Categoria: Materiali e Tecnologie

Materiali da costruzione non portanti, intonaci, finiture, impermeabilizzazioni con guaine e resine, pavimentazioni e prodotti edili innovativi.

  • Vescicazione dei rivestimenti in resina reattiva sul calcestruzzo: nuove conoscenze sulle cause del difetto

    La formazione di vesciche tra calcestruzzo e rivestimenti in resina reattiva è un fenomeno noto da tempo, ma la sua previsione resta incerta quando si verificano dopo la completa reticolazione del film. Il problema è stato oggetto di uno studio condotto da Franziska Vogt e Andrea Osburg, pubblicato su Construction Materials (Vol. 6, Pages 30, doi: 10.3390/constrmater6030030), che affronta il degrado dell’interfaccia tra supporto cementizio e sistemi epossidici alla luce del trasporto di umidità e della composizione dei materiali.

    Il sistema supporto-rivestimento come unità insediamentale

    Il punto di partenza della ricerca è un’ipotesi precisa: calcestruzzo e resina reattiva sovrastante non si comportano come materiali separati, bensì come un sistema composito che, in presenza di determinate condizioni al contorno legate alla composizione, all’umidità e al trasporto di massa, può sviluppare danno localizzato. Le vesciche più critiche sono quelle che compaiono a reticolazione avvenuta, quando il rivestimento ha già assunto le sue proprietà finali e il danno diventa esteso e difficile da rimediare.

    L’indagine si concentra quindi sull’interfaccia tra sostrato cementizio e primer epossidico, dove la pressione e il flusso di acqua generano il rigonfiamento del rivestimento.

    Programma sperimentale: substrati differenziati e sistemi EP

    La base sperimentale è un ampio programma di prove sistematiche. I mortari di supporto sono stati scelti in modo da variare tre parametri: il tipo di cemento, il rapporto acqua/cemento e la natura dell’inerte. Questa articolazione del supporto permette di isolare il contributo di ciascuna variabile alla suscettibilità del sistema.

    Sul lato del rivestimento, il confronto è avvenuto tra due primer epossidici differenti, completati da uno strato superiore EP trasparente. I provini compositi sono stati sottoposti a prove di lunga durata, conservandoli in diverse condizioni di stoccaggio rilevanti per la pratica, sia prima sia dopo l’applicazione del rivestimento. La verifica è stata condotta sulla potenziale comparsa di vesciche in funzione di tali esposizioni.

    Risultati principali

    Dai risultati emergono tre indicazioni operative rilevanti per chi applica rivestimenti epossidici su calcestruzzo:

    • Contenuto di umidità del sostrato. Un tenore di umidità più elevato del calcestruzzo riduce la formazione di vesciche nel sistema EP, un esito che contraddice l’intuizione di chi assocerebbe automaticamente il problema a supporti umidi.
    • Benzilico nelle resine. I sistemi epossidici contenenti alcol benzilico non mostrano automaticamente tendenza alla vescicazione, smentendo un’associazione generalizzata tra questo componente e il difetto.
    • Condensa nel substrato. La condensa all’interno del supporto fornisce acqua in quantità sufficiente a innescare la vescicazione. Inoltre, la reazione alcali-aggregato (ASR) può contribuire alla formazione delle vesciche, introducendo un fattore di degrado interno al calcestruzzo che interagisce con il rivestimento.

    Rilevanza per la pratica applicativa

    Le implicazioni riguardano direttamente la fase di definizione del sistema di protezione. La scelta del tipo di cemento e del rapporto acqua/cemento del supporto, insieme alla verifica dello stato igrometrico del sostrato e al riconoscimento di una possibile ASR, costituiscono elementi di valutazione che il programma sperimentale dimostra determinanti. Anche la composizione del primer, in particolare la presenza di alcol benzilico, non è di per sé un indicatore affidabile del rischio.

    Per i consulenti tecnici e i progettisti incaricati di verificare causali di danno su rivestimenti applicati a calcestruzzo, il quadro offerto dallo studio di Vogt e Osburg fornisce un riferimento basato su prove sistematiche a lungo termine: la diagnosi della vescicazione richiede l’analisi dell’intero sistema, con attenzione al trasporto di umidità e alla microstruttura del supporto, prima di imputare il difetto al solo prodotto applicato.

  • Determinazione continua della cinetica di idratazione nelle prime età dei cementi a base di calcare e argilla calcinata: influenza di un’addizione innescante a base di C-S-H

    Quantificare in continuo l’andamento delle reazioni di idratazione di un cemento con calcare e argilla calcinata, e misurare quanto un additivo a seed di C-S-H ne modifichi l’evoluzione nelle prime ore: è questo l’ambito di uno studio pubblicato sulla rivista Buildings, volume 16, articolo 3860.

    Continuous Determination of the Early-Age Hydration Kinetics of Limestone Calcined Clay Cements: The Influence of a C-S-H Seeding Admixture. Buildings, Vol. 16, Pages 3860.

    Il tema riguarda una finestra temporale decisiva per il materiale, quella compresa tra la miscelazione e lo sviluppo delle prime resistenze, in cui presa, evoluzione termica e impostazione delle prestazioni si definiscono insieme.

    Argilla calcinata e calcare: perché la cinetica iniziale va caratterizzata

    Nella famiglia dei cementi noti come LC3, limestone calcined clay cements, il clinker è affiancato da argilla calcinata e calcare. La composizione risulta più articolata rispetto a quella di un cemento Portland tradizionale e l’interazione tra le diverse frazioni condiziona l’andamento delle reazioni nelle prime ore. Quando si introducono fasi aggiuntive di questo tipo, la caratterizzazione della cinetica di idratazione diventa un passaggio concreto del lavoro di formulazione, poiché i tempi di presa e la crescita iniziale delle resistenze possono discostarsi da quelli tipici dei leganti ordinari.

