Articoli modificati AI

  • Ottimizzazione delle Prestazioni e Implicazioni Ambientali dei Materiali Bituminosi Modificati con Biocarbone: Verso una Progettazione Stradale Sostenibile

    Il biochar ha superato la fase della sperimentazione generica come sostituto dei fillers convenzionali nelle miscele bituminose. La letteratura recente lo descrive come un modificatore multifunzionale, capace di agire simultaneamente sul comportamento reologico dei leganti, sulle emissioni di fumi durante le lavorazioni, sulla resistenza all’invecchiamento e sull’adesione all’interfaccia legante aggregato. Un salto di prospettiva che porta il tema dentro la discussione sulla progettazione sostenibile delle strade e sulla mobilità urbana nelle città intelligenti.

    Prestazioni rilevanti, ma con condizioni stringenti

    Quando il dosaggio resta entro un intervallo appropriato, l’aggiunta di biochar migliora la stabilità a temperatura elevata, la resistenza all’origliatura e all’invecchiamento, oltre all’adesione tra bitume e aggregato. Sul fronte ambientale, la riduzione riguarda i composti organici volatili, gli idrocarburi policiclici aromatici e l’acido solfidrico rilasciati sotto forma di fumi.

    Il rovescio della medaglia è la sensibilità estrema del risultato finale alle caratteristiche del materiale. La materia prima di partenza, il processo di produzione, le proprietà fisico-chimiche, la granulometria, il dosaggio e il grado di dispersione determinano congiuntamente l’esito. Un quantitativo eccessivo o una distribuzione non uniforme delle particelle compromettono la resistenza a trazione a bassa temperatura e la vita a fatica della miscela. I rischi includono anche la separazione di fase e, paradoxso non trascurabile, un aumento delle emissioni di composti organici volatili.

    La domanda è cambiata: non più se, ma quando

    La ricerca nel settore ha quindi spostato il proprio baricentro. La questione non è più stabilire se il biochar funzioni, ma definire in quali scenari applicativi possa essere impiegato per obiettivi prestazionali specifici della pavimentazione, quali target di controllo degli inquinanti si intendano perseguire e su quali orizzonti di ciclo di vita valutati.

    Una revisione critica recente ha integrato le evidenze disponibili su tre scale di indagine: quella del legante puro, quella della malta bituminosa e quella della miscela completa. L’analisi copre l’influenza del biochar sulle prestazioni della pavimentazione, sulle emissioni di fumi, sull’invecchiamento, sull’adesione all’interfaccia e sulla sicurezza ambientale.

    Oltre il dosaggio empirico

    La tesi più significativa riguarda la metodologia di progettazione della miscela. La selezione del dosaggio su base empirica dovrebbe lasciare il posto a un’ottimizzazione coordinata che consideri insieme la struttura del biochar, le prestazioni del materiale, la mitigazione delle emissioni e gli impatti lungo il ciclo di vita. Un approccio sistemico che richiede al progettista di bilanciare obiettivi in parte confliggenti tra loro, dato che gli stessi parametri del modificatore che migliorano la risposta meccanica possono condizionare il comportamento emissionale e la durabilità.

    Verifica dei benefici: il nodo della standardizzazione

    Sul piano della certificazione dei benefici climatici, la questione rimane aperta. La validazione del potenziale di sequestro del carbonio e della sicurezza ambientale delle miscele modificate con biochar richiede framework di valutazione standardizzati e confini di sistema definiti in modo coerente. Senza questi presupposti metodologici, il confronto tra studi e la quantificazione affidabile dei vantaggi in termini di carbonio restano difficili.

    Per i tecnici del settore, la direzione è chiara: l’integrazione del biochar nelle infrastrutture stradali passa dalla costruzione di procedure di caratterizzazione e verifica condivise, necessarie per tradurre le evidenze sperimentali in scelte progettuali difendibili.

    Il lavoro di sintesi, pubblicato su Infrastructures con DOI 10.3390/infrastructures11090305 a firma di Yihui Ke, Enqi Pang, Williamson Gustave, Bi Gu, Hanbo Chen, Yumeng Song, Wei Lin, Xiaokai Zhang e Feng He, fornisce una base per collocare il biochar all’interno di infrastrutture stradali ecocompatibili e resilienti, coerentemente con gli obiettivi della mobilità urbana intelligente e del trasporto sostenibile.

  • Posizionamento Ottimale degli Outrigger con Controventi Vincolati all’Instabilità (BRB) per Prestazioni Sismiche Migliorate negli Edifici Super-Alti

    Quanti outrigger collocare lungo l’altezza di una torre superalta, e a quali quote, è una decisione che pesa in modo diretto sulla risposta sismica dei modelli in cui il comportamento è dominato dal nucleo a parete. La ricerca della soluzione migliore urta però contro un limite pratico: se ogni combinazione candidata va verificata con analisi dinamiche non lineari, metodi esaustivi o evolutivi portano a una domanda di calcolo che cresce in modo combinatorio. La procedura di ottimizzazione proposta da Hamid Nikzad e Shinta Yoshitomi su CivilEng percorre una strada diversa, con una strategia di allocazione power-based che mantiene lineare il numero di analisi rispetto alle posizioni candidate e assume come obiettivo la minimizzazione del massimo drift interpiano.

