Articoli modificati AI

  • McKinsey e Alice Technologies annunciano un’alleanza strategica nel settore delle costruzioni

    McKinsey e Alice Technologies hanno formalizzato un’alleanza commerciale dedicata alla pianificazione generativa (generative scheduling) di grandi progetti di capitale. La collaborazione, presentata come scheduling abilitato da AI e analisi avanzate applicato alla consegna dei progetti, si fonda su circa cinque anni di lavori congiunti presso clienti nei settori infrastrutture, data center, energia, mining e manifattura.

    Risultati dichiarati

    L’approccio è stato finora applicato presso più di 35 clienti. McKinsey indica riduzioni dei tempi di programma fino al 20 percento. In un caso documentato, relativo a un operatore globale di data center, la riduzione è stata di circa il 40 percento rispetto al programma di costruzione di base, ottenuta semplificando la logica del programma e ottimizzando sequenziamento e allocazione delle risorse su più di 13 inefficienze identificate.

    Come funziona la piattaforma

    Il fondamento tecnico della piattaforma di Alice Technologies è un modello di esecuzione parametrico che acquisisce dati BIM e programmazioni Primavera P6 per simulare milioni di combinazioni di sequenziamento e caricamento delle risorse. Manodopera, attrezzature, materiali, vincoli spaziali e sequenza sono trattati come variabili regolabili: i planner possono così valutare i trade-off tra costo, durata e rischio senza vinolarsi a un unico programma deterministico.

    L’approccio si distingue dallo scheduling a percorso critico convenzionale perché genera e ordina le alternative, invece di richiedere ai pianificatori di costruire gli scenari manualmente.

    Il ruolo di McKinsey

    Il contributo della società di consulenza riguarda l’inserimento dello strumento in un sistema più ampio di project controls e nelle modifiche al modello operativo, una distinzione che la stessa McKinsey sottolinea per circoscrivere il perimetro delle affermazioni di performance. Mark Pitcher, partner della Capital Excellence Practice di McKinsey, ha osservato che “costruire programmi più robusti, guidati dall’analisi, è un’opportunità critica per il settore”. Il commento pubblicato dalla società avverte tuttavia che un miglioramento duraturo richiede lo sviluppo di capacità interne e l’integrazione con i processi di pianificazione esistenti, non il solo deploy del software.

    Contesto e limiti

    L’alleanza si inserisce in un andamento più generale della consulenza sui progetti di capitale, in cui le società di consulenza affiancano alle offerte metodologiche tradizionali partnership tecnologiche strutturate. Il settore delle costruzioni storicamente resta indietro rispetto ad altre industrie nel miglioramento della produttività e gli sforamenti di tempi e costi sui grandi programmi costituiscono un problema persistente: è questo il contesto del crescente interesse per gli strumenti di pianificazione basati su simulazione.

    I vincoli pratici della pianificazione generativa su larga scala – qualità dei dati richiesti, fedeltà del modello, cambiamento organizzativo necessario per agire sugli output – implicano che i risultati possano variare sensibilmente in base al tipo di progetto e alla maturità del committente. McKinsey tiene conto di questi fattori inquadrando l’alleanza come proposta congiunta di tecnologia e modello operativo, non come offerta solo software. La misura in cui gli esiti documentati presso i clienti saranno replicabili su un portafoglio più ampio resta da accertare man mano che il deployment si estende.

  • Rete neurale leggera per il rilevamento in tempo reale dei difetti delle pavimentazioni stradali mediante attenzione alle coordinate multi-scala e distillazione della conoscenza multi-granularità

    72,5 frame al secondo su una NVIDIA Jetson Orin Nano: è il regime di inferenza dichiarato per la rete di rilevamento dei dissesti pavimentali presentata su Infrastructures da Dongpo Chen e colleghi (doi: 10.3390/infrastructures11090308). Il dato ha peso perché il contesto operativo non è la postazione da ufficio tecnico, bensì la GPU embedded imbarcata sui veicoli di ispezione, ambiente in cui i detector progettati inseguendo la sola accuratezza faticano a essere schierati. Accanto al throughput, il lavoro riporta una mAP@0.5 pari al 71,65%, un valore però da riferire al protocollo valutativo adottato dagli autori, non al test set ufficiale del benchmark.

    Due geometrie opposte nello stesso rilevatore

    Il rilevamento automatico dei dissesti pavimentali è da tempo parte della manutenzione delle infrastrutture di trasporto e della gestione del patrimonio stradale (road asset management). Nella pratica, un unico modello deve riconoscere oggetti dalle morfologie molto distanti: le crepe si presentano come topologie sottili e allungate, le buche come forme blob, prive di direzionalità preferenziale. Un backbone generico tende in questi casi a sotto-rappresentare almeno una delle due classi. A questo problema di natura geometrica se ne aggiunge uno di sistema: i detector devono girare sulle GPU embedded montate sulle piattaforme di ispezione, e i modelli costruiti per la massima accuratezza risultano di regola troppo pesanti per quell’hardware.

