Articoli modificati AI

  • Valutazione numerica integrata della stabilità degli argini dei canali e dell’integrità dei gasdotti interrati

    Con fattori di sicurezza che scendevano fino a 0,51, l’argine del canale Rapeephat, in Thailandia, non presentava condizioni di stabilità adeguate per la condotta gas interrata che ne attraversa il fondo. Il canale è stato recentemente allargato per accrescere la capacità di irrigazione, e la modifica ha imposto una rivalutazione completa di un’infrastruttura in esercizio. A occuparsene è stato un gruppo di ricerca formato da Supakij Nontananandh, Sutasinee Intui, Siwawoot Papattapong, Noppanut Kosinanondh e Shinya Inazumi, con uno studio pubblicato sulla rivista Infrastructures (doi: 10.3390/infrastructures11100347) che articola la verifica in una catena numerica sequenziale: stabilità del pendio, deformazione del terreno, interazione tra terreno e condotta, erosione idraulica.

    Impostazione numerica e scenari idraulici

    Una tubazione interrata che attraversa un canale irriguo subisce l’effetto combinato di più fattori: i lavori di riabilitazione dell’alveo, la possibile instabilità dell’argine, le deformazioni del terreno e la variabilità del regime idrico. Il procedimento messo a punto affronta questi aspetti con analisi agli elementi finiti, sviluppate in forma bidimensionale e tridimensionale, collegate da un accoppiamento sequenziale tra le fasi di calcolo. Le verifiche sono state condotte sotto tre condizioni di quota idrica: livello massimo, livello minimo e rapid drawdown, ossia il rapido abbassamento del livello dell’acqua. La condotta è stata inoltre considerata alla pressione di esercizio normale di 4,52 MPa.

    Stabilità dell’argine prima e dopo la stabilizzazione

    Nella configurazione esistente l’argine risultava inadeguato. I fattori di sicurezza calcolati nelle tre condizioni idrauliche spaziavano da 0,51 a 1,42: il minimo scendeva sotto l’unità, il massimo restava comunque al di sotto della soglia di 1,50 assunta come criterio di verifica. Dopo l’intervento di stabilizzazione, realizzato con lastre di calcestruzzo applicate al paramento, i valori si sono spostati nell’intervallo tra 1,50 e 1,73, adeguati rispetto al criterio in tutte le condizioni esaminate.

    Assestamenti e spostamenti della condotta

    L’analisi delle deformazioni restituisce un assestamento massimo del terreno pari a 13,58 mm. Sul versante dell’interazione con la tubazione, lo spostamento massimo della condotta in esercizio normale ammonta a 10,10 mm. La tensione di flessione massima ricavata dal modello PLAXIS si ferma a 0,088 MPa, un valore contenuto che però non esaurisce da solo la verifica della tubazione.

    Verifica tensionale: pressione interna e flessione

    Il controllo supplementare combina la tensione circonferenziale, generata dalla pressione interna, con il contributo di flessione indotto dal movimento del terreno. La tensione equivalente risultante, alla pressione di esercizio normale, si colloca indicativamente tra 116 e 145 MPa e resta sotto il criterio adottato, fissato al 90% dello snervamento minimo specificato (specific minimum yield strength, SMYS). Il divario tra gli 0,088 MPa di flessione e l’ordine di grandezza della combinazione descrive la gerarchia degli effetti: a comandare è la pressione di servizio, mentre la deformazione del terreno aggiunge un contributo marginale allo stato tensionale.

    Erosione idraulica al contorno dell’alveo

    Resta il tema dell’erosione. La tensione di taglio massima al contorno, prodotta dal flusso, è risultata pari a 6,41 N/m², poco più della metà del valore ammissibile adottato, pari a circa 12 N/m² e riferito a un’argilla rigida. Anche su questo fronte la verifica risulta soddisfatta, con un margine non trascurabile rispetto al limite.

    Il quadro complessivo mostra come la modifica di un canale e le condizioni idrauliche incidano congiuntamente su stabilità dell’argine, deformazioni del terreno e risposta della condotta. Per chi deve rivalutare attraversamenti esistenti tra opere idrauliche e utility interrate, la sequenza proposta costituisce un percorso operativo concreto. Va letto però dentro i confini dichiarati dalla ricerca: ipotesi di modellazione, dati di campo disponibili in quantità limitata e un accoppiamento sequenziale che procede per stadi, senza risolvere l’interazione in un unico schema.

  • Autodesk investe 2 milioni di sterline in una società di tracciamento dei materiali da costruzione

    Autodesk ha impegnato 2 milioni di sterline in Qflow, la società britannica che sviluppa un software per il tracciamento in tempo reale dei materiali in cantiere. L’operazione non nasce dal nulla: le due piattaforme sono già integrate con Autodesk Construction Cloud, con l’obiettivo dichiarato di collegare i dati di cantiere su qualità, quantità e filiera dei materiali ai dati di progetto.