    Variabili di ottimizzazione e funzione obiettivo

    Il problema è costruito su tre famiglie di variabili: il numero di sistemi outrigger da inserire, la loro collocazione verticale e la rigidezza dei controventi BRB (buckling restrained brace) che li compongono. La funzione obiettivo è unica: minimizzare la risposta massima del drift interpiano. Il riferimento è un modello benchmark dominato dal core wall, per il quale si individua la configurazione capace di migliorare la prestazione sismica complessiva.

    Nove zone e cinque livelli per zona: lo spazio di progetto

    La validazione si basa su un modello numerico suddiviso in nove zone lungo l’altezza, analizzato con analisi time-history non lineari implementate in MATLAB R2025.a (25.1.0.2943329). Gli outrigger possono essere installati tra la zona 2 e la zona 9, e ogni zona ammissibile offre cinque livelli potenziali, ciascuno posto 150 mm sopra la quota di impalcato. Dall’incrocio tra zone e livelli derivano 40 scenari potenziali di posizionamento. A questi si aggiungono vincoli di quantità: il numero complessivo di outrigger è compreso tra uno e otto, con al massimo un elemento per zona.

    Parametro Valore
    Zone del modello 9
    Zone ammissibili per gli outrigger da 2 a 9
    Livelli candidati per zona 5
    Quota dei livelli 150 mm sopra l’impalcato
    Scenari di posizionamento 40
    Numero complessivo di outrigger da 1 a 8
    Outrigger per zona al massimo 1

    Allocazione incrementale della rigidezza dei BRB

    Le configurazioni ottimali del sistema outrigger con BRB vengono individuate distribuendo in modo incrementale la rigidezza dei controventi nelle zone di connessione tra colonna perimetrale e outrigger, secondo una strategia power-based. Il procedimento tiene così insieme le due decisioni che definiscono l’assetto della soluzione: dove collocare i livelli e quanta rigidezza affidare ai bracci in ciascuna configurazione esaminata. A ogni passo dell’algoritmo le due variabili evolvono along lo stesso iter, senza richiedere trattazioni separate.

    Un costo di calcolo che cresce in modo lineare

    Il nodo del metodo sta nel modo in cui vengono generate le analisi. A ogni passo di ottimizzazione la procedura valuta una sola configurazione candidata per piano ammissibile e per livello di outrigger, così il numero di analisi time-history non lineari cresce in modo lineare rispetto alle posizioni candidate. Il confronto con l’approccio esaustivo o con i metodi evolutivi, nei quali la richiesta di calcolo cresce in modo combinatorio, restituisce una riduzione significativa dello sforzo computazionale complessivo.

    Il lavoro, Optimal Outrigger Placement with BRB for Improved Seismic Performance in Super-Tall Buildings, è pubblicato su CivilEng, Vol. 7, pagine 23, ed è consultabile al doi 10.3390/civileng7020023. Per chi si misura con la progettazione delle torri alte, il contributo mostra come l’impostazione dell’algoritmo di ricerca incida sul bilancio di calcolo quando il motore di verifica è un’analisi dinamica non lineare.

  • Ispezione 3D basata su nuvole di punti e quantificazione del volume dei difetti nelle condotte di drenaggio mediante WCPC-GAN e Alpha Shapes adattivi alla densità

    Quantificare il volume reale di un difetto in una condotta di drenaggio in calcestruzzo, anziché limitarsi al riscontro visivo: attorno a questo obiettivo è costruito il framework di ispezione 3D basato su nuvole di punti pubblicato su Infrastructures (Vol. 11, pagine 300, doi: 10.3390/infrastructures11090300) da Shuwei Zhai, Maolin Yao, Xingyi Wang, Lei Qiao e Niannian Wang. Sulle tre geometrie di difetto prese in esame, circolare, triangolare e rettangolare, le accuratezze volumetriche medie superano il 96%, con vantaggi fino a 3,06 punti percentuali rispetto alla baseline CAP-UDF.

    CCTV, profondità mancante e scarsità di dati annotati

    L’ispezione CCTV è la pratica consolidata per il controllo delle reti di drenaggio, ma fornisce informazioni di profondità limitate e non permette di quantificare direttamente la geometria tridimensionale dei difetti. Il passaggio alle nuvole di punti apre la strada alla misura volumetrica, tuttavia il percorso incontra due ostacoli concreti. Il primo è la scarsità di nuvole di punti annotate, un limite che pesa sull’addestramento dei modelli. Il secondo riguarda la ricostruzione di superficie: i metodi convenzionali tendono a produrre artefatti topologici, che si propagano all’integrazione dei volumi e condizionano la valutazione automatica delle condizioni della rete.