    Attenzione coordenata multi-scala nel neck

    La prima risposta interviene sul neck. Gli autori vi inseriscono un modulo MSCA, multi-scale coordinate attention, che codifica insieme le dipendenze a lungo raggio lungo righe e colonne e il contesto locale multi-scala. La combinazione risulta utile alle crepe slanciate e resta al contempo contenuta sotto il profilo del costo computazionale.

    Una detection head con bias induttivo per gli oggetti allungati

    Il secondo intervento si colloca sulla testa di rilevamento. La SADH, slender-aware detection head, accoppia al ramo quadrato standard un ramo asimmetrico basato su convoluzioni (1 \times k) e (k \times 1), inserendo nella testa un bias induttivo esplicito verso gli oggetti allungati. La geometria filiforme delle crepe viene così codificata nella forma stessa dei kernel, non lasciata alla sola capacità di apprendimento del modello.

    Distillazione della conoscenza su tre granularità

    Il terzo elemento è lo schema MGKD, multi-granularity knowledge distillation, che trasferisce al modello leggero la conoscenza di un teacher più pesante su tre livelli complementari: feature a livello di pixel mascherate dall’attenzione, relazioni tra coppie di istanze e logit di classe decouplati. La copertura rispecchia i tre livelli distinti di informazione su cui poggia un detector denso multi-classe, dalla rappresentazione locale alle relazioni tra oggetti fino alla distribuzione delle classi.

    RDD2022, buche in-house e protocollo a seme fisso

    L’addestramento e la valutazione combinano il benchmark pubblico RDD2022 con un set interno supplementare di buche su asfalto. La valutazione è condotta a seme fisso e a esecuzione singola: sul test split definito dagli autori il metodo raggiunge una mAP@0.5 del 71,65%, con confronto limitato a sette baseline representative valutate sotto lo stesso protocollo. Il valore non è direttamente confrontabile con le valutazioni condotte sul test set ufficiale di RDD2022, un punto da tenere presente in ogni lettura comparativa.

    Parametro dichiarato Valore
    mAP@0.5, test split degli autori 71,65%
    Throughput su NVIDIA Jetson Orin Nano 72,5 FPS
    Baseline in confronto, stesso protocollo 7

    Sul piano dell’efficienza la rete gira a 72,5 FPS sulla Jetson Orin Nano. La latenza resta modestamente superiore a quella di YOLOv8s, pur conservando la capacità di inferenza in tempo reale richiesta dall’ispezione pavimentale a bordo veicolo.

    Per chi si occupa di rilievi stradali e gestione del patrimonio infrastrutturale, il punto di interesse sta nel modo in cui le scelte architettoniche rispondono punto per punto ai due vincoli di partenza: geometrie di classe opposte da una parte, budget computazionale dell’hardware imbarcato dall’altra. I numeri restano ancorati allo split e al protocollo degli autori; un confronto con la letteratura su RDD2022 passa necessariamente dal test set ufficiale del benchmark.

  • Verso miscele asfaltiche completamente riciclate: condizionamento di fresato di pavimentazione asfaltica (RAP) al 100% mediante leganti modificati con olio motore di scarto

    Il riciclaggio integrale del fresato bituminoso si scontra da sempre con un ostacolo tecnico preciso: la rigidità eccessiva di un legante che ha già subito invecchiamento in esercizio e in impianto. Una ricerca pubblicata su Construction Materials (doi: 10.3390/constrmater6040043), firmata da Eslam Tantawy, Ahmed Mohamady Abdallah ed Eslam Deef-Allah, affronta il problema proponendo un protocollo di condizionamento di miscele a base 100% RAP con leganti modificati tramite olio motore di scarto.

    Olio motore di scarto come agente rigenerante

    La sperimentazione parte da un bituminoso classificato in gradazione di penetrazione 60–70, modificato con tre dosaggi di olio motore di scarto (WEO): 5%, 8% e 10% in peso sul legante. I leganti modificati ottenuti (WEOMB) sono stati caratterizzati attraverso analisi fisiche, chimiche e composizionali.

    I risultati convergono su un comportamento coerente. Con il dosaggio al 10%, il punto di rammollimento scende del 18% mentre la penetrazione cresce di quasi l’8%: un doppio effetto che migliora la lavorabilità del legante e ne ammorbidisce la struttura. Sul piano chimico, il WEO agisce sulla struttura colloidale del bitume, incrementando le frazioni alifatiche e la mobilità molecolare, riducendo il contenuto di resine e favorendo la quota di saturi più aromatici.

    Il protocollo di condizionamento del RAP

    La fase di condizionamento delle miscele riciclate è stata condotta a 160 °C per 45 minuti, aggiungendo l’1% di WEOMB rispetto al peso totale della miscela RAP. Il legante impiegato conteneva, di volta in volta, le diverse percentuali di WEO sperimentate.