    Cosa fa la piattaforma di Qflow

    Il sistema monitora gli ingressi, i resi e gli scarti di materiale nei cantieri, con l’ambizione di aiutare le squadre operative a intercettare in anticipo le criticità legate ai materiali, quelle che tipicamente si traducono in ritardi di programma o sforamenti di costo. Non si tratta di un prodotto di nicchia appena avviato: negli ultimi diciotto mesi la piattaforma ha tracciato oltre 500.000 consegne di materiale su più di 400 cantieri nel Regno Unito.

    Qflow nasce da un’idea di Brittany Harris e Jade Cohen, con un focus iniziale sulla quantificazione e tracciatura degli scarti. Successivamente il perimetro è stato esteso a tutti i movimenti di materiale in cantiere.

    La questione di fondo: dati verificati alla fonte

    Il senso strategico dell’investimento emerge dalle dichiarazioni dei due vertici. Joe Speicher, chief sustainability officer di Autodesk, insiste su un punto che riguarda da vicino chiunque lavori con modelli e dati di progetto: i processi più sostenibili di progettazione e costruzione partono da dati raccolti prima, verificati alla fonte e connessi lungo l’intero ciclo di vita dell’opera. La tracciabilità dei materiali, in questa logica, incide sia sull’efficienza del progetto sia sull’impatto ambientale.

    Brittany Harris, cofondatrice e CEO di Qflow, pone l’accento sul nodo operativo: alle squadre di cantiere viene chiesto di conseguire margini migliori, emissioni di carbonio più basse e compliance più solide, ma tutto questo non è raggiungibile senza dati migliori dal cantiere. L’obiettivo condiviso con Autodesk, secondo Harris, è colmare la disconnessione che ogni anno genera miliardi di sprechi ed emissioni di carbonio evitabili nel settore.

    I numeri del financing

    Con l’ingresso di Autodesk, il capitale totale raccolto da Qflow sale a 7 milioni di sterline. Tra gli investitori precedenti figurano Pi Labs, Triple Point Ventures e Construction Innovation Hub, tutti presenti nel round di ottobre 2024.

    Per i professionisti del settore, l’operazione conferma una direzione: i dati di fase costruttiva, oggi spesso dispersi in documenti e comunicazioni frammentate, stanno diventando parte integrante dei flussi informativi collegati ai modelli di progetto.

  • Modellazione con machine learning vincolata dalla fisica per la predizione di dati geotecnici: caso di studio su dataset di tipo di suolo e profondità del bedrock in sito

    Classificare il suolo in sito e stimare la profondità del bedrock su regioni estese, a partire da inventari di sondaggi per natura puntuali: è il problema affrontato da Yunfeng Zhang e Ahmet Darilmaz in uno studio pubblicato sulla rivista Geotechnics (MDPI, DOI 10.3390/geotechnics6010020). La proposta degli autori agisce sul punto più delicato dell’interpolazione statistica del sottosuolo: la coerenza fisica delle previsioni, ottenuta vincolando l’addestramento con penalità costruite sui principi fisici noti.

    Un inventario di sondaggi su 32.133 km² e cinque regioni fisiografiche

    I dati di perforazione descrivono il terreno dove il sondaggio è stato eseguito, punto dopo punto. Estendere questa conoscenza con il machine learning genera nuvole di punti di proprietà del suolo, un quadro continuo che assume valore concreto nella pianificazione dei progetti geotecnici. Il modello di base è stato addestrato su un esteso insieme di dati di sondaggio relativi alle proprietà del suolo, raccolti su un’area di 32.133 km² articolata in cinque regioni fisiografiche distinte.

    Classificazione e regressione per due nature di dato

    Lo schema distingue due famiglie di modelli per i dataset di drilling geotecnico: modelli di classificazione per le grandezze categoriche e modelli di regressione per le grandezze numeriche. La ripartizione rispecchia la natura dei bersagli analizzati, poiché la tipologia di suolo è una classe mentre la profondità del bedrock è un valore numerico.

    Le variabili di ingresso selezionate con uno studio parametrico

    La scelta delle feature pesa in modo determinante sull’accuratezza dei modelli. Prima dell’addestramento definitivo sono state vagliate combinazioni differenti, con una selezione finale che comprende la posizione geografica, le informazioni geologiche, la quota del terreno, il materiale parentale del suolo, le informazioni fisiografiche espresse in forma di codici e la profondità dello strato di suolo. Un insieme che lega la collocazione spaziale al contesto geologico e fisiografico e alla geometria degli strati.