    Da qui l’interesse per strumenti di misura capaci di seguire l’intera evoluzione del processo, senza limitarsi a rilievi isolati su singoli istanti.

    Seed di C-S-H: accelerazione tramite nuclei di idrato di silicato di calcio

    Il secondo oggetto della ricerca è un additivo di tipo seeding a base di C-S-H, silicato di calcio idrato. Il principio è consolidato nella chimica dei leganti: fornire nuclei già formati significa mettere a disposizione superfici aggiuntive su cui i prodotti di idratazione possono crescere, con ricadute sull’avvio e sul ritmo delle reazioni.

    L’applicazione di questo approccio a un sistema complesso come un LC3 solleva però quesiti specifici, perché la presenza di argilla calcinata e calcare modifica l’equilibrio tra le fasi che reagiscono. Proprio in questo quadro si colloca la valutazione dell’influenza del seeding sulla cinetica del sistema.

    Determinazione continua: il valore di una lettura senza interruzioni

    L’altro elemento distintivo del lavoro è la determinazione continua della cinetica. L’approccio prevede il monitoraggio dell’evoluzione della reazione lungo l’intero arco iniziale, con la possibilità di individuare con precisione i passaggi caratteristici, dal periodo iniziale all’ingresso nella fase di accelerazione.

    Per un laboratorio che formula o verifica cementi combinati la differenza è sostanziale. La curva completa consente confronti diretti tra miscele e tra dosaggi diversi di additivo, riferiti all’asse del tempo, e riduce la dipendenza da prove puntuali che fotografano soltanto momenti singoli del processo. Sul fronte degli additivi, la stessa impostazione permette di rapportare l’apporto del seeding alla cinetica misurata, anziché a effetti stimati a posteriori.

    Per chi opera su leganti a ridotto contenuto di clinker e sugli acceleranti a base di C-S-H, il riferimento bibliografico resta Buildings, volume 16, articolo 3860: un contributo che si inserisce nel filone della caratterizzazione dei cementi combinati, con il focus sulla finestra temporale iniziale di vita del materiale.

  • Valutazione del Ciclo di Vita (LCA) della Costruzione Modulare in Acciaio per l’Edilizia Sociale Sostenibile nel Regno Unito

    91,3 tCO2e su un orizzonte di cinquant’anni: questo il bilancio complessivo di carbonio calcolato per un’abitazione di edilizia sociale britannica realizzata con moduli a telaio leggero in acciaio (light-gauge steel frame). Il valore proviene da un’analisi del ciclo di vita cradle-to-grave condotta su un insediamento modulare effettivamente costruito, pubblicata sulla rivista CivilEng (doi: 10.3390/civileng7010018) dal gruppo di ricerca coordinato da Deelaram Nangir e Michaela Gkantou, con Ana Bras, Georgios Nikitas, Maria Ferentinou, Mike Riley, Paul Clark e Simon Humphreys.

    Il lavoro risponde a una Pressione specifica del contesto britannico, chiamato a velocizzare la consegna di alloggi e a contenere nello stesso tempo le emissioni dell’intero ciclo di vita degli edifici: un terreno su cui le evidenze empiriche sulle prestazioni di carbonio dell’edilizia modulare in acciaio restavano scarse.

    Dati primari di progetto, One Click LCA e SAP 10.2

    L’indagine prende in esame un’abitazione sociale reale, estratta da uno sviluppo modulare già realizzato: le emissioni sono state quantificate a partire dai dati primari del progetto. Il carbonio incarnato è stato modellato in One Click LCA, mentre la componente operativa è stata stimata attraverso dataset verificati secondo SAP 10.2. I risultati sono stati poi confrontati con quelli di tipologie costruttive a basso carbonio contemporanee, per offrire ai progettisti un riferimento di benchmark immediato.

    La ripartizione del bilancio su cinquant’anni

    Sul totale di 91,3 tCO2e nell’arco di 50 anni, la voce più pesante è l’esercizio: energia e acqua coprono il 48,1% del bilancio. Le emissioni incarnate dei materiali, riferite alle fasi A1-A3 di fornitura delle materie prime e di produzione, pesano il 38,2%. Completano il quadro le restanti voci del ciclo di vita.

    La prevalenza del carbonio operativo orienta la lettura: ogni scelta che incide sui consumi in esercizio ha un peso maggiore, in termini assoluti, rispetto alla sola carbon footprint dei materiali da costruzione.

    366 kgCO2e/m²: il confronto con il legno lamellare incrociato

    Normalizzata sulla superficie e riferita alle fasi A1-A5, l’intensità di carbonio incarnato si ferma a 366 kgCO2e/m². Il valore si colloca su livelli comparabili a quelli di edifici recenti ad alte prestazioni realizzati in legno lamellare incrociato (CLT). Per chi opera nella progettazione residenziale si tratta di un dato di rilievo: un sistema modulare in acciaio opportunamente ottimizzato può conseguire risultati di basso carbonio tradizionalmente associati alla filiera bio-based.

    Analisi di sensibilità e simulazioni dinamiche

    Gli scenari alternativi quantificano il margine di intervento sulle emissioni iniziali (upfront): calcestruzzo a basso tenore di carbonio per le fondazioni, isolanti bio-based e un’ottimizzazione dell’impiego dell’acciaio consentono riduzioni dell’ordine dell’8-10%. Tre leve progettuali, quindi, già disponibili in fase di definizione delle soluzioni tecniche.