    La pipeline in tre stadi

    Il flusso di lavoro risponde a quei vincoli punto per punto. La scarsità di dati viene affrontata con WCPC-GAN, un modello generativo che amplia il campione di difetti disponibile producendo dati sintetici destinati all’addestramento. La segmentazione delle nuvole di punti è affidata a PointNeXt. Segue la fase geometrica: una formulazione Alpha Shape vincolata tramite RANSAC e adattiva alla densità ricostruisce la superficie del difetto, dalla quale il volume viene ricavato per integrazione. Un’impostazione pensata per contenere proprio gli artefatti topologici tipici delle ricostruzioni convenzionali.

    Quindici difetti e un riferimento volumetrico fisico

    La verifica sperimentale è stata condotta su quindici difetti fabbricati indipendentemente l’uno dall’altro, con geometrie circolari, triangolari e rettangolari. I volumi di riferimento non derivano da alcun algoritmo di ricostruzione, ma da misure ripetute basate sullo spostamento d’acqua: il termine di paragone è quindi un dato fisico diretto, indipendente dalla catena di calcolo messa alla prova.

    Accuratezze volumetriche e confronto con CAP-UDF

    Geometria del difetto Accuratezza volumetrica media Scarto rispetto a CAP-UDF
    Circolare 96,32% ± 0,67% +1,62 punti percentuali
    Triangolare 96,78% ± 0,60% +2,68 punti percentuali
    Rettangolare 96,86% ± 0,37% +3,06 punti percentuali

    Sul piano statistico, un’analisi paired bootstrap estende il confronto alla Alpha Shape convenzionale: la riduzione complessiva dell’errore è stimata in 5,56 punti percentuali, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 5,17 e 5,97.

    Dati sintetici e segmentazione su un test set di soli campioni reali

    L’apporto della generazione sintetica si riflette anche nelle prestazioni di segmentazione. Con l’arricchimento del dataset, PointNeXt passa su un test set fisso composto esclusivamente da dati reali da un’accuratezza del 92,52% al 94,53%, mentre la mIoU sale dall’83,53% all’89,98%. Il vincolo del test set, mantenuto invariato e privo di campioni generati, è decisivo nella lettura di questi valori: il guadagno misura l’effetto dell’addestramento su dati arricchiti, non una valutazione facilitata dalla presenza di dati sintetici tra i campioni di prova.

    Il perimetro dei risultati resta quello della campagna di verifica: condizioni sperimentali controllate, difetti fabbricati ad hoc, riferimenti volumetrici misurati fisicamente. Al suo interno, la sequenza messa in campo, dalla generazione sintetica dei dati alla segmentazione con PointNeXt e alla ricostruzione Alpha Shape adattiva, restituisce stime volumetriche fedeli al riferimento fisico, con un margine di errore quantificato statisticamente. Per chi si occupa di ispezione delle reti, il segnale è che la valutazione delle condizioni può spostarsi dal riscontro visivo verso la misura del difetto.

  • Vectorworks 2027: lanciata la nuova versione più reattiva e performante

    Il posizionamento georeferenziato di un modello rappresenta da sempre un punto critico nei workflow di progettazione: rilievi topografici, nuvole di punti e dati GIS viaggiano spesso su sistemi di riferimento differenti, costringendo chi progetta a riallineamenti manuali esposti a errori. Con Vectorworks 2027 la gestione della georeferenziazione viene ricondotta a un procedimento più diretto, pensato per chi opera su modelli BIM e di design senza necessariamente possedere competenze specifiche in ambito GIS.

    Un unico punto di rilievo come riferimento comune

    Il elemento distintivo della nuova release è il Geolocation Setup Wizard, una procedura guidata che ruota l’intero intorno di dati spaziali attorno a un singolo punto di rilievo. In pratica, rilievi, point cloud, layer GIS e immagini di localizzazione vengono allineati rispetto a una stessa origine condivisa.

    Per chi lavora abitualmente con rilievi laser scanner integrati nel modello, la questione non è secondaria: quando più fonti di dati spaziali devono coesistere nello stesso ambiente di lavoro, la coerenza del sistema di coordinate condiziona ogni operazione successiva, dalla modellazione in opera alla produzione dei documenti esecutivi. Ancorare tutto a un punto unico di survey riduce il margine di disallineamento tra le diverse tipologie di dato.

    Immagini Google Maps per gli abbonati

    Sul fronte della contestualizzazione del progetto, Vectorworks 2027 integra nuove immagini di localizzazione provenienti da Google Maps. La disponibilità è riservata ai clienti con abbonamento, mentre il resto delle funzionalità di georeferenziazione resta accessibile nelle modalità previste dalla versione.