    Il vincolo fisico dentro la funzione di perdita

    Un modello addestrato sulle sole corrispondenze statistiche può restituire stime plausibili sul piano numerico ma incompatibili con la fisica del sito. La correzione proposta entra nel cuore dell’addestramento: una funzione di perdita personalizzata penalizza la perdita di training ogni volta che le previsioni violano principi fisici noti. Il termine di penalità agisce quindi durante l’apprendimento, orientando le uscite del modello verso valori coerenti con le condizioni fisiche conosciute del sito.

    Due casi di studio, due bersagli

    L’efficacia dell’impostazione è stata verificata con due casi di studio, uno per i dataset categorici e uno per quelli trattati in regressione: la tipologia di suolo in sito e la profondità del bedrock. I risultati sostengono l’applicabilità dei modelli vincolati dalla fisica alla generazione di stime ragionevoli su regioni molto estese, e aggiungono una chiave di lettura per i dati storici conservati negli inventari di sondaggi geotecnici.

    Per la professione il messaggio operativo riguarda le zone dove le indagini dirette sono scarse. Quando le previsioni alimentano la pianificazione di un progetto geotecnico, un modello che rispetta i principi fisici noti del sito restituisce valori confrontabili con il comportamento reale del sottosuolo: un requisito che la sola accuratezza statistica non copre.

  • Pergotenda chiusa da teli retrattili: non serve il permesso di costruire

    La pergotenda chiusa sul perimetro con teli retrattili non costituisce un ampliamento edilizio e non richiede il permesso di costruire. Lo stabilisce il Consiglio di Stato con la sentenza n. 7039 del 23 settembre 2026, con cui i giudici annullano l’ordine di demolizione e la sanzione di 25.000 euro comminata da Roma Capitale a un hotel del centro storico, in zona territoriale «A» e soggetto a tutela ai sensi del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, per aver realizzato «in assenza di titolo edilizio» una struttura dotata di «sistemi di guide e teli avvolgibili laterali idonei a consentire la chiusura perimetrale dello spazio sottostante».

    Dal sopralluogo all’ingiunzione di demolizione

    L’hotel aveva eseguito alcuni interventi sul terrazzo, autorizzati con due Scia. Nei sopralluoghi effettuati successivamente alla presentazione delle Scia, finalizzati alla verifica della conformità delle opere realizzate rispetto ai titoli edilizi, Roma Capitale riscontrava la presenza della pergotenda e la qualificava come creazione di un volume chiuso di circa 304 mc, corrispondente a una superficie di 114 mq con altezza media di 2,67 m, ossia un ampliamento dell’edificio principale eseguito in assenza di titolo edilizio.

    L’hotel presentava quindi una Cila comunicando l’intendimento di ripristinare lo stato dei luoghi. Un ulteriore sopralluogo rilevava che le opere contestate non erano state rimosse e accertava, inoltre, la presenza, all’interno di un locale indicato come volume tecnico, di attrezzature da cucina e di un piano cottura, ritenute sintomatiche di un mutamento di destinazione d’uso.

    Dopo aver chiesto parere alla Soprintendenza, e decorso inutilmente il termine entro cui questa avrebbe dovuto rispondere, Roma Capitale ingiungeva la rimozione e la demolizione delle opere ritenute abusive, ordinava il ripristino dello stato dei luoghi e irrogava la sanzione pecuniaria di 25.000 euro.

    La società che gestisce l’hotel comunicava poi al Comune il ripristino della conformità ai titoli edilizi assentiti mediante la rimozione delle tende laterali scorrevoli, il ripristino del corretto utilizzo del locale deposito con l’eliminazione delle attrezzature utilizzate per la preparazione dei cibi e l’eliminazione degli impianti di riscaldamento installati sulla terrazza. Nel frattempo l’hotel ricorreva al Tar, che respingeva il ricorso ritenendo che l’opera realizzata avesse determinato la creazione di un nuovo volume edilizio e che pertanto non rientrasse nella nozione di pergotenda riconducibile all’attività edilizia libera.

    Il principio: funzione principale della tenda, struttura accessoria

    Il Consiglio di Stato ribalta la pronuncia del Tar. La giurisprudenza amministrativa, ricordano i giudici, «ha più volte affermato che la pergotenda costituisce intervento rientrante nell’attività edilizia libera quando la funzione principale dell’opera sia svolta dalla tenda e non dalla struttura di sostegno, la quale assume carattere meramente accessorio».

    I giudici richiamano inoltre la propria recente pronuncia (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 17 febbraio 2026, n. 1256), con cui era stato affermato che le strutture di tipo pergotenda, consistenti in tende o coperture leggere e retrattili, non necessitano di permessi per la loro installazione, essendo ascrivibili all’edilizia libera: non realizzano uno spazio chiuso stabile né costituiscono nuove volumetrie edificabili, in quanto concepite come coperture meramente accessorie e facilmente amovibili.