    A questi scenari si affiancano simulazioni energetiche dinamiche, impiegate per stimare in che modo le diverse scelte di progetto influenzino il carbonio operativo dell’abitazione, la voce dominante del bilancio complessivo.

    Resta il valore metodologico del lavoro: un bilancio costruito su un caso reale, con strumenti di calcolo e dataset dichiarati, che identifica strategie progettuali concrete per la successiva decarbonizzazione e fornisce a decisori pubblici, progettisti e operatori dell’housing sociale una base trasparente per valutare soluzioni residenziali modulari scalabili a basso impatto di carbonio.

  • Prestazioni meccaniche e struttura dei pori del calcestruzzo con aggregato riciclato rinforzato con fibre di basalto e aggregato grosso riciclato al 100% pretrattato: effetto delle lunghezze miste delle fibre

    Assorbimento e indice di frantumazione sono i due parametri che di solito condannano il aggregato ricicloso grosso a un impiego marginale nelle calcestruzzo strutturali. Lo studio di Kai Li, Kamtornkiat Musiket, Boonchai Phungpaingam e Supasit Pongsivasathit, pubblicato su Construction Materials (doi: 10.3390/constrmater6040038), affronta il problema su due fronti simultanei: una pretrattamento in due stadi con nano-silice e latte di cemento per migliorare la qualità dell’aggregato, e un sistema di fibre di basalto a lunghezze miste per compensare le carenze meccaniche residue del calcestruzzo con aggregato riciclato al 100%.

    Pretrattamento dell’aggregato riciclato: i numeri

    L’impianto di riciclaggio comprende due stadi, il primo con nano-silice, il secondo con slurry cementizio. L’esito misurato è concreto: l’assorbimento d’acqua scende dal 4,97% al 3,11%, mentre l’indice di frantumazione passa dal 20,5% al 13,4%. Sono variazioni rilevanti, perché agiscono proprio sulle due debolezze tipiche del ricicloso, la porosità elevata della pasta aderente e la minore resistenza intrinseca del grano.

    Piano sperimentale sulle fibre di basalto

    Sul calcestruzzo pretrattato sono state valutate quattro configurazioni di lunghezza delle fibre di basalto: 6 mm, 12 mm, 24 mm e un sistema misto. Per ciascuna configurazione sono stati testati tre volumi in frazioni di 0,1%, 0,2% e 0,3%. La risposta meccanica è stata quantificata tramite prove di compressione e compressione diametrale (splitting tensile), completate da microscopia elettronica a scansione, porosimetria a intrusione di mercurio e analisi statistica dei risultati.

    Risultati a 28 giorni: lunghezza unica contro sistema misto

    A 28 giorni la miscela BF24V1, con fibre da 24 mm al dosaggio dell’1%, ha fornito la massima resistenza a compressione. Il sistema a lunghezze miste al medesimo dosaggio, BFmixV1, ha invece offerto il miglior bilancio complessivo, coniugando un’elevata resistenza a compressione con il valore più alto di resistenza a trazione indiretta.

    Il confronto è stato condotto rapportando le prestazioni del sistema misto alla media delle miscele a lunghezza singola allo stesso dosaggio. Da questa verifica emerge un effetto sinergico positivo della combinazione di lunghezze: le fibre corte e lunghe lavorano su scale diverse nel contrastare la propagazione delle cricche.

    Pori e microstruttura

    Le osservazioni al SEM e la porosimetria a mercurio collocano il fenomeno su due piani. Da un lato il ponteggi delle cricche risulta più efficace nella configurazione mista, dall’altro la distribuzione dimensionale dei pori subisce una raffinazione apprezzabile. La curva dei pori più fine si riflette sulla matrice e contribuisce a spiegare il comportamento meccanico rilevato nelle prove di compressione e di trazione.

    Dosaggi bassi come strategia

    La fascia di frazioni volumiche testate, fino allo 0,3%, resta contenuta, e la risposta non è monotonica rispetto a lunghezza e dosaggio: le prestazioni migliorano con le fibre, ma in modo dipendente dalla configurazione adottata. La conclusione operativa degli autori è che un sistema a lunghezze miste a basso dosaggio costituisce una via praticabile per elevare le prestazioni del calcestruzzo con aggregato riciclato pretrattato, con ricadute dirette sulla sostenibilità delle forniture di inerte per opere strutturali.

    Per chi progetta con RAC in zone a bassa sismicità o per elementi non portanti pregiudicati, la combinazione di pretrattamento dell’aggregato e rinforzo fibroso ibrido propone un percorso documentato sperimentalmente, con dati quantificati su assorbimento, indice di frantumazione e resistenze a 28 giorni.

  • Pavimenti in Klinker: Guida Completa su Posatura, Prezzi e Consigli | Archweb

    Un assorbimento d’acqua in genere inferiore al 3% e una superficie resa compatta da una vetrificazione parziale: sono questi i due parametri che separano il klinker dai laterizi cotti tradizionali. Dietro c’è una cottura estrema, di regola tra 1200 e 1300 gradi, capace di modificare in profondità la struttura dell’argilla. Da qui discendono le qualità che progettisti e imprese cercano quando devono specificare facciate e pavimentazioni chiamate a durare decenni con manutenzione minima: tenuta ai cicli di gelo e disgelo, resistenza all’abrasione, stabilità cromatica.

