Sfondellamento solai in laterocemento: cause, diagnostica e soluzioni di consolidamento

Può superare i 40 e i 60 chilogrammi per metro quadrato la massa di laterizio e intonaco che un solaio in laterocemento espelle dall’intradosso quando si innesca lo sfondellamento, il distacco della cartella inferiore delle pignatte. Il fenomeno viene di frequente archiviato tra i dissesti non strutturali, eppure la sua evoluzione fragile e repentina, quasi priva di preavvisi, lo colloca tra i rischi più severi per l’incolumità delle persone nel patrimonio cresciuto tra il secondo dopoguerra e gli anni Ottanta. A pagare il conto sono soprattutto i solai realizzati tra gli anni Cinquanta e Settanta e le tipologie storiche SAP e Varese.

Perché il fondello delle pignatte si stacca

Nel solaio misto il laterizio ha essenzialmente il compito di alleggerire l’impalcato e di assicurare la continuità superficiale della faccia inferiore. Resta comunque coinvolto nello stato tensionale complessivo: la flessione della platea e la ridistribuzione delle tensioni trasmettono ai blocchi compressione e taglio per i quali, nelle realizzazioni meno curate, non erano stati dimensionati.

Il quadro degenera per sovrapposizione di fattori. La produzione degli anni Cinquanta e Settanta, spinta dalla ricerca dell’alleggerimento, aveva generato pignatte con setti interni sottili e cartelle inferiori ridotte, talvolta minate da cotture non uniformi. In cantiere si aggiungeva l’omissione della bagnatura dei blocchi prima del getto: il laterizio assorbiva l’acqua dell’impasto, compromettendo l’idratazione del cemento all’interfaccia e indebolendo il legame con i travetti.

L’umidità resta il catalizzatore principale del degrado. I cicli di bagnatura e asciugatura generano tensioni igrometriche transitorie nel laterizio, mentre la cristallizzazione dei sali solubili nei pori produce spinte espansive localizzate. Sul fronte metallico la carbonatazione del calcestruzzo dei travetti annulla la protezione alcalina delle barre: la ruggine che ne deriva aumenta di volume, induce tensioni di trazione nel copriferro e nelle pareti laterali dei blocchi e arriva a scalzare il fondello.

Solai SAP e Varese, due vulnerabilità costruttive

Introdotte a partire dagli anni Trenta per accelerare la ricostruzione ed eliminare le casserature continue in cantiere, queste tecnologie portano criticità specifiche nell’intradosso.

Il Solaio Auto-Portante si compone di travi affiancate, assemblate a piè d’opera inserendo i ferri nelle scanalature di pignatte speciali, poi sigillate con malta cementizia. Nelle varianti per luci modeste, come i sottotetti, i travetti di laterizio erano distanziati da tavelloni, con aumento della propensione al distacco dei fondelli. Il copriferro inferiore è estremamente ridotto o assente, affidato alla sola sigillatura della scanalatura e allo spessore dell’intonaco: carbonatazione e umidità aggrediscono quindi rapidamente le barre. Quando l’intonaco si espelle e la cartella si sfalda, i ferri longitudinali restano a nudo e il solaio perde in modo repentino capacità portante a flessione.

Il tipo Varese poggia invece su travetti prefabbricati in calcestruzzo armato a sezione doppio T, dall’anima molto snella, che reggono tavelloni in singolo ordine oppure in duplice ordine con intercapedine d’aria interna. La posa avveniva spesso “a raso”, cioè senza la cappa superiore di ripartizione in calcestruzzo: ne deriva una rigidità flessionale ridotta dell’impalcato e una scarso trasferimento dei carichi trasversali. L’elevata deformabilità e lo scorrimento relativo tra tavelloni e ali dei travetti concentrano quindi sforzi di taglio sui punti di appoggio, fino alla rottura fragile delle alette inferiori e al collasso intradossale improvviso.

NTC 2018 e linee guida MIM per gli edifici scolastici

La verifica della stabilità degli elementi non strutturali è un obbligo delle NTC 2018 (capitoli 7 e 8) e della relativa Circolare esplicativa n. 7/2019. Sotto azione sismica e statica, tamponature, tramezzi ed elementi intradossali, intonaci e pignatte compresi, non devono andare incontro a collassi fragili capaci di mettere a rischio la vita umana. Le schede Aedes compilate dopo gli ultimi terremoti hanno registrato segnali di potenziale distacco dei fondelli anche in edifici la cui struttura non mostrava danni significativi.

Per le scuole pubbliche, il Decreto n. 8 dell’8 gennaio 2020, emanato in attuazione del dm n. 734/2019, fissa le Linee guida per indagini e verifiche su solai e controsoffitti, standardizzando ispezione visiva, battitura acustica e termografia per la mappatura del rischio.

Battitura, termografia ed endoscopia: il protocollo diagnostico

La percussione sistematica dell’intradosso con martelletti o aste metriche resta il primo filtro: le zone sorde o vuote indicano che il distacco tra intonaco, cartella e resto del blocco è già avvenuto. La termografia all’infrarosso estende l’analisi a grandi superfici in tempi brevi, sfruttando la differente inerzia termica tra zone integre e aree con intercapedini d’aria; le anomalie rilevate orientano le indagini puntuali successive. Chiude il quadro l’endoscopia: attraverso fori di diametro inferiore a 10 mm una micro-sonda video entra nelle pignatte e nelle camere d’aria per verificare l’integrità dei setti interni e lo stato di conservazione delle armature.

Controsoffitti certificati e reti FRCM

I controsoffitti certificati per l’antisfondellamento costituiscono una protezione passiva fissata a secco direttamente ai travetti strutturali, dimensionata per trattenere il carico dinamico dei detriti in caduta. Si posano rapidamente e non impongono la rimozione preventiva delle parti ammalorate.

La strada più seguita è però la protezione attiva con sistemi FRCM: reti in fibra di vetro (AR) applicate all’intradosso, connesse meccanicamente ai travetti tramite connettori dedicati e malte strutturali a basso spessore. La maglia aperta, di norma inferiore a 30×30 mm, consente il passaggio e l’aggancio della malta. Con spessore millimetrico il sistema avvolge il solaio e impedisce fisicamente la caduta del laterizio, sia con la sola rete posata a secco, che può restare nascosta da un controsoffitto, sia con l’intonaco di tenuta che completa il sistema e migliora anche la resistenza a trazione all’intradosso. Dove risulta possibile conviene risvoltare un fazzoletto di rete sulle pareti laterali, ancorato con elementi angolari in acciaio galvanizzato.

Per SAP e Varese con degrado evidente dei ferri, l’intervento intradossale può affiancarsi a sistemi di irrigidimento e rinforzo: cappe collaboranti connesse chimicamente per i SAP, meccanicamente con pioli per le altre tipologie costruttive dotate di travetti in calcestruzzo armato.

Contenere il distacco e ripristinare capacità portante restano due problemi distinti: il primo si risolve con reti e controsoffitti, il secondo esige una diagnosi puntuale dello stato delle armature prima di ogni scelta di rinforzo.

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