    Sul punto decisivo del caso, la presenza dei teli retrattili perimetrali, il Collegio osserva:

    «L’effettiva e rapida amovibilità delle opere costituisce indice sintomatico della loro natura accessoria e precaria e contrasta con la qualificazione comunale in termini di stabile ampliamento edilizio».

    Il mutamento di destinazione d’uso non è comprovato

    Anche il contestato mutamento di destinazione d’uso del locale tecnico non risulta, per i giudici, adeguatamente comprovato. Dalla documentazione versata in atti emerge che il presunto uso a cucina era collegato alla presenza di attrezzature facilmente rimovibili e che non risultano eseguite opere edilizie permanenti idonee a determinare una trasformazione urbanisticamente rilevante dell’organismo edilizio.

    L’esito

    Il quadro istruttorio posto a fondamento della determinazione dirigenziale non appare, concludono i giudici, idoneo a dimostrare l’esistenza di una nuova costruzione o di un ampliamento stabile e permanente richiedente il rilascio del permesso di costruire. La sentenza esclude quindi la sussistenza dell’abuso edilizio contestato e annulla l’ordine di demolizione e la sanzione di 25.000 euro.

    Dalla pronuncia restano fissati i criteri di valutazione: la qualificazione della pergotenda dipende dalla circostanza che la funzione principale sia svolta dalla tenda e non dalla struttura di sostegno, mentre l’amovibilità effettiva e rapida delle opere orienta verso la natura accessoria e precaria della copertura, incompatibile con la qualificazione di ampliamento stabile. L’azione dell’amministrazione, per la sentenza, deve inoltre fondarsi su un quadro istruttorio idoneo a dimostrare la nuova costruzione o l’ampliamento stabile e permanente.

  • Ruolo dell’erosione del suolo nell’instabilità dei pendii lungo la regione costiera del Karnataka

    Scarpate in laterite stabili per tutta la stagione secca che cedono al primo ciclo di piogge intense, nonostante un fattore di sicurezza calcolato superiore a uno: è il quadro ricorrente lungo il Karnataka costiero e il punto di partenza dello studio pubblicato su Geotechnics (vol. 6, articolo 21, doi: 10.3390/geotechnics6010021) a firma di Asha U. Rao, Narayana Sabhahit, Lathashri U. Ananda e Radhika P. Bhandary. Al centro dell’indagine c’è l’erosione interna del suolo litomargico, lo strato intermedio delle formazioni lateritiche che, perdendo progressivamente i fini, prepara condizioni di cedimento che le verifiche di stabilità condotte senza considerare l’erosione non riescono a colgere.

    La stratigrafia delle lateriti e lo strato debole

    Nelle formazioni lateritiche la successione verticale è riconoscibile: in cima strati molto porosi, sotto un orizzonte di suolo litomargico che poggia sul suolo residuale alterato e, più in profondità, sulla roccia madre. Quando lo scavo interrompe il versante, la criticità non sta necessariamente nei materiali superiori. Il punto fragile è il litomargico: nella stagione secca la scarpata si mantiene, ma appena lo strato intermedio rimane esposto l’azione dell’acqua può avviare l’asportazione dei fini. I cedimenti documentati lungo la costa si sono verificati proprio nella stagione delle piogge, su pendii con litomargico affiorante.

    Piping: il binomio tra contenuto di sabbia e gradiente idraulico

    Il meccanismo che attiva il degrado è il piping. La vulnerabilità all’erosione dello strato litomargico non è una costante del materiale: la sua manifestazione dipende da una combinazione critica tra contenuto di sabbia e gradiente idraulico. Finché i due parametri restano al di sotto della soglia simultanea i fini non migrano; quando la soglia è raggiunta, il trasporto interno progredisce e la scarpata perde resistenza in modo progressivo. La stagionalità del fenomeno segue questa logica: è la presenza d’acqua della stagione delle piogge a rendere possibili i gradienti idraulici necessari all’innesco.

    Janbu GPS e algoritmo genetico per la superficie critica non circolare

    Sul piano del calcolo la stabilità viene valutata con il Generalized Procedure of Slices di Janbu, affiancato da un algoritmo genetico che localizza la superficie di scorrimento critica non circolare. L’abbinamento serve a incorporare l’effetto dell’erosione nello strato litomargico direttamente nell’analisi di stabilità. L’erosione, infatti, modifica la geometria della superficie critica: il piping del litomargico ne riduce la lunghezza, con influenza diretta sull’equilibrio valutato.

    Yekkur: tre meccanismi di cedimento e la conferma dal campo

    Il riferimento del calcolo è un pendio realmente crollato nel sito di Yekkur. Per descriverne l’instabilità vengono formulati tre possibili meccanismi, denominati Meccanismo I, II e III, tutti riconducibili all’erosione progressiva dei fini nello strato litomargico. Il confronto porta a un esito netto: il Meccanismo III risulta più critico degli altri due. Non è un risultato confinato al modello, perché la stessa gerarchia è stata osservata sui pendii crollati in campo.