    Clinkerizzazione: cosa succede tra 1200 e 1300 gradi

    Il nome deriva dal tedesco e in italiano compare anche nella forma clinker. La materia prima è argilla selezionata, lavorata e poi essiccata prima di entrare in forno. La fase decisiva resta la cottura: temperature comprese tra 1200 e 1300 gradi e tempi di permanenza prolungati producono la vetrificazione parziale della superficie, il fenomeno che prende il nome di clinkerizzazione. Il corpo che esce dal forno è molto più compatto dei laterizi standard, con una porosità molto più bassa.

    Il legame tra processo e prestazioni è diretto. Una cottura non uniforme lascia zone più porose e abbassa la resistenza complessiva del materiale. Per questo i produttori specializzati sottopongono ogni lotto a controlli di qualità prima dell’immissione sul mercato, verificando assorbimento d’acqua, resistenza meccanica e uniformità cromatica.

    Nato come evoluzione del mattone cotto per rispondere a esigenze di durabilità più spinta, il klinker si impiega oggi sia come rivestimento sia come pavimentazione in ambito residenziale, commerciale e industriale. La sua diffusione è cresciuta insieme alla domanda di soluzioni edilizie durature e a bassa manutenzione.

    Assorbimento sotto il 3% e comportamento al gelo

    Il profilo tecnico si legge in pochi parametri. L’assorbimento d’acqua resta in genere inferiore al 3%, un valore così basso da limitare la penetrazione dell’acqua nella massa e da sostenere la resistenza ai cicli di gelo e disgelo. La resistenza meccanica è elevata, sia a compressione sia a flessione; l’abrasione ridotta rende il materiale idoneo alle superfici calpestabili; la stabilità cromatica si mantiene anche sotto un’esposizione solare prolungata.

    Per collocare il klinker nel panorama dei materiali da costruzione serve un confronto diretto con i prodotti più vicini.

    Materiale Assorbimento d’acqua Resistenza al gelo Ambito d’uso tipico
    Klinker Molto basso (< 3%) Molto alta Esterni, pavimentazioni, facciate
    Gres porcellanato Bassissimo (< 0,5%) Alta Interni ed esterni
    Cotto tradizionale Alto (> 6%) Bassa/media Interni, esterni protetti

    La comparazione colloca il klinker in una fascia intermedia, tra il cotto tradizionale e il gres porcellanato. Con quest’ultimo la differenza è anche di processo: il gres nasce da una pressatura a secco e raggiunge un assorbimento ancora più basso, mentre il klinker conserva un aspetto più vicino al laterizio tradizionale. È un equilibrio di questo tipo, tra tonalità calde e prestazioni elevate, a spiegarne la fortuna tra progettisti e imprese edili.

    UNI EN 14411 e UNI EN ISO 10545-12: le prove che qualificano il lotto

    Il klinker condivide con la maggior parte dei materiali edili da costruzione un perimetro normativo preciso. Il riferimento principale è la norma UNI EN 14411, che ripartisce le piastrelle ceramiche in nove gruppi secondo metodo di formatura e assorbimento d’acqua. Prodotto per estrusione con assorbimento bassissimo, il klinker rientra tipicamente nel gruppo AI.

    La resistenza al gelo si verifica con la UNI EN ISO 10545-12, il metodo di prova dedicato a questa caratteristica. La prova richiede una superficie minima di 0,25 metri quadrati e almeno 10 piastrelle intere prive di difetti. Della stessa famiglia normativa fanno parte i metodi che disciplinano assorbimento d’acqua, resistenza a flessione e resistenza all’abrasione.

    In fase di specificazione la buona pratica impone di richiedere la documentazione tecnica del produttore e di confrontare i valori dichiarati con le esigenze del progetto. Per applicazioni pubbliche o commerciali alcune amministrazioni chiedono in più certificazioni sulla resistenza allo scivolamento, un aspetto delicato per le pavimentazioni esterne ad alta frequentazione.

    Pavimentazioni esterne, facciate ventilate e varianti speciali

    Sul mercato il materiale arriva secondo tre indirizzi applicativi, distinti da spessore e finitura.

    La variante per pavimentazioni esterne ha spessori maggiori, calibrati per reggere carichi pedonali e veicolari leggeri su vialetti, terrazze e aree pedonali pubbliche, anche in condizioni climatiche difficili.

    La versione da facciata lavora con spessori ridotti e peso complessivo inferiore, pensata per la posa a parete. Le prestazioni contro gli agenti atmosferici non cambiano, e tra i materiali per le facciate ventilate è una delle soluzioni più diffuse, apprezzata anche per la varietà cromatica.

    Chiudono il quadro le tipologie per usi speciali, con trattamenti superficiali dedicati come finiture antiscivolo e superfici strutturate. Rispondono alle normative di sicurezza per spazi pubblici e aree ad alta frequentazione, dove il rischio di scivolamento va ridotto al minimo.

    Posa in opera: il sottofondo drenante decide la durata

    Le caratteristiche dichiarate si mantengono in opera solo con un’applicazione corretta. Il sottofondo va preparato stabile e ben drenato; i collanti devono essere specifici per klinker e resistenti al gelo; i giunti di dilatazione vanno dimensionati con attenzione nelle grandi superfici; i tempi di stagionatura vanno rispettati prima del calpestio.

    L’errore più comune riguarda proprio il drenaggio, particolarmente critico nelle pavimentazioni esterne: un sottofondo non drenante compromette la durata anche partendo da un materiale di ottima qualità.

    Anche la fuga merita un dimensionamento attento. Giunti troppo stretti impediscono al materiale di dilatarsi termicamente, aperture eccessive pesano invece sull’estetica della posa. Affidare il cantiere a posatori con esperienza specifica su questo laterizio aiuta a limitare il rischio di problemi futuri.