    Tra le combinazioni testate, la miscela interamente riciclata trattata con WEOMB all’8% di WEO ha fornito la risposta meccanica più equilibrata. Le analisi del modulo dinamico e dell’angolo di fase indicano che il condizionamento riduce la sovrarigidità tipica del RAP non trattato, riportando il comportamento viscoelastico su valori bilanciati. Da questo deriva un miglioramento della resistenza all’ornimentazione, insieme a una adeguata capacità di opposizione alla fessurazione.

    Implicazioni operative

    Il valore del lavoro risiede nella dimostrazione che miscele con il 100% di materiale riciclato possono raggiungere prestazioni meccaniche equilibrate, a condizione di governare il dosaggio dell’agente rigenerante. Un dosaggio errato, infatti, rischia di eccessivamente ammorbidire il legante o di lasciare inalterata la rigidità del fresato. Il protocollo proposto, articolato su caratterizzazione del legante modificato e condizionamento termico controllato, offre una traccia metodologica per chi opera su riciclaggio integrale in centrale e sulla progettazione di miscele ad alto contenuto di RAP.

    Resta aperta la verifica delle prestazioni di lungo periodo, ma il quadro sperimentale conferma la fattibilità tecnica di produzioni interamente riciclate con comportamento viscoelastico controllato.

  • Scale architettoniche: progetti e disegni tecnici in DWG | Archweb

    Alzata, pedata, pendenza, larghezza di rampa e numero dei gradini: poche grandezze fissano la cadenza con cui un edificio viene attraversato in verticale. Attorno a questi parametri, però, si sviluppa un problema di progetto più ampio, perché il collegamento tra quote diverse si intreccia con l’organizzazione dei percorsi, con le relazioni visive tra i livelli e con la lettura della sezione. Esistono edifici in cui la scala resta un componente tecnico e discreto, e casi in cui posizione, geometria delle rampe, rapporti con i vuoti e con la luce arrivano a caratterizzare l’identità dell’intera opera.

    Per chi progetta, la scala è dunque uno dei pochi luoghi in cui corpo, distribuzione, struttura e spazio si controllano simultaneamente: un sistema da impostare insieme in pianta e in sezione, e non l’esito di un dislivello da risolvere.

    La posizione del vano scala governa la distribuzione

    Collocare il collegamento verticale è una decisione primaria, con effetti diretti sulla gerarchia dei percorsi e sul funzionamento complessivo. Una scala centrale concentra i flussi e rende riconoscibile il cuore distributivo: dialogando con un atrio, con un vuoto a tutta altezza, con una corte interna o con un sistema di ballatoi, svolge anche una funzione di orientamento oltre che di collegamento.

    La collocazione laterale, o addossata al perimetro, lavora in senso opposto. Libera gli ambienti principali e serve in modo più controllato funzioni ripetute come alloggi, uffici, aule o spazi ricettivi; la distribuzione risulta più compatta, l’interferenza con gli spazi serviti diminuisce e la continuità dei locali principali viene preservata.

    Diversa ancora la condizione del corpo scala esterno, che incide direttamente su volume e prospetto. Portare la scala fuori dal perimetro chiuso fa del collegamento verticale parte della facciata, con aggetti, profondità, ombre e sequenze di percorrenza leggibili dall’esterno: la distribuzione interna diventa così espressione architettonica.

    Merita cura anche il pianerottolo, spesso ridotto a elemento di pausa. Funziona come soglia, affaccio o punto di orientamento; gestisce il cambio di direzione, spezza la corsa dei gradini e rende la salita più leggibile. In molti casi sono proprio questi momenti intermedi a costruire la qualità del vano.

    Rettilinee, a svolte, elicoidali: la scelta della geometria

    Le tipologie derivano dal modo in cui la rampa occupa la pianta e si sviluppa in sezione. La scala rettilinea è la soluzione più immediata: definisce una direzione chiara e può rafforzare l’ordine compositivo di un ambiente, ma richiede uno sviluppo longitudinale consistente e, se non proporzionata, genera passaggi rigidi o monotoni.

    Le rampe con una o più svolte consentono di controllare l’ingombro. Soluzioni ortogonali, parallele o contrapposte concentrano il collegamento in un vano compatto e permettono sequenze articolate: la scala a U riduce l’occupazione di spazio e interrompe la linearità della percorrenza, mentre il pozzo aperto valorizza il vuoto centrale e crea relazioni visive tra piani diversi.

    Una famiglia a parte è quella delle scale a chiocciola ed elicoidali. La chiocciola tradizionale, organizzata attorno a un elemento centrale, riduce l’ingombro e concentra il percorso in una pianta circolare o poligonale: adatta quando lo spazio manca, ma con una percorrenza selettiva, poco adatta ai flussi intensi. L’elicoidale, soprattutto quando ruota intorno a un vuoto più ampio, assume un carattere plastico e rappresentativo, con percorrenze continue e una marcata presenza scenica.