    Un fattore di sicurezza superiore a uno non basta

    Il risvolto operativo più significativo emerge dal confronto tra calcolo e comportamento reale: pendii con fattore di sicurezza superiore a uno sono crollati con l’arrivo delle piogge. La verifica condotta sul profilo in condizioni estive, senza includere l’effetto dell’erosione nel litomargico, rischia di restituire una lettura troppo favorevole dello stato del versante. Nei pendii lateritici il cedimento è attribuito principalmente al piping dello strato litomargico e ha carattere progressivo: la perdita di fini prosegue nel tempo e la scarpata raggiunge il collasso in una fase successiva all’inizio del processo erosivo.

    Dove il litomargico affiora in scarpata, la domanda non è soltanto se il fattore di sicurezza istantaneo superi l’unità, ma se la combinazione di contenuto di sabbia e gradiente idraulico possa innescare il piping. Ed è proprio su quel binomio, più che sul valore puntuale della verifica, che l’analisi di questo tipo di pendii va riorientata.

  • Modifica idrofobica del calcestruzzo con additivo idrofobizzante: trattamento idrofobizzante per cemento e materiali da costruzione

    Fino al 35% di resistenza a compressione in più, un assorbimento d’acqua ridotto di un quarto e una conduttività termica in calo del 18% rispetto alla miscela di controllo: sono i valori con cui un calcestruzzo cellulare additivato con fibre minerali riciclate e modificatori polimerici complessi ha chiuso il proprio programma sperimentale. La ricerca, firmata da Dulat Abdrassilov, Aleksej Aniskin, Zhanbolat Shakhmov e Rauan Lukpanov, è stata pubblicata su Construction Materials (MDPI), volume 6, con DOI 10.3390/constrmater6010003.

    Dietro i numeri c’è un tema che il settore conosce bene: la difficoltà di coniugare in un unico materiale elevate prestazioni fisico-meccaniche con proprietà termiche e di durabilità adeguate. La qualità e la vita utile dei prodotti in calcestruzzo restano infatti condizionate da più fattori, e ogni formulazione in grado di intervenire su questi parametri merita attenzione da parte di chi dimensiona e specifica.

    Alleggerire il materiale per scaricare gli elementi

    Il punto di partenza è la relazione tra massa e schema statico. Per ampliare le possibilità di progetto di un’opera efficiente occorre ridurre il carico che grava sugli elementi; il mezzo più diretto per ottenerlo è abbassare la massa del materiale senza rinunciare alla resistenza. È lo spazio in cui si colloca il calcestruzzo cellulare (foam concrete), materiale la cui densità è una variabile governabile in miscelazione. Nel programma di prove gli impasti sono stati calibrati su valori compresi tra 400 e 1100 kg/m³, un intervallo sufficientemente ampio da coprire materiali molto leggeri e miscele via via più dense.

    Fibre da scarti di isolanti basaltici e modificatori polimerici complessi

    La modifica della miscela agisce su due fronti. Le fibre minerali provengono da scarti di isolanti in basalto, un flusso di rifiuto industriale riportato nel ciclo produttivo come componente della miscela. I modificatori polimerici complessi entrano invece in combinazione con le fibre, non come additivo separato.

    L’obiettivo perseguito va oltre la resistenza meccanica, estendendosi alla durabilità del materiale e alla stabilità della struttura porosa. Il recupero dei sottoprodotti industriali completa il quadro e sposta parte del valore della formulazione sul piano della sostenibilità.

    Quattro grandezze misurate su tutta la scala di densità

    Il protocollo di prova si è concentrato su densità, resistenza a compressione, assorbimento d’acqua e conduttività termica. Tutte le grandezze sono state determinate sugli impasti distribuiti lungo la scala di densità prevista dal programma e rapportate, parametro per parametro, ai valori misurati su una miscela di controllo. Un confronto diretto, che rende immediata la lettura delle variazioni percentuali.

    Pareti dei pori più integre e valori a confronto

    Prima dei numeri, l’esito che qualifica il lavoro riguarda la qualità interna del materiale. Con fibre e modificatori in miscela, l’uniformità strutturale e l’integrità delle pareti dei pori migliorano in misura significativa. Nei materiali cellulari le pareti che delimitano i vuoti partecipano allo scheletro resistente, quindi una microstruttura più regolare e meglio consolidata si riflette direttamente sulla risposta meccanica.

    Sul piano quantitativo, i confronti con la miscela di controllo restituiscono i seguenti esiti.