    Manutenzione: detergenti neutri e controllo delle fughe

    La superficie compatta impedisce l’assorbimento di sporco e macchie, a differenza dei materiali più porosi, e la manutenzione si riduce di conseguenza. Per la pulizia ordinaria bastano acqua e un detergente neutro. Davanti a macchie più ostinate si ricorre a detergenti specifici, evitando prodotti eccessivamente acidi o abrasivi: nel lungo periodo finirebbero per danneggiare le finiture superficiali e l’aspetto estetico originale.

    Resta consigliato un controllo periodico delle fughe, soprattutto sulle pavimentazioni esterne esposte nel corso dell’anno a cicli ripetuti di gelo e disgelo.

    Ciclo di vita lungo, costo iniziale più alto

    La longevità pesa anche sul bilancio ambientale: un rivestimento o una pavimentazione che non richiede sostituzioni frequenti diminuisce il consumo complessivo di risorse nel ciclo di vita dell’edificio. Molti produttori lavorano con argille di origine locale, contenendo l’impatto legato al trasporto delle materie prime. Si tratta di un materiale completamente naturale e, nella maggior parte delle varianti, privo di trattamenti chimici superficiali, quindi riciclabile a fine vita, un tema sempre più presente nelle valutazioni di sostenibilità in edilizia.

    Sul piano economico il costo resta superiore alla media dei materiali tradizionali. La valutazione va condotta su scala complessiva: durata estesa e ridotti costi di manutenzione nel tempo compensano l’investimento iniziale. Il prezzo varia inoltre con formato, finitura e spessore, e le varianti per facciata risultano generalmente più economiche di quelle per pavimentazione pedonale.

    Colori, formati e geometrie di posa

    La gamma cromatica parte dal rosso classico e si estende a toni sabbia, grigio e antracite; le sfumature più tipiche, dal rosso al bruno e all’ocra, dipendono dalla composizione delle argille e dal ciclo di cottura. Anche i formati coprono un intervallo ampio, dai listelli sottili per facciate ai formati più massicci delle pavimentazioni pedonali. Le finiture spaziano dalla superficie liscia a quella strutturata, fino a texture volutamente irregolari che richiamano la lavorazione artigianale del passato. Questa ampiezza rende il materiale adatto tanto ai progetti di ristrutturazione in contesti storici, dove va rispettata un’estetica tradizionale, quanto alle costruzioni contemporanee dal design essenziale.

    Il formato incide anche su tempi e costi di posa. Dimensioni maggiori diminuiscono il numero di elementi da installare e possono contenere i tempi di cantiere, ma esigono superfici di appoggio particolarmente regolari per un risultato esteticamente uniforme. Influenza anche l’andamento della posa: la disposizione a correre dà maggiore dinamismo alla superficie, gli schemi più regolari si adattano ai contesti sobri ed essenziali. La decisione finale resta legata al progetto e al risultato estetico desiderato dal committente.

    Per chi specifica, la guida resta normativa: identificare il gruppo secondo UNI EN 14411, incrociare i valori di prova con le esigenze del progetto e impostare con cura sottofondo, fughe e giunti. Il resto, dalla tonalità allo schema di posa, appartiene alla fase di progetto.

  • Pavimenti in resina: tipologie, vantaggi e posa | Guida ArchWeb

    Superficie continua, priva di fughe e giunti: la resina risolve alla radice il problema dei punti deboli tipici dei pavimenti a piastrelle, dove sporco, umidità e carica batterica trovano terreno fertile. È questa continuità materica, più che l’estetica, a spiegare la diffusione del materiale negli spazi residenziali, commerciali e industriali.

    Cosa distingue un pavimento in resina

    Con il termine resina si indicano rivestimenti realizzati con formulazioni sintetiche liquide, prevalentemente epossidiche, poliuretaniche o cementizie, che polimerizzando formano un piano omogeneo e compatto. Nulla a che vedere con gli elementi discreti del gres o della ceramica: qui si lavora su una superficie unica, applicabile tanto su massetti nuovi quanto su supporti esistenti in cemento.

    Sul piano esecutivo, il protocollo è articolato e ogni fase pesa sul risultato finale. Il sottofondo viene levigato meccanicamente e pulito a fondo, perché polvere e irregolarità compromettono l’adesione. Segue il primer, che ancora chimicamente il materiale al supporto e previene le bolle d’aria. Gli strati di resina hanno spessori di norma tra 2 e 5 millimetri, in funzione della destinazione d’uso: da questo parametro dipendono resistenza meccanica e durata. Chiude il ciclo la finitura protettiva, che protegge da graffi e agenti chimici e definisce l’aspetto (lucido, opaco o satinato). Temperatura, umidità ambientale e tempi di polimerizzazione vanno controllati con attenzione, ragion per cui la posa è affidata a manodopera specializzata.

    Formulazioni a confronto: epossidica, poliuretanica, cementizia

    Sotto l’etichetta generica convivono prodotti con chimiche e prestazioni molto diverse. La scelta dipende dalle sollecitazioni previste, dall’ambiente di destinazione e dall’obiettivo estetico.

    • Resina epossidica: la più resistente sul piano meccanico e chimico, riferimento per capannoni, garage e laboratori.
    • Resina poliuretanica: più elastica, adatta a spazi soggetti a vibrazioni o sbalzi termici frequenti, dove una superficie troppo rigida tenderebbe a fessurarsi.
    • Resina cementizia: effetto materico e naturale, tonalità più calde e texture leggermente irregolari, la formulazione preferita negli interni residenziali.

