Il problema dei sali solubili nelle murature storiche resta uno dei nodi più ostinati della riabilitazione dell’edilizia in laterizio. Un gruppo di ricerca brasiliano coordinato da Leandro Blois, Rafael Beltrame, Jorge Nunes, Thamires Alves da Silveira, Rafaella dos Passos Nörnberg e Rafael de Avila Delucis, pubblicato su Construction Materials (doi: 10.3390/constrmater6040047), ha messo alla prova un intonaco di risanamento applicato su murature ceramiche artificialmente contaminate, con l’obiettivo di quantificarne la capacità di trattenere gli ioni cloruro.
Il protocollo sperimentale
La campagna è stata condotta in laboratorio su substrati in mattoni ceramici saturati con soluzione salina. Sui provini sono stati applicati rivestimenti dello stesso malta di risanamento con tre spessori differenti: 3 cm, 5 cm e 7 cm. I campioni così trattati sono stati quindi sottoposti a contaminazione accelerata in condizioni controllate, per replicare in tempi ridotti i fenomeni di migrazione salina che nell’edilizia storica si sviluppano su scale temporali molto più lunghe.
Dopo 120 giorni di stagionatura, i profili di concentrazione dei cloruri sono stati determinati tramite titolazione potenziometrica. Una scelta metodologica che consente di ricostruire la distribuzione degli ioni lungo lo spessore del sistema substrato-intonaco, e non solo di misurarne la quantità totale.
Risultati: la matrice porosa come serbatoio di sali
Il comportamento complessivo del rivestimento risulta positivo. La malta di risanamento trattiene efficacemente i sali solubili all’interno della propria matrice porosa, limitandone la migrazione verso la superficie esterna e riducendo il potenziale di formazione di efflorescenze.
Il dato più interessante riguarda il confronto tra gli spessori. Con lo strato da 3 cm la ritenzione dei sali risulta comunque soddisfacente, pur con una distribuzione meno definita. Con i 5 cm si ottiene il profilo più favorevole: un picco di concentrazione marcato all’interfaccia tra substrato e malta, seguito da una rapida decrescita verso l’esterno. Questa configurazione indica la formazione di una vera e propria zona di ritenzione dei cloruri, in cui i sali vengono accumulati nella parte interna del rivestimento invece che sulla superficie visibile.
Lo spessore da 7 cm, controintuitivamente, presta il fianco: la distribuzione degli ioni diventa più omogenea lungo lo strato, ma il profilo di ritenzione perde definizione, senza un confine netto tra area di accumulo e area protetta.
Implicazioni per la pratica del restauro
Per chi opera su murature storiche contaminate, il messaggio operativo è duplice. Da un lato, la presenza di un picco di concentrazione all’interfaccia conferma il funzionamento del principio del plasmagione del sale all’interno dell’intonaco, con il punto di deposito dei cloruri spostato in profondità e non sulla faccia a vista. Dall’altro, la scelta dello spessore non è un dettaglio esecutivo secondario: spessori eccessivi sembrano diluire il gradiente di concentrazione e indebolire proprio il meccanismo che rende efficace il rivestimento.
Il plasmagione e la stesura: lo spessore da 5 cm, con il suo picco all’interfaccia, definisce una zona di accumulo netta. I 7 cm producono una distribuzione più omogenea ma una ritenzione meno differenziata.
Occorre però mantenere la dovuta prudenza interpretativa. I risultati derivano da prove su substrati ceramici artificialmente contaminati, in regime di laboratorio e con contaminazione accelerata. La validazione su murature storiche reali, con sali di natura diversa, umidità variabile e condizioni ambientali non controllate, resta un passaggio ancora da compiere prima di trasferire i dati in cantiere.
Resta comunque un contributo sperimentale utile per chi deve dimensionare interventi di risanamento: la conferma che la geometria del rivestimento, e non solo la formulazione del legante, influenza direttamente la distribuzione dei cloruri e il rischio di efflorescenze superficiali.
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