima, materia prima per difese spondali economiche e biodegradabili.
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