    Sulla poliuretanica conviene un’aggiunta: la buona resistenza agli agenti chimici ne consente l’impiego anche in contesti alimentari e sanitari.

    Finiture: una decisione separata dalla scelta della resina

    Definito il tipo di resina, resta da decidere la finitura, strato applicato sopra la superficie strutturale che ne condiziona protezione e resa visiva. Le opzioni ricorrenti sono quattro. La lucida esalta profondità di colore e luminosità, ma mette in evidenza polvere e impronte. L’opaca è più discreta, priva di riflessi. La satinata occupa una via di mezzo con luminosità contenuta. La metallizzata, infine, si ottiene con pigmenti metallici su base epossidica lavorata mediante spatolature incrociate e aria compressa: il risultato è un effetto tridimensionale con riflessi cangianti, diverso su ogni superficie. Questa quarta opzione richiede quasi sempre una base epossidica, perché la resa dipende dalla capacità della resina di fissare e muovere il pigmento durante la stesura.

    Impieghi professionali: dove la resina è scelta per prestazioni

    Nel commercio (negozi, showroom, uffici) la superficie continua valorizza gli ambienti espositivi senza interruzioni visive e regge il passaggio costante di clienti e personale. Nell’industria, capannoni e magazzini impongono resistenze elevate a carichi pesanti: muletti, scaffalature, movimentazione merci. Qui la resina epossidica è la risposta più diffusa, con alcune formulazioni dotate di proprietà antistatiche utili in presenza di apparecchiature elettroniche sensibili. Nel sanitario e alimentare conta l’igiene: l’assenza di fughe riduce l’accumulo batterico e alcune resine resistono a disinfettanti aggressivi. Nel settore automotive, infine, officine e autorimesse adottano l’epossidica per la tolleranza a oli, carburanti e all’abrasione di pneumatici e attrezzature.

    Il confronto con gres, parquet, cemento levigato e microcemento

    Il gres porcellanato resta un materiale solido e diffuso, ma le fughe tra le piastrelle restano punti di accumulo dello sporco che chiedono pulizia più frequente. Esteticamente il gres imita meglio marmo e legno, mentre la resina punta su un effetto contemporaneo e uniforme. Il parquet offre un calore visivo e tattile difficile da replicare, ma richiede trattamenti e levigature periodiche che la resina non prevede; essendo inoltre più resistente all’umidità del legno naturale, la resina dura di più nei passaggi intensi. Il cemento levigato condivide l’estetica continua e minimale, ma essendo poroso assorbe più facilmente macchie e liquidi: la resina, impermeabile dall’applicazione, è preferibile in cucina e bagno. Il microcemento, infine, è materiale diverso: a base cementizia, con la resina solo come legante in percentuale minoritaria. Consente spessori ancora più sottili, 2-3 millimetri, quindi è indicato per ristrutturazioni leggere; la resina resta però superiore dove servono le massime resistenze meccaniche o chimiche.

    Materiale Presenza fughe Manutenzione Resistenza umidità
    Pavimenti in resina Assenti Bassa Molto alta
    Gres porcellanato Presenti Bassa Alta
    Parquet Assenti (ma giunture) Elevata Bassa/media
    Cemento levigato Assenti Media Media (se trattato)
    Microcemento Assenti Bassa Alta

    Esterni: formulazioni specifiche e antiscivolo

    All’aperto la resina richiede formulazioni dedicate, capaci di resistere a raggi UV, pioggia e sbalzi termici senza degradare. La protezione UV previene lo sbiadimento del colore, problema comune ad altre soluzioni esposte al sole. Sulla sicurezza conta la finitura antiscivolo, che garantisce aderenza anche in presenza di pioggia: per questo terrazzi, balconi e aree pedonali esterne ricorrono spesso a questa soluzione.

    Manutenzione, durata e costi

    La manutenzione quotidiana è banale: prodotti neutri, niente abrasivi. Le superfici lisce non trattengono lo sporco in profondità, ma i detergenti troppo aggressivi possono opacizzare la finitura nel tempo. Sulla durata incidono tre variabili: qualità dei materiali edili impiegati, esecuzione professionale (che riduce il rischio di crepe o distacchi) e preparazione del sottofondo, fase spesso sottovalutata ma determinante.

    Sul fronte economico il prezzo dipende da tipo di resina, estensione della superficie e complessità del sottofondo; le finiture decorative come gli effetti metallizzati costano di più. Rispetto al gres, la resina può risultare più conveniente su grandi superfici continue, dato che elimina la posa a piastrelle singole. Per una stima affidabile serve comunque un preventivo personalizzato.

    Domande frequenti

    Si può posare la resina su piastrelle esistenti?
    In molti casi sì: l’applicazione diretta su pavimenti esistenti riduce tempi e costi di ristrutturazione.

    Quali sono i tempi di asciugatura?
    Dipendono dalla resina utilizzata: in genere servono alcuni giorni per la completa polimerizzazione.

    È adatta a case con animali domestici?
    Sì: resistenza ai graffi, assenza di fughe e facile igienizzazione la rendono pratica rispetto a parquet e piastrelle.

    Un danno localizzato si può riparare?
    Sì, i piccoli danni possono essere riparati senza rifare l’intera superficie, tramite personale specializzato.

    Costa più del gres porcellanato?
    Dipende da superficie e tipologia: su grandi ambienti continui la resina può risultare competitiva.


    La scelta della formulazione corretta in funzione dell’ambiente resta il passaggio decisivo: la resina è materiale versatile, ma è il dimensionamento dello spessore e della finitura a farla durare.