    L’inserimento di imagery di localizzazione consente di sovrapporre la rappresentazione del territorio reale al modello, un’operazione utile in fase di verifica dell’inserimento paesaggistico e ambientale dell’intervento, così come durante lo studio delle fasi di cantiere.

    Georeferenziazione senza competenze GIS

    L’obiettivo dichiarato della svolta introdotta in questa versione è l’accessibilità: allineare il modello alle coordinate reali del mondo non richiede più esperienza specifica nei sistemi informativi geografici. Le procedure di setup guidato assorbono la complessità legata alla gestione dei sistemi di riferimento, restituendo al progettista un ambiente in cui i dati spaziali sono già coerenti tra loro.

    Per gli uffici tecnici che gestiscono progetti su più siti, questo approccio può incidere sui tempi di setup iniziale di ogni nuovo incarico, dove tradizionalmente la preparazione dei dati di base del terreno assorbe una parte non trascurabile del lavoro.

    Resta da verificare sul campo, con l’uso concreto nelle commesse, come si comporti la procedura guidata con dataset eterogenei e di grandi dimensioni, una condizione frequente nei progetti infrastrutturali dove point cloud e GIS convivono nello stesso file.

  • Pergotenda bioclimatica su ruote: regole edilizia libera e permessi

    Una pergotenda bioclimatica di 13 mq, realizzata su un’area pertinenziale di un immobile residenziale, è al centro di un’ordinanza di demolizione emessa da un comune della Campania ai sensi dell’articolo 31 del Testo unico dell’edilizia. Il proprietario del manufatto si trova ora davanti a un provvedimento repressivo che elimina ogni margine di sanatoria, con conseguenze dirette sull’intero investimento sostenuto per l’opera.

    ## Le caratteristiche del manuftato contestato

    La struttura oggetto del provvedimento non è una tipologia convenzionale di copertura da giardino. Il comune la descrive come una pergotenda bioclimatica poggiata su ruote, con intelaiatura metallica verticale ed orizzontale e copertura in tessuto retrattile, aperta su tutti i lati. Un insieme di elementi che, sul piano tecnico, dovrebbe collocarla tra i manufatti leggeri e reversibili: nessuna fondazione tradizionale, apertura perimetrale totale, possibilità di spostamento e un involucro superiore non rigido.

    Proprio la presenza delle ruote e del tessuto retrattile è il punto che rende la vicenda rilevante per i professionisti del settore. Nel dibattito sulla classificazione edilizia delle opere, i manufatti dotati di mobilità intrinseca vengono spesso presentati in sede autorizzativa come strutture amovibili o temporanee, esentate da titolo abilitativo. L’ordinanza in questione esprime una valutazione opposta: per l’amministrazione comunale il manufatto è stato realizzato abusivamente, in quanto in contrasto con la disciplina edilizia di riferimento.

    ## L’articolo 31 del Testo unico edilizia

    La scelta del fondamento giuridico non è secondaria. L’articolo 31 del DPR 380/2001 prevede la demolizione dei lavori eseguiti senza il permesso di costruire o in violazione di esso, quando la violazione non sia eliminabile attraverso la sanatoria di cui all’articolo 36. Si tratta della forma più severa di repressione dell’abusivismo edilizio: il provvedimento è immediatamente esecutivo e non lascia spazio a interventi di adeguamento o conformazione dell’opera.

    Per il proprietario, quindi, non è in discussione un contributo concessorio o un titolo a posteriori, ma la sopravvivenza stessa del manufatto. La giurisprudenza amministrativa ha da tempo confermato che le opere eseguite in assenza di titolo, anche se tecnicamente leggeri e potenzialmente reversibili, possono essere assoggettate a demolizione quando l’amministrazione ne contesti la liceità urbanistica.

    ## Rilevanza per progettisti e committenti

    Il caso offre spunti concreti per chi opera nella progettazione di opere leggere su aree private. La qualificazione di un manufatto come opera amovibile non dipende soltanto dalle sue caratteristiche costruttive, ma dalla disciplina urbanistica comunale applicabile e dalla coerenza tra quanto dichiarato in fase di presentazione e la natura effettiva dell’opera. Strutture aperte su tutti i lati, prive di fondazioni ancorate al terreno e dotate di sistema di copertura retrattile possono legittimamente essere considerate mobili, ma il giudizio finale resta di competenza dell’amministrazione che verifica la conformità al piano regolatore.

    Il rischio operativo per i progettisti è chiaro: la semplice adozione di soluzioni tecniche che suggeriscono reversibilità non costituisce, da sola, titolo edilizio. La verifica preliminare della normativa comunale sull’ammissibilità delle strutture leggere in area pertinenziale, prima della definizione del dettaglio costruttivo, resta il passaggio che separa un intervento lectito da una contestazione con esito demolitorio.