    Le scale monumentali o biforcate rispondono a un’altra logica: rappresentare una gerarchia. In palazzi, musei, biblioteche, teatri e grandi spazi pubblici il collegamento verticale diventa dispositivo cerimoniale, prolunga la durata dell’accesso e carica di solennità il passaggio di livello.

    Passo, ritmo e percezione del movimento

    Una scala risulta ben progettata quando alzata, pedata, pendenza, larghezza e posizione dei pianerottoli restano coerenti con la funzione dello spazio. Il moto dev’essere costante, naturale e proporzionato all’uso: una scala domestica, una museale, una tecnica e una rappresentativa non possono avere lo stesso ritmo, perché usi, tempi e intensità di percorrenza cambiano.

    La regolarità della sequenza è condizione indispensabile. Ogni scarto non giustificato tra un gradino e l’altro rompe l’andamento e rende meno leggibile il percorso. Serve inoltre calibrazione nella lunghezza della rampa: una successione troppo estesa di gradini fatica e appare piatta, mentre l’alternanza di rampe, pianerottoli e cambi di direzione costruisce un ritmo controllato.

    La scala lavora anche come strumento percettivo. In salita lo sguardo tende verso l’arrivo; in discesa il corpo avverte il vuoto, la profondità, la relazione con i livelli inferiori. Nei casi in cui il collegamento costruisce una vera progressione spaziale, aperture, tagli di luce, parapetti, pareti laterali e punti di affaccio entrano a pieno titolo nella composizione.

    Lo scalone della Biblioteca Medicea Laurenziana progettato da Michelangelo, realizzato in pietra serena, resta un riferimento emblematico: i gradi, la centralità del vuoto, il dialogo con il vestibolo mostrano come un collegamento verticale possa diventare un episodio progettuale dotato di piena autonomia, dove movimento, materia e composizione sono inseparabili.

    Cemento armato, acciaio e materiali: la struttura dietro la forma

    La forma non si separa mai dalla logica strutturale che la sostiene. Nelle scale in cemento armato la condizione è particolarmente evidente: la rampa può essere impostata come soletta rampante, come sistema di travi inclinate o come corpo monolitico integrato nel vano. Il materiale offre continuità, massa e solidità, ma impone controllo preciso di sezioni, appoggi, spessori e connessioni con i solai, perché la qualità dell’opera dipende anche dal modo in cui la scala si collega al resto della struttura.

    Con l’acciaio cambia il rapporto tra struttura e percezione. Profili, cosciali, piatti, montanti e sistemi di fissaggio portano a soluzioni leggere, spesso lette come elementi autonomi nello spazio. Proprio questa leggerezza apparente rende determinante il dettaglio costruttivo: attacco dei gradini, rigidezza dei parapetti, vibrazione della rampa e incontri con pavimenti e pareti condizionano la resa finale più della sola immagine formale.

    La scelta del materiale non riguarda la sola struttura. Il legno introduce una dimensione calda e tattile, con la necessità di curare giunti e finiture; la pietra comunica massa, durata e continuità con la tradizione costruttiva, richiedendo attenzione a peso e appoggi; il vetro alleggerisce parapetti e diaframmi e aumenta la permeabilità visiva a favore della luce, a patto di non compromettere la chiarezza del percorso.

    Pianta, sezione e dettaglio: dove si decide la qualità

    Progettare una scala significa lavorare contemporaneamente in pianta, in sezione e nel dettaglio. La pianta chiarisce ingombro e direzione del percorso; la sezione verifica il rapporto tra quote, altezze libere, sbarchi, solai, aperture e vuoti. Ogni gradino appartiene a una sequenza tridimensionale in cui struttura, movimento e percezione devono restare coerenti.

    I blocchi CAD dedicati a scale e tappeti mobili aiutano a impostare una base di lavoro, confrontare tipologie e studiare soluzioni costruttive. Non sostituiscono la verifica progettuale: destinazione d’uso, gerarchia degli accessi, posizione degli elementi strutturali, rapporto con la facciata e qualità degli spazi serviti vanno valutati sull’edificio concreto che ospiterà la scala.

    Negli esempi meglio riusciti la scala non appare come componente aggiunto, ma come parte necessaria della composizione: può ordinare un atrio, disegnare un vuoto, costruire una promenade, segnare un prospetto o concentrare in pochi metri il carattere dell’intero edificio. Questa doppia natura, tecnica e spaziale, ne fa uno dei temi più complessi della progettazione di edifici: un sistema che misura il corpo, organizza i flussi e dà forma al movimento nello spazio costruito.

    In calcolo e in cantiere la scala si controlla gradino per gradino, ma il risultato si decide prima, nel rapporto tra impianto distributivo e sezione. Trascurare quel passaggio lascia il collegamento verticale in balia del dislivello; governarlo significa integrarlo da subito nel disegno complessivo dell’opera.