    Grandezza Esito rispetto alla miscela di controllo
    Resistenza a compressione incremento fino al 35%
    Assorbimento d’acqua riduzione del 25%
    Conduttività termica riduzione del 18%

    Le tre variazioni procedono nella stessa direzione, con maggiore capacità portante, minore propensione ad assorbire acqua e migliore comportamento termico. Su un materiale chiamato a coniugare bassa massa, durabilità e funzione isolante, gli esiti si rafforzano a vicenda.

    Resta il punto di metodo. Recupero di scarti industriali e controllo della microstruttura porosa possono procedere insieme, senza che l’alleggerimento venga pagato in perdita di resistenza. Per chi valuta formulazioni leggere o mette a confronto materiali a bassa densità, i valori misurati offrono un riferimento quantitativo immediato.

  • Valutazione della resistenza ai cicli di gelo–disgelo del calcestruzzo non proprietario ad altissime prestazioni (UHPC)

    Oltre quale soglia di resistenza un calcestruzzo può dirsi davvero durabile al gelo e disgelo? La domanda è al centro di uno studio condotto da Raid S. Alrashidi, Megan S. Voss, Ali Alsubeai, Emad Alshammari e Kyle A. Riding, pubblicato su CivilEng (doi: 10.3390/civileng6040057), che sposta l’attenzione dagli UHPC proprietari di fascia alta verso miscele non proprietarie, con un occhio alla sostenibilità economica delle formulazioni.

    Una soglia di resistenza da definire

    La letteratura sul tema si è concentrata quasi esclusivamente su calcestruzzi con resistenze a compressione superiori a 21 ksi, corrispondenti a circa 145 MPa. Prestazioni eccellenti al gelo e disgelo, in quest’ambito, sono acquisite. Resta invece aperta la questione del limite inferiore: al di sotto di quale valore di compressione il materiale cessa di offrire quella durabilità che giustifica l’impiego in climi freddi?

    Per rispondere, la ricerca ha prodotto provini non proprietari appartenenti a quattro fasce di resistenza: da 12 a 15 ksi, da 15 a 18 ksi, da 18 a 21 ksi e oltre 21 ksi, ovvero da 83 fino a oltre 145 MPa. In tutte le miscele è stato inserito l’1,5% di fibre d’acciaio.

    Tre regimi di cura a confronto

    Il programma sperimentale non si è limitato alla variabile resistenza. Ogni miscela è stata sottoposta a tre diversi regimi di maturazione:

    • cura in acqua di calce in camera a nebbia;
    • cura simulata da precompressaggio, tipica della produzione in impianto;
    • cura a vapore.

    Questa impostazione consente di isolare l’influenza del ciclo di cura, parametro di primo ordine per chi lavora nel prefabbricato, dove la vaporecultura è spesso indispensabile per i tempi di rotazione dei casseri.

    Gelo e disgelo secondo ASTM C666

    La durabilità al gelo e disgelo è stata valutata secondo ASTM C666, procedura di riferimento per la resistenza al congelamento rapido in acqua. I risultati delineano una soglia netta: tutte le miscele con resistenza a compressione superiore a 15 ksi, circa 103 MPa, hanno mostrato un comportamento eccellente, senza rilevazione di danno. Nessuna garanzia, invece, alla fascia più bassa, dove il ciclo di cura a vapore ha prodotto un effetto negativo sulle prestazioni al gelo e disgelo.

    Il dato più operativo per i progettisti è la soglia dei 15 ksi: al di sotto, la cura a vapore può compromettere la durabilità al gelo anche in presenza di fibre d’acciaio.

    DSC e MIP per capire il meccanismo

    Oltre alle prove di durabilità, la ricerca ha approfondito il meccanismo fisico del comportamento al gelo mediante due tecniche di caratterizzazione microstrutturale. La calorimetria differenziale a scansione a bassa temperatura (DSC) e la porosimetria a intrusione di mercurio (MIP) sono state impiegate per mettere in relazione la struttura porosa del calcestruzzo indurito con la risposta ai cicli di congelamento.

    È il passaggio che interessa direttamente chi formula miscele UHPC non proprietarie: la resistenza a compressione, da sola, non spiega il comportamento. La distribuzione e la dimensione dei pori, che i regimi di cura modificano in modo differenziato, determinano la quantità di acqua gelificabile e le pressioni generate nei capillari durante il congelamento.

    Implicazioni per specifiche e produzione

    Per chi redige capitolati o specifiche tecniche, i risultati suggeriscono cautela nell’estendere per analogia le prestazioni note degli UHPC di fascia alta a miscele meno ricche. Se la resistenza target scende sotto i 103 MPa circa, il regime di cura diventa una variabile critica da prescrivere esplicitamente, in particolare laddove si preveda l’uso di vaporecultura in stabilimento. L’impiego di miscele non proprietarie, con componenti commercialmente disponibili, resta un percorso interessante per rendere l’UHPC accessibile a più applicazioni, ma la fascia di resistenza e il ciclo di maturazione vanno dimensionati insieme.