    ## Il nodo della pertinenziale

    L’area pertinenziale aggiunge un ulteriore livello di attenzione. Le pertinenze degli edifici seguono in linea generale lo stesso regime urbanistico del bene principale, e la realizzazione di manufatti su queste aree è soggetta ai limiti di distacco, copertura e destinazione previsti dagli strumenti urbanistici locali. Un’area pertinenziale non equivale a una zona libera da vincoli: l’ordinanza campana conferma che anche un manufatto di 13 mq, di volume contenuto, può essere sottoposto a procedimento repressivo quando l’amministrazione ne accerti il contrasto con la disciplina vigente.

    Per il settore delle strutture leggere e delle coperture bioclimatiche, il messaggio che emerge dalla vicenda è netto. La dimensione ridotta, la mobilità e la permeabilità del manufatto non sono elementi che assicurano per sé l’esenzione dal titolo edilizio: la valutazione resta vincolata al quadro normativo comunale, e chi progetta opera, in questo ambito, con un margine di incertezza che merita verifica prima che la struttura venga installata.

  • Valutazione dell’impatto delle nano-zeoliti e della calce sulla resistenza dei terreni ricostituiti mediante un framework di Machine Learning spiegabile

    Un coefficiente di determinazione pari o superiore a 0,98 nella previsione della resistenza di un terreno stabilizzato: è il risultato conseguito dalle reti neurali artificiali e dai random forest nello studio pubblicato su Construction Materials (MDPI, vol. 6, articolo 37, doi: 10.3390/constrmater6030037). La ricerca, condotta da Paula Abdo-Peralta, Nestor Ulloa, Evelin Rosero, Kerly Mishell Vaca Vallejo, Mauricio Chavez e Christian Rolando Zapata León, affianca a una campagna di prove su miscele di terreno ricostituito un impianto di machine learning interpretabile, pensato per quantificare il peso di ogni variabile sul comportamento meccanico del sistema stabilizzato.

    L’impianto sperimentale su terreno ricostituito

    Le prove sono state condotte su campioni di terreno ricostituito, preparati con proporzioni variabili di nano-zeolite, calce e frazione fine. La maturazione è avvenuta in condizioni controllate di temperatura e di tempo, entrambe assunte tra gli ingressi del modello insieme ai dosaggi degli stabilizzanti. Per ogni combinazione è stata misurata la resistenza q, grandezza che ha fatto da riferimento sia nel confronto meccanico tra le miscele sia come variabile obiettivo dell’addestramento degli algoritmi.

    Otto modelli a confronto in Weka 3.8.6

    L’apparato predittivo comprende otto modelli sviluppati in Weka 3.8.6. Oltre alle reti neurali artificiali (ANN) e ai random forest (RF), il confronto ha coinvolto il random tree (RT), l’accoppiata random committee-random tree (RC-RT), le regole M5Rules, l’algoritmo KStar, il modello RBFS e la combinazione additive regression-decision stump (AR-DS). Tutti stimano la resistenza a partire dagli stessi parametri di ingresso, in modo da rendere diretto il raffronto tra le diverse architetture.

    Metriche di errore e prestazioni predittive

    La valutazione è stata condotta con un insieme esteso di indicatori: somma dei quadrati degli errori (SSE), errore assoluto medio (MAE), errore quadratico medio (MSE), radice dell’errore quadratico medio (RMSE), errore percentuale, accuratezza percentuale, coefficiente di determinazione R², coefficiente di correlazione, indice di Willmott, efficienza di Nash-Sutcliffe, efficienza di Kling-Gupta e SMAPE.

    Su questa batteria di misure ANN e RF si collocano in testa, con R² pari o superiore a 0,98 ed errori di previsione contenuti. Entrambi gli algoritmi catturano le interazioni non lineari che legano il dosaggio degli stabilizzanti, il tempo di cura e le condizioni ambientali, aspetto che i modelli più semplici faticano a rappresentare con la stessa fedeltà.

    Sensitività e SHAP: la gerarchia delle variabili

    Il passaggio più rilevante per l’uso pratico dei modelli riguarda l’interpretabilità. Le analisi di sensitività, condotte tramite l’indice di analisi e i valori SHAP, identificano nella nano-zeolite, nella calce e nel tempo di cura i fattori dominanti sulla resistenza, mentre il contenuto di fini e la temperatura di maturazione esercitano effetti secondari.

    Ne risulta una gerarchia esplicita delle variabili di ingresso, che distingue ciò che governa il comportamento della miscela da ciò che incide in misura minore. Per chi lavora su miscele stabilizzate, conoscere questa scala di priorità vale quanto il singolo valore di accuratezza del modello.

    Implicazioni per la stabilizzazione dei terreni

    I risultati confermano un incremento significativo della resistenza del terreno ricostituito in presenza di nano-zeolite e calce, e dimostrano che modelli di machine learning interpretabili sono in grado di predire e spiegare in modo affidabile il comportamento del materiale. La proposta che ne discende è un impianto data-driven per una stabilizzazione ottimizzata dei terreni, in cui sperimentazione di laboratorio e modellazione predittiva procedono insieme e l’interpretazione dei modelli affianca la previsione numerica.