  • Nuovo Metodo di Saturazione ad Acqua in Pressione per la Valutazione della Porosità Accessibile dei Pannelli in Gomma Riciclata da Pneumatici

    Saturare con acqua in pressione il provino di un pannello in gomma riciclata e pesarne l’incremento di massa fino a quando la variazione non si arresta: da questa sequenza operativa discende la stima della porosità accessibile proposta sulla rivista CivilEng da Anđelko Crnoja, Volodymyr Kersh, Aleksej Aniskin e Marko Šrajbek (doi: 10.3390/civileng7040064). L’argomento non è marginale. Nei prodotti edili realizzati con granulato di pneumatici legato da poliuretano la porosità influenza in misura significativa le proprietà del materiale, eppure per questa famiglia di prodotti mancano metodi di prova sufficientemente adattati e standardizzati.

    Perché la porosità pesa sulle prestazioni del pannello

    Nei pannelli compositi, ottenuti agglomerando granulato di gomma riciclata con un legante poliuretanico, la struttura interna condiziona più caratteristiche contemporaneamente. La porosità contribuisce a definire la densità, regola l’assorbimento d’acqua e incide sul comportamento termico e su quello acustico. Un parametro, dunque, che si riflette direttamente sulle prestazioni d’uso del prodotto.

    Il nodo resta metodologico. Per questi materiali non sono disponibili procedure di prova adeguate e standardizzate: la misura della porosità non trova un riferimento condiviso e le prestazioni connesse ai vuoti interni risultano difficili da quantificare in modo comparabile.

    Come funziona la saturazione in acqua sotto pressione

    Il metodo si articola in due passaggi distinti. Il provino viene innanzitutto saturato con acqua sottoposta a pressione, in modo da raggiungere i vuoti accessibili della rete porosa. L’aumento di massa viene nel frattempo monitorato gravimetricamente: quando la variazione si stabilizza, la quantità di acqua assorbita consente di stimare la porosità accessibile del campione.

    L’applicazione risulta semplice e a costi contenuti. In un settore dove, per i materiali a base di gomma riciclata, le procedure di prova consolidate fanno difetto, la sostenibilità operativa della procedura costituisce parte integrante della proposta.

    La campagna di prove: 27 provini tra 585 e 1100 kg/m³

    Il programma sperimentale ha coinvolto 27 provini con densità comprese tra 585 e 1100 kg/m³, un intervallo di oltre 500 kg/m³. I campioni sono stati ripartiti in tre gruppi in funzione della composizione granulometrica del granulato: granulazione fine, granulazione grossa e miscela. Questa articolazione permette di confrontare materiali con struttura interna differente all’interno della medesima famiglia di pannelli.

    Densità crescente, pori accessibili in calo

    Le misure delineano una relazione generalmente inversa tra densità e porosità accessibile. Nei provini meno densi la proporzione di pori risulta più elevata, mentre nei campioni più compatti il volume dei vuoti raggiungibile dall’acqua si riduce.

    I valori medi estremi della serie misurata:

    Densità del provino Porosità accessibile media
    585 kg/m³ 29,832%
    915 kg/m³ 16,664%

    Tra i due estremi intercorrono circa 13 punti percentuali, una forbice che fotografa la sensibilità del parametro rispetto alla compattezza del pannello.

    Resta l’aspetto pratico. La combinazione di semplicità esecutiva e costi contenuti rende la procedura accessibile ai laboratori chiamati a caratterizzare prodotti in gomma riciclata, in un ambito dove i metodi di prova adeguati e standardizzati non sono ancora disponibili. Un contributo di metodo più che di norma, per un materiale la cui presenza nei prodotti per le costruzioni continua a crescere.

  • Valutazione della vita a fatica di una torre ibrida in acciaio–calcestruzzo precompresso soggetta a rilassamento della pretensione mediante un modello di danno bidirezionalmente accoppiato e un surrogato basato su reti neurali

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    La rivista scientifica Buildings ha pubblicato, nel volume 16 a pagina 3854, uno studio dedicato alla valutazione della vita a fatica di una torre ibrida acciaio, calcestruzzo precompresso, in condizioni di rilassamento della pretensione. Il lavoro impiega un modello di danno bidirezionalmente accoppiato insieme a un surrogato basato su reti neurali.

    Il modello di danno accoppiato e il surrogato neurale

    Il metodo proposto si fonda su un damage model bidirezionalmente accoppiato, capace di considerare l’interazione tra il rilassamento della pretensione e l’evoluzione del danno a fatica nella struttura ibrida. Per rendere più efficiente la valutazione della vita a fatica, gli autori affiancano al modello un surrogato basato su neural network, che riduce l’onere computazionale tipico delle analisi di danno accoppiate.

    L’oggetto dell’analisi è una torre realizzata con un sistema costruttivo ibrido che combina elementi in acciaio e una parte in calcestruzzo precompresso, dove il fenomeno del rilassamento della precompressione rappresenta il parametro critico per la stima della durabilità a fatica.

    Valutazione della vita a fatica

    La finalità dello studio è la quantificazione della vita a fatica della torre quando la pretensione si riduce nel tempo. L’approccio consente di valutare come il decadimento della precompressione influenzi il comportamento a fatica dell’intera struttura, integrando il modello di danno con la rete neurale come surrogato computazionale.

    Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Buildings, volume 16, pagina 3854, e si colloca nel campo della valutazione della vita a fatica di strutture ibride acciaio, calcestruzzo precompresso sottoposte a rilassamento della pretensione.

  • Convegno BIM Intelligente al SAIE: come l’intelligenza artificiale (AI) trasforma il settore delle costruzioni

    ASSOBIM porta al SAIE di Bologna il convegno «BIM Intelligente: come l’AI sta trasformando il settore delle costruzioni», in programma giovedì 8 ottobre dalle 11:00 alle 13:00. L’incontro affronta il rapporto tra intelligenza artificiale e Building Information Modelling a partire da una domanda precisa: quali sono oggi le reali opportunità offerte dall’AI e, soprattutto, quali esigenze e aspettative emergono dai diversi attori della filiera.

    Il tema: dai dati alla conoscenza lungo il ciclo di vita dell’opera

    La premessa del convegno è che l’intelligenza artificiale stia aprendo una nuova fase nel percorso di digitalizzazione del settore delle costruzioni, ampliando le potenzialità del BIM e trasformando progressivamente il modo in cui dati e informazioni vengono utilizzati lungo l’intero ciclo di vita delle opere. L’obiettivo dichiarato dall’associazione è un confronto tra committenza, progettazione, imprese e gestione del patrimonio, per comprendere come il BIM possa evolvere verso un approccio più intelligente, integrato e orientato alla conoscenza.

    Due interventi disegnano il quadro di fondo: l’apertura di Adriano Castagnone, Presidente ASSOBIM, dedicata al BIM Intelligente come passaggio dai dati alla conoscenza, e quello di Simone Garagnani, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, sul ruolo dell’AI lungo il ciclo di vita dell’opera, dal BIM al patrimonio digitale.

    Il programma

    Castagnone apre e chiude i lavori, mentre la conduzione è affidata a Giacomo Galli, Direttore Editoriale BIMportale. Al centro della giornata, quattro interventi costruiti su uno schema comune, «esigenze e aspettative», applicato a ogni anello della filiera:

    • AI e committenza: Daniele Ricciardi, Presidente ASSORUP, sulle esigenze e aspettative delle stazioni appaltanti;
    • AI e progettazione: Giuseppe Marano, Politecnico di Torino, sulle esigenze e aspettative del mondo della progettazione;
    • AI e costruzione: Emanuele Ferraloro, Presidente Federcostruzioni, sulle esigenze e aspettative delle imprese;
    • AI e gestione del patrimonio: Alessandro Corte Rappis, Head of Property Management Italy di Generali Real Estate S.p.A., sulle esigenze e aspettative per una gestione intelligente.

    Quattro punti di vista della filiera

    La scansione per attori porta sul palco rappresentanze distinte: la committenza pubblica con ASSORUP, la progettazione con una voce accademica come il Politecnico di Torino, le imprese con Federcostruzioni e la gestione patrimoniale con Generali Real Estate. Il programma privilegia il confronto sui bisogni e sulle attese di ciascun anello rispetto all’AI applicata al BIM e non annuncia dimostrazioni tecniche di strumenti o casi applicativi specifici.

    Per ingegneri e professionisti coinvolti nei processi BIM, l’incontro propone un confronto diretto tra le diverse visioni della filiera sull’uso dell’intelligenza artificiale, con un perimetro che va dalla fase di progettazione fino alla gestione del patrimonio costruito, lungo il ciclo di vita delle opere.

  • Sviluppo di miscelle bituminose riciclate a freddo con ceneri da biomassa e fresato di pavimentazione asfaltica (RAP)

    Le miscele bituminose riciclate a freddo (CRAM) rappresentano un’alternativa diffusa alle conglomerate bituminose a caldo, con vantaggi documentati in termini di logistica, costi e impatto ambientale. Il loro impiego resta tuttavia limitato da due criticità note: la suscettibilità all’azione dell’acqua e prestazioni inadeguate nelle prime fasi di indurimento, quando il legante è costituito da emulsione bituminosa. Uno studio pubblicato su CivilEng (doi: 10.3390/civileng7020025) da Zainab Al Qraiti, Anmar Dulaimi, Marisa Sofia Fernandes Dinis de Almeida e Luís Filipe Almeida Bernardo affronta il problema introducendo ceneri di biomassa nel sistema legante, in combinazione con fresato di pavimentazione (RAP).

    Ceneri di palma e di canna come additivi del legante

    La ricerca esplora l’impiego di due materiali di scarto provenienti dalla combustione di biomassa: la cenere di foglie di palma (PLA) e la cenere di canna (RA). I due additivi sono stati inseriti con ruoli differenti nel composto. La PLA è stata utilizzata in sostituzione del filler, con dosaggi pari a 0%, 1,75%, 3,5%, 5,25% e 7% rispetto al peso degli aggregati. La RA, impiegata come attivatore, è stata dosata al 0,25%, 0,5%, 1% e 2% in peso sugli aggregati.