    Lo studio di Alrashidi e colleghi fornisce un riferimento quantitativo per una domanda finora priva di risposta sistematica: a partire da 103 MPa circa, il gelo e diseglio non produce danno apprezzabile; al di sotto, la cura a vapore può diventare un punto debole. Un dato che prefabbricatori e progettisti di strutture in ambienti congelanti potranno utilizzare direttamente.

  • Mattone Iperpressato da Rifiuti di Lavorazione del Calcare Marmoreizzato: Valorizzazione dei Rifiuti Industriali nei Materiali da Costruzione

    Mattoni di classe M550 a base di scarti di marmo: è quanto ottenuto da un gruppo di ricerca kazako miscelando refusi della lavorazione di calcari marmorizzati con cemento Portland bianco, con pressioni di compattazione relativamente contenute. Uno studio che interessa da vicino chi si occupa di materiali da costruzione e valorizzazione dei sottoprodotti industriali.

    Il quadro sperimentale

    La ricerca, pubblicata sulla rivista Infrastructures (doi: 10.3390/infrastructures11100345), è stata condotta da un team coordinato da Yelzhan Orynbekov, con la partecipazione di Maratbek Zhuginissov, Ruslan Nurlybayev, Zhanar Zhumadilova, Yerlan Khamza, Aktota Murzagulova, Yerlan Kushekov, Abzal Alikhan e Nurbek Tengebayev. L’obiettivo: colmare una lacuna sistematica nei confronti comparativi tra cemento Portland bianco e grigio applicati ai mattoni iperpressati a base di scarti di lavorazione di calcare marmorizzato, materiali che l’industria estrattiva produce in volumi elevati ma che finora hanno trovato scarso impiego nei prodotti da muratura ad alta resistenza.

    Quattro formulazioni sono state messe in opera con dosaggi di scarto variabili tra il 70 e l’85% in peso, integrati con cemento Portland bianco CEM I 52.5 (classe M500) oppure grigio CEM I 42.5 (M450). Il rapporto acqua/cemento è stato mantenuto costante a 0.25 per tutti i conglomerati. La fase di cura, della durata di 7 giorni, si è svolta in ambiente umido sigillato.

    Compattazione e classi di resistenza

    Il variabile determinante è risultato essere la pressione di compattazione. A 28 MPa le miscele raggiungono classi di resistenza a compressione corrispondenti ai gradi M350 e M400. Portando la pressione a 41 MPa, con cemento bianco si sale a classi comprese tra M400 e M550; con il grigio, nelle medesime condizioni, si ottengono gradi M400 e M450. Il divario prestazionale tra i due leganti, a parità di condizioni di pressatura, è dunque evidente.

    Sul piano della composizione, il miglior compromesso tra resistenza a compressione e densità si colloca nelle formulazioni con il 75-80% in peso di scarto di calcare marmorizzato, corrispondenti a un dosaggio di cemento tra il 20 e il 16%.

    Densità elevata e verifica microstrutturale

    Tutti i provini presentano una densità media superiore a 2100 kg/m³, soglia che li colloca nella categoria dei calcestruzzi pesanti. Le prestazioni meccaniche misurate trovano conferma nell’analisi microstrutturale condotta con microscopia elettronica a scansione, corredata da spettroscopia EDS.

    Limiti e sviluppi attesi

    Gli autori segnalano che i risultati vanno considerati preliminari rispetto all’applicazione pratica: durabilità, assorbimento d’acqua, resistenza al gelo e resistenza a flessione restano parametri da indagare prima di valutare l’impiego effettivo di questi elementi in opera. Un passaggio necessario, considerando che la resistenza a compressione, da sola, non descrive il comportamento di un unità da muratura sottoposta a esposizione atmosferica e azioni flessionali.

    Resta il contributo principale dello studio: la relazione quantificata tra pressione di compattazione, tipo di legante, composizione della miscela e classe di resistenza ottenuta, insieme alla dimostrazione che volumi elevati di scarto lapideo possono orientarsi verso la produzione di elementi da muratura ad alta resistenza.

  • Lottizzazione: la fine lavori “sulla carta” non elimina l’abusività edilizia dell’opera

    Una data scritta su un atto non basta a chiudere un cantiere abusivo. Con la sentenza n. 34584 del 2026, la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione ha affrontato il rapporto tra la data formalmente indicata come conclusione dei lavori e quella della loro effettiva ultimazione, precisando che nella lottizzazione abusiva il momento di cessazione dell’illecito si individua sulla base della situazione concreta, e non del semplice adempimento dichiarativo.

    La soluzione ha una portata pratica immediata: prescrizione e confisca dipendono da quella individuazione, e la comunicazione di fine lavori perde il carattere di termine decisivo quando le prove raccontano opere non ultimate.