    Resta il punto metodologico. Un indice di accuratezza elevato, da solo, dice poco a chi deve dosare una miscela; la possibilità di risalire alle variabili che governano la resistenza rende questo approccio utilizzabile anche come strumento di lettura del comportamento del terreno stabilizzato, oltre che come strumento di stima.

  • Prestazioni meccaniche e struttura dei pori del calcestruzzo con aggregato riciclato rinforzato con fibre di basalto e aggregato grosso riciclato al 100% pretrattato: effetto delle lunghezze miste delle fibre

    Assorbimento e indice di frantumazione sono i due parametri che di solito condannano il aggregato ricicloso grosso a un impiego marginale nelle calcestruzzo strutturali. Lo studio di Kai Li, Kamtornkiat Musiket, Boonchai Phungpaingam e Supasit Pongsivasathit, pubblicato su Construction Materials (doi: 10.3390/constrmater6040038), affronta il problema su due fronti simultanei: una pretrattamento in due stadi con nano-silice e latte di cemento per migliorare la qualità dell’aggregato, e un sistema di fibre di basalto a lunghezze miste per compensare le carenze meccaniche residue del calcestruzzo con aggregato riciclato al 100%.

    Pretrattamento dell’aggregato riciclato: i numeri

    L’impianto di riciclaggio comprende due stadi, il primo con nano-silice, il secondo con slurry cementizio. L’esito misurato è concreto: l’assorbimento d’acqua scende dal 4,97% al 3,11%, mentre l’indice di frantumazione passa dal 20,5% al 13,4%. Sono variazioni rilevanti, perché agiscono proprio sulle due debolezze tipiche del ricicloso, la porosità elevata della pasta aderente e la minore resistenza intrinseca del grano.

    Piano sperimentale sulle fibre di basalto

    Sul calcestruzzo pretrattato sono state valutate quattro configurazioni di lunghezza delle fibre di basalto: 6 mm, 12 mm, 24 mm e un sistema misto. Per ciascuna configurazione sono stati testati tre volumi in frazioni di 0,1%, 0,2% e 0,3%. La risposta meccanica è stata quantificata tramite prove di compressione e compressione diametrale (splitting tensile), completate da microscopia elettronica a scansione, porosimetria a intrusione di mercurio e analisi statistica dei risultati.

    Risultati a 28 giorni: lunghezza unica contro sistema misto

    A 28 giorni la miscela BF24V1, con fibre da 24 mm al dosaggio dell’1%, ha fornito la massima resistenza a compressione. Il sistema a lunghezze miste al medesimo dosaggio, BFmixV1, ha invece offerto il miglior bilancio complessivo, coniugando un’elevata resistenza a compressione con il valore più alto di resistenza a trazione indiretta.

    Il confronto è stato condotto rapportando le prestazioni del sistema misto alla media delle miscele a lunghezza singola allo stesso dosaggio. Da questa verifica emerge un effetto sinergico positivo della combinazione di lunghezze: le fibre corte e lunghe lavorano su scale diverse nel contrastare la propagazione delle cricche.

    Pori e microstruttura

    Le osservazioni al SEM e la porosimetria a mercurio collocano il fenomeno su due piani. Da un lato il ponteggi delle cricche risulta più efficace nella configurazione mista, dall’altro la distribuzione dimensionale dei pori subisce una raffinazione apprezzabile. La curva dei pori più fine si riflette sulla matrice e contribuisce a spiegare il comportamento meccanico rilevato nelle prove di compressione e di trazione.

    Dosaggi bassi come strategia

    La fascia di frazioni volumiche testate, fino allo 0,3%, resta contenuta, e la risposta non è monotonica rispetto a lunghezza e dosaggio: le prestazioni migliorano con le fibre, ma in modo dipendente dalla configurazione adottata. La conclusione operativa degli autori è che un sistema a lunghezze miste a basso dosaggio costituisce una via praticabile per elevare le prestazioni del calcestruzzo con aggregato riciclato pretrattato, con ricadute dirette sulla sostenibilità delle forniture di inerte per opere strutturali.

    Per chi progetta con RAC in zone a bassa sismicità o per elementi non portanti pregiudicati, la combinazione di pretrattamento dell’aggregato e rinforzo fibroso ibrido propone un percorso documentato sperimentalmente, con dati quantificati su assorbimento, indice di frantumazione e resistenze a 28 giorni.

  • Prestazioni delle malte sananti contro la migrazione degli ioni cloruro nelle murature storiche contaminate

    Il problema dei sali solubili nelle murature storiche resta uno dei nodi più ostinati della riabilitazione dell’edilizia in laterizio. Un gruppo di ricerca brasiliano coordinato da Leandro Blois, Rafael Beltrame, Jorge Nunes, Thamires Alves da Silveira, Rafaella dos Passos Nörnberg e Rafael de Avila Delucis, pubblicato su Construction Materials (doi: 10.3390/constrmater6040047), ha messo alla prova un intonaco di risanamento applicato su murature ceramiche artificialmente contaminate, con l’obiettivo di quantificarne la capacità di trattenere gli ioni cloruro.