    Accanto alle ceneri, la matrice incorpora anche cemento Portland ordinario (OPC), la cui quota di filler conferma il ruolo del legante idraulico nel consolidamento delle miscele a freddo.

    La variabile RAP: dallo 0 al 100%

    Il secondo asse della ricerca riguarda il contenuto di fresato. Il RAP è stato inserito in cinque livelli percentuali rispetto al peso della miscela: 0%, 25%, 50%, 75% e 100%. Questa scala completa consente di isolare l’effetto della frazione riciclata sul comportamento meccanico del sistema, un aspetto rilevante per chi deve dimensionare miscele ad alto contenuto di materiale recuperato.

    I mieccoli con il 75% di RAP hanno mostrato la stabilità Marshall più elevata tra le configurazioni studiate.

    Il dato merita attenzione: contrariamente a quanto spesso assunto in fase di pregiudizio progettuale, un’elevata percentuale di fresato non si traduce necessariamente in una penalizzazione della resistenza, almeno in termini di stabilità Marshall.

    Programma sperimentale

    Le proprietà meccaniche sono state valutate con tre prove consolidate nella pratica dei laboratori bitumi:

    • prova di suscettibilità all’umidità, per quantificare la durabilità in presenza di acqua;
    • prova di trazione indiretta (ITS), riferimento per la resistenza a rottura;
    • prova Marshall, per la caratterizzazione della stabilità.

    I risultati indicano che la formulazione ottimale si colloca in corrispondenza di 1,5% di PLA, 0,45% di RA e 5,5% di cemento OPC come filler. Con questa combinazione, la durabilità e le caratteristiche meccaniche delle miscele a freddo risultano efficacemente migliorate, con particolare beneficio sul fronte del danno da umidità, storicamente il punto debole di questi materiali.

    Implicazioni per la progettazione delle sovrastrutture stradali

    Per il progettista di pavimentazioni, lo studio fornisce un riferimento quantitativo su due leve operative: la sostituzione parziale del filler con ceneri di biomassa e la massimizzazione del riciclo. La disponibilità di una miscela a freddo con il 75% di RAP, caratterizzata da stabilità elevata, apre scenari interessanti dove il fresato è abbondante e la filiera del riciclo deve essere valorizzata. Il ricorso a sottoprodotti della combustione di biomassa aggiunge inoltre un profil Ambientale, trasformando rifiuti in componenti del sistema legante.

    Restano da verificare, in ottica applicativa, i comportamenti a lungo termine e l’adattabilità delle formulazioni alle specificità dei materiali locali, come di consueto in questo campo. Il quadro emerso conferma comunque che le CRAM con ceneri di biomassa possono costituire un’alternativa attendibile per le applicazioni stradali, in particolare laddove si richiedano soluzioni sostenibili ed economicamente competitive.

  • Bambù laminato ingegnerizzato per applicazioni strutturali: revisione critica di materiali, sistemi e sfide progettuali

    Resistenza a flessione e trazione comparabile o superiore a quella dei prodotti lignei convenzionali, rapidità di rinnovabilità della materia prima e buon rapporto resistenza-peso: le potenzialità del bambù lamellare come materiale strutturale sono note da tempo. Ciò che manca, ancora oggi, è un quadro di conoscenze sufficientemente consolidato e organizzato per tradurle in prassi di progetto. Un lavoro pubblicato su CivilEng (Vol. 7, art. 24, doi: 10.3390/civileng7020024) a firma di Kunal Mohinderu, Sriram Aaleti e Saahastaranshu R. Bhardwaj prova a colmare questo vuoto con una sintesi critica di oltre 90 studi sperimentali e analitici.

    Meccanica del materiale: prestazioni elevate, ma variabilità e anisotropia

    Il bilancio sulle proprietà meccaniche del bambù lamellare è complessivamente positivo, con un’apprezzabile riserva. I valori di resistenza a compressione, trazione, flessione e taglio disponibili in letteratura mostrano infatti una dispersione significativa, riconducibile a una molteplicità di parametri: specie di bambù utilizzata, orientamento delle fibre, metodo di lavorazione, tipo di adesivo, qualità della lamellazione e configurazione di carico applicata.

    Il secondo nodo, per chi deve dimensionare, è il comportamento post-elasticizzo. L’anisotropia pronunciata del materiale e la tendenza a rotture di tipo fragile emergono in modo costante nelle prove, con particolare evidenza sotto azioni di taglio e di rolling shear. Un elemento piano non può quindi essere verificato in tutta tranquillità partendo dai soli valori di resistenza a flessione o trazione: la risposta dipende fortemente dalla direzione di sollecitazione.

