Api posate sul trifoglio, gatti intenti a esplorare pareti color paprika, visitatori che si orientano con l’olfatto prima che con gli occhi. È questa la condizione d’uso del Broken Hearts Bazaar, aggregato di strutture coniche dai colori accesi costruito dallo studio GOLEM per la prima edizione della Bukhara Biennial. Il suo autore, l’architetto parigino Ariel André, ne fa il banco di prova di una domanda più ampia, svolta in un saggio ospitato da Designboom: cosa accadrebbe se gli edifici venissero progettati dapprima per le api, per i visitatori ciechi, per gli animali, per corpi che non corrispondono al modello standard?
Un bazar navigato con l’olfatto
Il progetto nasce da una commissione di Gayane Umerova, con la curatela di Diana Campbell, e si presenta come un cluster di volumi conici dal colore intenso. La scelta decisiva non sta nella geometria ma nel canale sensoriale prescelto: la vista viene relativizzata e l’odore diventa il mezzo principale per attraversare e vivere gli spazi. L’architettura è pensata per essere sentita prima di essere vista, con due conseguenze immediate. L’installazione si apre da un lato a chi non si affida alla visione come la maggioranza degli utenti, dall’altro ai visitatori non umani, il cui rapporto con lo spazio è olfattivo più che ottico. Nella pratica le strutture si sono comportate come ambienti condivisi, non come palcoscenici riservati alla sola specie umana.
Ribaltare il soggetto di progetto
Le proporzioni, le visuali, i percorsi e il comfort sono stati affinati lungo secoli di disciplina su un utente medio assunto come riferimento. La proposta di André ribalta questo punto di partenza. L’origine del metodo è autobiografica: dopo gli incubi dell’infanzia, chiudeva gli occhi e si immaginava ape addormentata tra i pistilli di un fiore, uccellino in un nido foderato di piume, serpente che si muove sul muschio senza predatori. Non un esercizio di fantasia fine a se stesso, ma un tentativo di abitare un mondo sensoriale diverso dal proprio.
Riportata sul piano professionale, quella facoltà di spostamento diventa procedura operativa: partire da chi resta di solito fuori dal quadro, ovvero la vita non umana, le persone con capacità sensoriali differenti, le comunità storicamente marginalizzate. Lo scopo non è sostituire i bisogni umani con altri, bensì ampliare l’insieme di soggetti che l’architettura serve. Spostato il punto di partenza, cambiano di conseguenza le forme che ne derivano.
Smontare il primato della vista
Gran parte della produzione contemporanea continua a premiare l’occhio. Rendering, fotografie e critica tendono a valorizzare forma, finiture e sequenza spaziale così come appaiono a un osservatore in piedi e vedente. André rovescia questo automatismo: olfatto, tatto, temperatura, suono ed esigenze delle altre specie diventano altrettanti punti di partenza legittimi per il progetto.
La posizione si innesta in un filone già attivo, descritto come architettura transpecie o più-che-umana, nel quale compaiono edifici con spazi di nidificazione in facciata, paesaggi trattati come habitat condivisi e materiali scelti per le loro relazioni ecologiche oltre che per la resa visiva. Il contributo specifico di André sta nell’insistenza su un punto: queste variabili non devono restare casi particolari, possono diventare metodo ordinario di progetto.
Il piacere come criterio di progetto
Ricorre nel ragionamento la nozione di piacere. L’architettura, per André, può essere impiegata per produrre realtà alternative guidate dal piacere, inteso in senso ampio: non si esaurisce nel comfort umano, ma comprende la piena espressione di vite diverse nelle loro singolarità. Progettare in funzione della preferenza di un’ape per certi fiori, o di un visitatore cieco che si affida a texture e odori, allarga il repertorio di ciò che un edificio può offrire.
Non si tratta di una posizione puramente teorica. Il lavoro di GOLEM su ristoranti, gallerie, programmi pubblici e installazioni verifica di continuo come materia, colore, morbidezza e stratificazione sensoriale costruiscano spazi in cui si resta volentieri. L’edificio per i programmi pubblici della Diriyah Biennale Foundation, per esempio, è stato trattato più come un grande salotto che come uno spazio istituzionale convenzionale, con divani a percorso continuo, superfici morbide e arredi riconfigurabili.
Ricadute operative per chi progetta
Prendere sul serio prospettive non umane e non standard modifica decisioni quotidiane. I dettagli di facciata possono includere cavità di nidificazione. La scelta dei materiali può tenere conto di come le superfici risultano al tatto e di come invecchiano sostenendo altre forme di vita. La circolazione può dare priorità a tracce olfattive e riferimenti acustici accanto a quelli visivi. Lo spazio pubblico può essere disegnato per gli animali che già abitano le città quanto per le persone che lo attraversano.
Il contesto, del resto, è già sotto pressione su clima, equità e limiti ecologici: le prospettive non umane non sostituiscono quelle preoccupazioni, le approfondiscono. Un edificio che sostiene la vita degli insetti, che si lascia percorrere con l’olfatto o che offre piacere a corpi fuori dal modello standard è anche un edificio che ragiona diversamente su uso delle risorse, accessibilità e spazio urbano condiviso.
André non sostiene che il passaggio sia semplice o portabile a compimento integrale; lo presenta come un allargamento necessario delle responsabilità di una disciplina che da sempre dichiara di plasmare il modo in cui viviamo. Allargare quel «noi» cambia il lavoro. L’invito, più pratico che programmatico, si riduce a pochi gesti: scegliere un punto di vista diverso e osservare quali forme ne scaturiscono. L’ape addormentata nel fiore, l’uccello nel cavo di un albero, il visitatore che legge lo spazio con l’odore diventano così committenti legittimi. Un’architettura capace di ascoltarli apparirà diversa, al tatto e all’olfatto, da quella che conosciamo. Quella differenza non è un effetto collaterale: è l’obiettivo.
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