    Il protocollo sperimentale

    La campagna è stata condotta in laboratorio su substrati in mattoni ceramici saturati con soluzione salina. Sui provini sono stati applicati rivestimenti dello stesso malta di risanamento con tre spessori differenti: 3 cm, 5 cm e 7 cm. I campioni così trattati sono stati quindi sottoposti a contaminazione accelerata in condizioni controllate, per replicare in tempi ridotti i fenomeni di migrazione salina che nell’edilizia storica si sviluppano su scale temporali molto più lunghe.

    Dopo 120 giorni di stagionatura, i profili di concentrazione dei cloruri sono stati determinati tramite titolazione potenziometrica. Una scelta metodologica che consente di ricostruire la distribuzione degli ioni lungo lo spessore del sistema substrato-intonaco, e non solo di misurarne la quantità totale.

    Risultati: la matrice porosa come serbatoio di sali

    Il comportamento complessivo del rivestimento risulta positivo. La malta di risanamento trattiene efficacemente i sali solubili all’interno della propria matrice porosa, limitandone la migrazione verso la superficie esterna e riducendo il potenziale di formazione di efflorescenze.

    Il dato più interessante riguarda il confronto tra gli spessori. Con lo strato da 3 cm la ritenzione dei sali risulta comunque soddisfacente, pur con una distribuzione meno definita. Con i 5 cm si ottiene il profilo più favorevole: un picco di concentrazione marcato all’interfaccia tra substrato e malta, seguito da una rapida decrescita verso l’esterno. Questa configurazione indica la formazione di una vera e propria zona di ritenzione dei cloruri, in cui i sali vengono accumulati nella parte interna del rivestimento invece che sulla superficie visibile.

    Lo spessore da 7 cm, controintuitivamente, presta il fianco: la distribuzione degli ioni diventa più omogenea lungo lo strato, ma il profilo di ritenzione perde definizione, senza un confine netto tra area di accumulo e area protetta.

    Implicazioni per la pratica del restauro

    Per chi opera su murature storiche contaminate, il messaggio operativo è duplice. Da un lato, la presenza di un picco di concentrazione all’interfaccia conferma il funzionamento del principio del plasmagione del sale all’interno dell’intonaco, con il punto di deposito dei cloruri spostato in profondità e non sulla faccia a vista. Dall’altro, la scelta dello spessore non è un dettaglio esecutivo secondario: spessori eccessivi sembrano diluire il gradiente di concentrazione e indebolire proprio il meccanismo che rende efficace il rivestimento.

    Il plasmagione e la stesura: lo spessore da 5 cm, con il suo picco all’interfaccia, definisce una zona di accumulo netta. I 7 cm producono una distribuzione più omogenea ma una ritenzione meno differenziata.

    Occorre però mantenere la dovuta prudenza interpretativa. I risultati derivano da prove su substrati ceramici artificialmente contaminati, in regime di laboratorio e con contaminazione accelerata. La validazione su murature storiche reali, con sali di natura diversa, umidità variabile e condizioni ambientali non controllate, resta un passaggio ancora da compiere prima di trasferire i dati in cantiere.

    Resta comunque un contributo sperimentale utile per chi deve dimensionare interventi di risanamento: la conferma che la geometria del rivestimento, e non solo la formulazione del legante, influenza direttamente la distribuzione dei cloruri e il rischio di efflorescenze superficiali.

  • Graitec ottiene lo status di Autodesk Gold Partner: importazione articoli per IngForum

    Graitec è diventato Autodesk AECO Gold Technology Partner. Il riconoscimento è stato ottenuto con Graitec File Sync, uno strumento di integrazione dati che sincronizza automaticamente file e cartelle tra piattaforme differenti, tra cui Autodesk Forma, Procore, Bluebeam, Microsoft SharePoint e Egnyte.

    Il tema tocca un nodo noto della gestione informativa: dati di progetto distribuiti su più sistemi, con trasferimenti manuali tra un ambiente e l’altro. È il contesto in cui si colloca lo strumento riconosciuto da Autodesk.

    Migrazione con struttura e denominazioni preservate

    Oltre alla sincronizzazione, le aziende AEC possono utilizzare File Sync per migrare dati di progetto da una piattaforma all’altra mantenendo invariati la struttura e le convenzioni di denominazione. In questa modalità lo strumento riduce il rischio di conflitti tra versioni e di file instradati verso destinazioni errate.