  • Sabbie di miniera di zinco: recenti progressi nella stabilizzazione mediante attivazione alcalina – Construction Materials, Vol. 6, Pagina 39 – IMPORT ARTICOLI PER INGFORUM

    Resistenze a compressione fino a 100,77 MPa e un’elevata efficienza di immobilizzazione dei metalli pesanti: sono questi i valori che la letteratura più recente associa ai leganti attivati alcalinamente applicati ai residui della lavorazione dello zinco. A tracciare il quadro è una revisione bibliometrica e semi-sistematica firmata da Maria Alice Piovesan, Giovani Jordi Bruschi, William Mateus Kubiaki Levandoski, Fernando Fante ed Eduardo Pavan Korf, pubblicata su Construction Materials (doi: 10.3390/constrmater6040039).

    Zinco, piombo, arsenico e antimonio: il problema dei tailings

    La lavorazione del minerale di zinco genera grandi volumi di residui arricchiti di elementi potenzialmente tossici, dallo zinco stesso al piombo, fino ad arsenico e antimonio. Un carico contaminante che rende critica qualunque strategia di gestione di questi materiali.

    La prassi convenzionale prevede lo smaltimento in dighe per residui minerari, una soluzione che comporta occupazione di suolo, rischi di contaminazione e criticità di natura geotecnica. È in questo contesto che si colloca la ricerca sulla stabilizzazione e solidificazione dei tailings mediante leganti alternativi, con l’obiettivo di approcci di gestione più sostenibili.

    Nove studi tra il 2019 e il 2026: un settore giovane e concentrato in Cina

    Il campo è giovane. La revisione raccoglie nove pubblicazioni uscite tra il 2019 e il 2026 e ne disegna la fisionomia: un settore di ricerca recente e in espansione, con una marcata concentrazione di studi in Cina.

    Il filone dominante indaga le relazioni tra microstruttura, immobilizzazione dei metalli pesanti e prestazioni meccaniche dei sistemi leganti. Un triangolo che, di fatto, definisce l’agenda di ricerca del tema: senza capire come la matrice si organizza a scala microscopica, non è possibile prevedere né la trattenuta degli inquinanti né il comportamento meccanico del materiale.

    Scoria d’altoforno, fly ash e gangue di carbone: i precursori

    I sistemi attivati alcalinamente esaminati dagli studi si fondano comunemente su tre precursori: scoria d’altoforno, ceneri volanti (fly ash) e gangue di carbone (coal gangue). Una volta attivati, questi leganti sviluppano matrici dense, con resistenze a compressione che negli studi raccolti arrivano fino a 100,77 MPa, associate a un’elevata efficienza di immobilizzazione degli inquinanti.

    Gel C-S-H, C-A-S-H e N-A-S-H: la microstruttura governa le prestazioni

    La variabile che determina le prestazioni è la natura dei prodotti di reazione. I gel di silicato di calcio idrato (C-S-H), di alluminosilicato di calcio idrato (C-A-S-H) e di alluminosilicato di sodio idrato (N-A-S-H) controllano lo sviluppo della microstruttura e, con esso, i meccanismi con cui i metalli pesanti vengono stabilizzati:

    • incapsulamento dei contaminanti;
    • incorporazione strutturale;
    • formazione di fasi secondarie.

    Sono questi processi a spiegare la correlazione, centrale negli studi esaminati, tra assetto microstrutturale della matrice, fissazione dei metalli e resistenza meccanica del sistema legante.

    Un’alternativa al cemento Portland per i residui di zinco

    La sintesi che scaturisce dalla letteratura raccolta è definita:

    I leganti attivati alcalinamente hanno potenziale come alternativa al cemento Portland per la gestione e la valorizzazione dei residui minerari dello zinco.

    Il campo resta comunque in una fase iniziale del proprio sviluppo, e la base bibliografica disponibile si conta ancora su poche unità. La direzione indicata è tuttavia chiara: leggere le prestazioni di questi leganti a partire dalla microstruttura, per comprendere come i metalli vengono trattenuti e come si costruisce la resistenza della matrice. Per chi opera nella gestione e nella stabilizzazione dei residui minerari, un filone da seguire.

  • Nuovo Metodo di Saturazione ad Acqua in Pressione per la Valutazione della Porosità Accessibile dei Pannelli in Gomma Riciclata da Pneumatici

    Saturare con acqua in pressione il provino di un pannello in gomma riciclata e pesarne l’incremento di massa fino a quando la variazione non si arresta: da questa sequenza operativa discende la stima della porosità accessibile proposta sulla rivista CivilEng da Anđelko Crnoja, Volodymyr Kersh, Aleksej Aniskin e Marko Šrajbek (doi: 10.3390/civileng7040064). L’argomento non è marginale. Nei prodotti edili realizzati con granulato di pneumatici legato da poliuretano la porosità influenza in misura significativa le proprietà del materiale, eppure per questa famiglia di prodotti mancano metodi di prova sufficientemente adattati e standardizzati.

    Perché la porosità pesa sulle prestazioni del pannello

    Nei pannelli compositi, ottenuti agglomerando granulato di gomma riciclata con un legante poliuretanico, la struttura interna condiziona più caratteristiche contemporaneamente. La porosità contribuisce a definire la densità, regola l’assorbimento d’acqua e incide sul comportamento termico e su quello acustico. Un parametro, dunque, che si riflette direttamente sulle prestazioni d’uso del prodotto.

    Il nodo resta metodologico. Per questi materiali non sono disponibili procedure di prova adeguate e standardizzate: la misura della porosità non trova un riferimento condiviso e le prestazioni connesse ai vuoti interni risultano difficili da quantificare in modo comparabile.