    Fine lavori formale e ultimazione reale delle opere

    Il principio affermato dai giudici di legittimità separa con rigore il piano formale da quello materiale. La comunicazione di fine lavori conserva il suo valore dichiarativo, ma non è decisiva ai fini dell’individuazione della cessazione della lottizzazione abusiva quando le risultanze probatorie dimostrino che le opere non erano state effettivamente ultimate. In casi del genere la data comunicata non può essere assunta come riferimento certo: a governare la ricostruzione è lo stato reale del cantiere.

    La cessazione dell’illecito si accerta sul fatto

    L’accertamento richiede un’indagine sulle circostanze di fatto. Qui le risultanze probatorie rilevano in modo determinante, perché consentono di verificare se e quando le opere abbiano raggiunto l’ultimazione. Ove emerga che alla data comunicata i lavori non erano conclusi, la cessazione dell’illecito va ricondotta al momento effettivo, desunto dal quadro probatorio e non dall’atto.

    Un approccio che sposta il baricentro dell’indagine dal documento alla verificabilità materiale dei fatti.

    Prescrizione e confisca: gli effetti della data

    Il momento di cessazione non è un dato neutro. Gli effetti evidenziati dalla Corte concernono la prescrizione e la confisca: quella data segna il riferimento temporale per valutare la tempestività dell’azione penale e per circoscrivere il perimetro degli effetti confiscatori. Anticiparla o rinviarla, dunque, non è indifferente rispetto all’esito complessivo del giudizio, perché sposta alongo l’arco temporale dell’illecito o lo restringe a seconda delle prove.

    Che cosa cambia per tecnici e consulenti

    Per i professionisti che operano nel settore edilizio la lettura è concreta. L’attestazione di fine lavori, da sola, non chiude il discorso: conta la corrispondenza tra ciò che l’atto dichiara e ciò che i luoghi mostrano. Ne discende che la documentazione idonea a descrivere il grado effettivo di completamento delle opere, e la sua corretta datazione, acquistano peso decisivo in caso di contestazioni sull’abusivismo. Per i consulenti tecnici la ricostruzione cronologica dello stato dei luoghi diventa il fulcro probatorio su cui si decide la questione della cessazione.

    La pronuncia riporta così la questione sul terreno dei fatti. Nella lottizzazione abusiva il momento della cessazione non si legge nell’atto che dichiara la conclusione dei lavori, ma nello stato delle opere: un criterio che valorizza le verifiche materiali e che gli operatori del settore dovranno tenere nella debita considerazione.

  • Articolo nella rivista Buildings, volume 16, pagina 3888: l’impatto dei fattori umani su infortuni e morti nel settore edile americano, attraverso il confronto di tre principali sottosettori.

    Un nuovo contributo scientifico analizza il ruolo dei fattori umani negli infortuni mortali del settore delle costruzioni negli Stati Uniti. Lo studio, pubblicato sulla rivista Buildings al volume 16, pagina 3888, è stato condotto con un approccio comparativo su tre principali sottosettori dell’edilizia americana.

    Il titolo del lavoro, “Human Factor Contributions to Accidents and Fatalities in U.S. Construction: A Comparative Analysis of Three Major Subsectors”, indica il percorso seguito dai ricercatori: confrontare comparti diversi per comprendere come gli aspetti legati al comportamento, all’organizzazione e alla gestione del lavoro incidano sugli esiti più gravi.

    La scelta di un’analisi per sottosettori risponde alla necessità di non trattare il settore delle costruzioni come un blocco omogeneo. Le attività realizzative, le lavorazioni, le dimensioni delle imprese e i contesti operativi cambiano sensibilmente tra un comparto e l’altro, e con essi cambiano anche i profili di rischio e i possibili margini di intervento.

    Per chi opera nella sicurezza in cantiere, il tema dei fattori umani è centrale. Gli infortuni non derivano solo da condizioni materiali o da carenze tecniche, ma anche da variabili legate alle persone, alle procedure, alla comunicazione e alle scelte organizzative. Uno studio comparativo come questo può aiutare a inquadrare il fenomeno con maggiore precisione e a orientare le attività di prevenzione.

    La pubblicazione si riferisce al contesto statunitense, ma il problema dei fattori umani negli infortuni ha una valenza generale. Anche nei cantieri italiani la gestione della sicurezza si confronta quotidianamente con questi aspetti, nella redazione dei documenti di sicurezza, nel coordinamento delle lavorazioni e nei controlli in fase esecutiva.

    L’articolo rappresenta quindi una segnalazione utile per i professionisti che seguono l’evoluzione della letteratura tecnica sulla prevenzione infortuni e che cercano elementi di confronto per migliorare le proprie valutazioni.