    Backup e archiviazione dei dati di Autodesk Forma

    File Sync può essere impiegato anche per eseguire il backup e l’archiviazione dei dati di progetto di Autodesk Forma verso destinazioni esterne. Secondo lo sviluppatore, questa possibilità garantisce continuità e conformità lungo l’intero ciclo di vita del progetto.

    Le dichiarazioni di Graitec e Autodesk

    “I nostri clienti si affidano ogni giorno agli strumenti Autodesk, e questo riconoscimento significa che possiamo offrire loro un’esperienza più integrata e connessa, che si traduce direttamente in meno errori, consegne più rapide e meno tempo dedicato alla gestione manuale dei dati”, dichiara Gary Edwards, solution line senior director di Graitec.

    “I dati frammentati tra team e sistemi restano una sfida centrale per la consegna dei progetti. Graitec File Sync aiuta a mantenere i dati di progetto connessi tra team e sistemi, per garantire che i team lavorino sui piani più aggiornati. Centralizzando questi dati in Autodesk Forma, i clienti ottengono un coordinamento migliore e un minor sforzo manuale lungo l’intero ciclo di vita del progetto.”

    Ad affermarlo è James Cook, director, industry & technology partnerships di Autodesk.

    La qualifica di Gold Technology Partner resta quindi legata a un prodotto specifico e a tre scenari operativi dichiarati: sincronizzazione automatica di file e cartelle tra piattaforme, migrazione con struttura e denominazioni preservate, backup e archiviazione dei dati di progetto sviluppati su Autodesk Forma.

  • Graitec ottiene lo status di Gold Partner Autodesk

    Graitec ha ottenuto la qualifica di Autodesk AECO Gold Technology Partner grazie a Graitec File Sync, uno strumento di integrazione dati che sincronizza automaticamente file e cartelle tra piattaforme diverse, tra cui Autodesk Forma, Procore, Bluebeam, Microsoft SharePoint ed Egnyte. Il riconoscimento è legato alle funzioni di migrazione, sincronizzazione e backup tra sistemi cloud e locali: operazioni che incidono sulla coerenza delle informazioni di progetto e sul rischio, per gli uffici tecnici, di lavorare su dati non aggiornati.

    Sincronizzazione automatica tra piattaforme

    Il nucleo funzionale di File Sync è la sincronizzazione automatica di file e cartelle tra i sistemi coinvolti nella gestione di un progetto. Le integrazioni dichiarate riguardano Autodesk Forma, Procore, Bluebeam, Microsoft SharePoint ed Egnyte, un perimetro che copre sia ambienti cloud sia sistemi locali. Lo strumento si colloca quindi nell’ambito della gestione dei dati tecnici, con l’obiettivo di mantenere allineate le informazioni quando risiedono in piattaforme differenti.

    Migrazione con struttura e denominazioni preservate

    Gli studi del settore AEC possono utilizzare lo strumento anche per trasferire i dati di progetto da una piattaforma all’altra mantenendo invariati la struttura e le convenzioni di denominazione. Secondo Graitec, questo riduce il rischio di conflitti tra versioni e di file instradati verso percorsi errati, due criticità che emergono con frequenza quando i dati vengono spostati manualmente tra sistemi diversi.

    Backup e archiviazione dei dati di Forma

    La terza area funzionale dichiarata riguarda il backup e l’archiviazione dei dati di progetto di Autodesk Forma verso destinazioni esterne. Secondo gli sviluppatori, questa funzione garantisce continuità e conformità lungo l’intero ciclo di vita del progetto. Si tratta di una dichiarazione del produttore, non di una verifica indipendente.

    Le dichiarazioni di Graitec e Autodesk

    Sul significato del riconoscimento, Gary Edwards, solution line senior director di Graitec, ha affermato:

    I nostri clienti si affidano agli strumenti Autodesk ogni giorno e questo riconoscimento significa che possiamo offrire loro un’esperienza più integrata e connessa, che si traduce direttamente in un numero minore di errori, consegne più rapide e meno tempo dedicato alla gestione manuale dei dati.

    James Cook, director industry & technology partnerships di Autodesk, ha invece indicato nei dati frammentati tra team e sistemi una sfida centrale per la consegna dei progetti:

    File Sync di Graitec aiuta a mantenere i dati di progetto connessi tra team e sistemi, garantendo che le squadre lavorino a partire dai piani più aggiornati. Centralizzando questi dati in Autodesk Forma, i nostri clienti beneficiano di un migliore coordinamento e di un ridotto sforzo manuale lungo l’intero ciclo di vita del progetto.

    Che cosa resta sul campo

    Al di là delle dichiarazioni, la notizia indica tre capacità operative concrete: sincronizzazione automatica tra piattaforme, migrazione dei dati con struttura e convenzioni di denominazione preservate, backup e archiviazione dei progetti Forma verso destinazioni esterne. I benefici evocati, dalla riduzione dei conflitti di versione al minor carico di gestione manuale, provengono dai responsabili delle due aziende e vanno letti come posizioni commerciali, non come valutazioni verificate.