    Come funziona la saturazione in acqua sotto pressione

    Il metodo si articola in due passaggi distinti. Il provino viene innanzitutto saturato con acqua sottoposta a pressione, in modo da raggiungere i vuoti accessibili della rete porosa. L’aumento di massa viene nel frattempo monitorato gravimetricamente: quando la variazione si stabilizza, la quantità di acqua assorbita consente di stimare la porosità accessibile del campione.

    L’applicazione risulta semplice e a costi contenuti. In un settore dove, per i materiali a base di gomma riciclata, le procedure di prova consolidate fanno difetto, la sostenibilità operativa della procedura costituisce parte integrante della proposta.

    La campagna di prove: 27 provini tra 585 e 1100 kg/m³

    Il programma sperimentale ha coinvolto 27 provini con densità comprese tra 585 e 1100 kg/m³, un intervallo di oltre 500 kg/m³. I campioni sono stati ripartiti in tre gruppi in funzione della composizione granulometrica del granulato: granulazione fine, granulazione grossa e miscela. Questa articolazione permette di confrontare materiali con struttura interna differente all’interno della medesima famiglia di pannelli.

    Densità crescente, pori accessibili in calo

    Le misure delineano una relazione generalmente inversa tra densità e porosità accessibile. Nei provini meno densi la proporzione di pori risulta più elevata, mentre nei campioni più compatti il volume dei vuoti raggiungibile dall’acqua si riduce.

    I valori medi estremi della serie misurata:

    Densità del provino Porosità accessibile media
    585 kg/m³ 29,832%
    915 kg/m³ 16,664%

    Tra i due estremi intercorrono circa 13 punti percentuali, una forbice che fotografa la sensibilità del parametro rispetto alla compattezza del pannello.

    Resta l’aspetto pratico. La combinazione di semplicità esecutiva e costi contenuti rende la procedura accessibile ai laboratori chiamati a caratterizzare prodotti in gomma riciclata, in un ambito dove i metodi di prova adeguati e standardizzati non sono ancora disponibili. Un contributo di metodo più che di norma, per un materiale la cui presenza nei prodotti per le costruzioni continua a crescere.

  • Guscio di granchio calcinato come materiale cementizio supplementare sostenibile per paste cementizie: interazione chimica, evoluzione microstrutturale e prestazioni meccaniche

    Residui della filiera ittica trasformati in addizione cementizia: è la strada esplorata da un gruppo di ricerca composto da Khouloud Ben Chaabene, Rose-Marie Dheilly, Geoffrey Promis e Marzouk Lajili, autori di uno studio pubblicato su Construction Materials (doi: 10.3390/constrmater6040041). L’oggetto è il guscio di granchio calcinato, abbreviato CCS, impiegato in sostituzione parziale di un cemento Portland calcareo. I numeri chiave: con il 10% di sostituzione, la resistenza a compressione a 28 giorni passa da 17,6 a 33,6 MPa, quasi il doppio rispetto alla pasta di riferimento.

    Un biowaste ricco di calcio come parziale sostituto del clinquero

    La ricerca si inserisce nel filone dei leganti alternativi derivati da scarti, con particolare attenzione ai rifiuti marini a elevato contenuto di calcio. Le paste cementizie sono state formulate con quattro dosaggi di CCS, pari a 0%, 5%, 10% e 15% in sostituzione del cemento Portland limestone, e caratterizzate mediante un ampio quadro sperimentale: resistenza a compressione, assorbimento d’acqua, porosità aperta, massa volumica apparente, oltre ad analisi microstrutturali e termiche con SEM, XRD, FTIR e TGA.

    Perché il dosaggio al 10% fa la differenza

    Il risultato più rilevante riguarda la miscela con il 10% di CCS. Oltre al salto di resistenza a compressione già citato, la matrice mostra una porosità ridotta, una massa volumica più elevata e una microstruttura più densa e omogenea. Le indagini fisico-chimiche suggeriscono un doppio meccanismo d’azione: il CCS lavora da filler, migliorando l’impacchettamento, e funge al tempo stesso da fonte di specie calcaree reattive. La calce viva generata durante la calcinazione può infatti partecipare ai processi di idratazione e condizionare la formazione dei prodotti di idratazione, favorendo la densificazione della matrice.

    Il quadro peggiora sensibilmente quando la sostituzione sale al 15%. In questo caso la porosità aumenta, la microstruttura perde omogeneità e le prestazioni meccaniche calano. Il dosaggio ottimale non è quindi una soglia aperta: oltre il 10% l’effetto filler e l’apporto di calcio reattivo non compensano più la diluizione del legante principale.

    Implicazioni per chi progetta e specifica materiali

    Dal punto di vista applicativo, i dati indicano che una sostituzione fino al 10% con CCS può migliorare le proprietà delle paste cementizie, con un duplice beneficio: valorizzazione dei rifiuti di conchiglie marine e riduzione dei consumi di cemento. Un aspetto di interesse per la specificazione di leganti a minore impronta ambientale, da valutare caso per caso sul comportamento reale della miscela e non sul solo contenuto dichiarato.

    Restano aperti gli sviluppi tipici di queste ricerca: il passaggio dalle paste ai calcestruzzi reali, la verifica nel tempo delle prestazioni e l’approvvigionamento costante di materia prima. Lo studio, comunque, fornisce un riferimento quantitativo chiaro sul dosaggio efficace e sul meccanismo con cui il guscio calcinato agisce nella matrice cementizia.