    Cross-laminated bamboo: il rolling shear governa la verifica

    Sui pannelli in bambù incrociato (CLB), analogo funzionale del CLT in legno, gli studi più recenti convergono su una conclusione rilevante per il progetto: sono il comportamento interlaminare e le prestazioni dell’adesivo a controllare i meccanismi di rottura. In termini pratici, le capacità a rolling shear risultano spesso la variabile dimensionante per gli elementi planari, prima ancora delle verifiche a flessione o a taglio principale. Un criterio che chi lavora con pannelli a strati incrociati riconoscerà come familiare, ma che per il bambù manca ancora di una Cornice normativa unificata di riferimento.

    Giunzioni e stato di default: il rischio creep

    Il capitolo delle connessioni emerge come determinante sul comportamento globale delle strutture in bambù lamellare. Resistenza e duttilità dei nodi dipendono strettamente dal tipo di fastener impiegato e dal comportamento di embedment del materiale, aspetti che per il legno sono codificati da decenni nelle normative strutturali, ma che per il LB richiedono ancora calibrazioni sperimentali dedicate.

    Sul fronte del comportamento differito, la revisione raccoglie le ricerche disponibili sul creep, mentre una sintesi separata è dedicata alle prestazioni termiche e al comportamento al fuoco, settori in cui la base sperimentale resta in fase di costruzione.

    Servono regole di progetto unificate

    Dalla ricognizione emerge con chiarezza il limite strutturale del settore: esistono dati, esistono prove, ma manca un framework di progetto unificato che consenta l’adozione diffusa dei sistemi in bambù lamellare. Senza regole condivise per la verifica degli elementi e delle connessioni, l’ingresso del materiale nella pratica corrente resta condizionato a valutazioni caso per caso, con onere sperimentale a carico del progettista.

    Per strutturisti e consulenti tecnici il messaggio è diretto: il bambù lamellare offre prestazioni che giustificano l’interesse, ma la fase critica del progetto sta nella gestione dell’anisotropia, delle rotture fragili a taglio e nella scelta delle connessioni, dove la conoscenza è ancora in costruzione.

  • Quantificazione frattale e della lacunarità dell’evoluzione microstrutturale delle argille espansive sotto percorsi di suzione controllati mediante microscopia elettronica ambientale (ESEM)

    Le argille espansive sono tra i materiali più ostili per il geotecnico: il loro comportamento, governato da interazioni fisico-chimiche alla scala microscopica, sfugge ai descrittori macroscopici tradizionali. Un lavoro pubblicato su Geotechnics (Vol. 6, Pages 57, doi: 10.3390/geotechnics6020057) a firma di Michelle R. Basham e Amy B. Cerato propone un impianto quantitativo per seguire l’evoluzione della microstruttura di questi terreni lungo percorsi di suzione controllati, combinando microscopia elettronica ambientale e analisi geometriche del tessuto del suolo.

    ESEM e percorsi di suzione: la metodologia

    Lo strumento centrale è l’Environmental Scanning Electron Microscopy, che consente di acquisire micrografie mantenendo il campione sotto percorsi di suzione definiti. Le immagini sono state raccolte lungo un percorso primario di essiccamento e un percorso secondario di bagnatura, a più livelli di ingrandimento, così da coprire scale osservative diverse.

    Su questo archivio di micrografie vengono calcolati due parametri complementari. La dimensione frattale quantifica la complessità della superficie osservata, mentre la lacunaria caratterizza la distribuzione dei pori e la loro tendenza a raggrupparsi, ossia il grado di eterogeneità spaziale del tessuto.

    Cosa emerge dai due descrittori

    I risultati mostrano andamenti coerenti e interpretabili. La dimensione frattale cresce sia con l’ingrandimento sia con la suzione: allontanando l’acqua di poro, si espone una superficie delle particelle più complessa. La lacunaria, invece, decresce al crescere dell’ingrandimento e rispetto alla suzione segue tendenze dipendenti dal tipo di suolo, indicando variazioni nell’eterogeneità della rete dei pori.

    L’aspetto più rilevante per chi si occupa di comportamento differito e ciclico dei terreni è l’isteresi: entrambi i parametri presentano cicli di isteresi tra essiccamento e bagnatura, segno di un riarrangiamento microstrutturale irreversibile legato all’aggregazione delle particelle e alla ridistribuzione dei fluidi. In altre parole, il tessuto del suolo non torna allo stato iniziale dopo un ciclo di umidità, e la parte irreversibile è misurabile.

    Perché interessa ai progettisti

    La contributo principale del lavoro è l’instaurazione di un legame quantitativo tra microstruttura e comportamento governato dalla suzione nelle argille espansive. Disporre di descrittori oggettivi come dimensione frattale e lacunaria significa poter caratterizzare il fabric del terreno con grandezze numeriche, e non solo con osservazioni qualitative, con ricadute potenziali sulla modellazione dei terreni sensibili alle variazioni di umidità e sulla valutazione del comportamento shrink-swell in sede di studio geotecnico.

    Resta da verificare su casistiche più ampie la trasferibilità dei due indicatori alla pratica corrente, ma la direzione è chiara: la microstruttura, finora descritta in modo prevalentemente qualitativo, entra nel dominio della misurazione.