Articoli modificati AI

  • Dai rifiuti alle prestazioni: avanzamento del riciclaggio degli asfalti mediante rigeneranti a base di oli di scarto

    L’impiego di binder ringiovaniti per miscele bituminose ad alto contenuto di RAP trova un punto di riferimento quantitativo nello studio pubblicato su Construction Materials (Vol. 6, articolo 40, doi: 10.3390/constrmater6040040), firmato da Bushra S. Mankhi, Saja A. Sead, Noha Shakir Kadhim, Zainab Al-Khafaji, Tameem Mohammed Hashim, Mohammed Salah Nasr e Ali Shubbar. La ricerca mette a confronto dieci oli di scarto a chimica differenziata, impiegati come rigeneranti in miscele HMA riciclate, e individua in base ai risultati quali prodotti restituiscano le prestazioni del legante con i dosaggi minimi.

    Dieci rigeneranti da rifiuto a confronto

    Il panel esaminato copre uno spettro ampio di sottoprodotti: olio motore usato (WEO), olio di cottura esausto (WCO), yellow grease (YG), olio idraulico di scarto (WHO), olio da trasformatori elettrici dismessi (WETO), slop oil (SO), bio-olio da fanghi (SDBO), olio di pirolisi da pneumatici (TPO), olio di pirolisi da plastica (PPO) e olio da residui algali (ARO). L’approccio metodologico collega la composizione chimica di ciascun olio alla capacità di rigenerazione del legante invecchiato e, di conseguenza, al comportamento della miscela riciclata.

    La logica di fondo è nota ai tecnici delle pavimentazioni: l’invecchiamento irrigidisce il binder e l’impiego di RAP nelle miscele a caldo richiede una rigenerazione efficace per riportare il sistema entro le prestazioni attese, con il beneficio aggiuntivo di ridurre il consumo di materiali vergini e il relativo impatto ambientale.

    Caratterizzazione reologica del legante: RV, DSR e BBR

    Sul versante binder, lo studio integra tre strumenti consolidati della prassi Superpave: viscosità rotazionale (RV) per il comportamento a temperature di lavorazione, dynamic shear rheometer (DSR) per le prestazioni a temperature intermedie e elevate, bending beam rheometer (BBR) per il regime a basse temperature. Le valutazioni del performance grade restituiscono un risultato distintivo: WETO e WEO ripristinano rispettivamente leganti RAP al 50% e al 75% fino a una classe prossima a PG 64-16, e lo fanno con i dosaggi più bassi tra tutti i rigeneranti testati.

    Risposta della miscela: volumetria, solcamento e fessurazione a freddo

    Le proprietà volumetriche Superpave delle miscele rigenerate risultano confrontabili con quelle della miscela di controllo, a indicare di un bilanciamento e di un livello di compattazione corretti indipendentemente dal rigenerante impiegato.

    Sul piano meccanico, il test Hamburg wheel-tracking (HWTT) fornisce la graduatoria della resistenza alla traccia da orbita: a 50% di RAP la miscela rigenerata con WETO mostra la profondità di solcamento minore, mentre a 75% di RAP il primato passa a WEO, entrambi dopo 20000 passaggi. I dati di BBR sulla miscela confermano la stessa tendenza sul fronte della fessurazione a bassa temperatura: WETO a 50% di RAP, e la coppia WEO/WETO a 75%, registrano la riduzione più marcata della rigidezza di creep e il miglioramento più significativo del creep rate.

    Correlazioni e analisi predittive

    La parte di elaborazione statistica rafforza il quadro sperimentale: le analisi di correlazione, di regressione e gli indici PI concordano con i risultati di laboratorio, individuando WETO come miglior opzione complessiva a 50% di RAP e WEO a 75%. Un elemento che emerge con chiarezza è la dipendenza dell’efficacia del rigenerante dal contenuto di RAP: non esiste un prodotto ottimale universale, ma la scelta va calata sulla percentuale di riciclato della miscela di progetto.

    Implicazioni per la progettazione di miscele ad alto RAP

    Per chi opera nella progettazione di riciclaggi in stabilimento o in sito, i risultati puntano a due candidati fattibili ed ecologicamente rilevanti per miscele HMA riciclate ad alto contenuto di RAP: WETO e WEO. La lezione metodologica riguarda il workflow di caratterizzazione: la selezione del rigenerante dovrebbe fondarsi su una verifica combinata di PG del binder rigenerato, HWTT per il solcamento e BBR di miscela per la resistenza a freddo, modulando il dosaggio in funzione della percentuale di RAP prevista in miscela.

  • Da struttura precaria a stabile: quando il nuovo manufatto richiede il permesso di costruire

    Per sostituire, su un terreno privato, una struttura precaria con una struttura in cemento non è sufficiente la comunicazione edilizia: occorre il permesso di costruire. È la conclusione del Tar del Piemonte con la sentenza n. 180/2026, con cui il giudice ha respinto l’istanza avverso il provvedimento del Comune di Verbania che aveva espresso un diniego di sanatoria in relazione a una SCIA.

    Con il rigetto del ricorso, il giudice amministrativo ha confermato l’impostazione dell’amministrazione: la sostituzione di questo tipo non rientra nel regime della comunicazione e richiede il permesso di costruire.

    Il diniego comunale e l’esito del ricorso

    La controversia trae origine dal provvedimento con cui il Comune di Verbania ha espresso un diniego di sanatoria in relazione a una SCIA. Contro tale atto è stata proposta impugnazione davanti al Tar del Piemonte, che con la sentenza n. 180/2026 ha respinto l’istanza. Il provvedimento comunale resta così confermato nel caso concreto.

    La sanatoria, dunque, non è stata concessa attraverso lo strumento della SCIA: secondo la decisione, per l’intervento in questione serve il permesso di costruire.

    Il principio: la comunicazione non basta

    Il nodo della pronuncia riguarda la qualificazione dell’intervento. Per sostituire una struttura precaria con una struttura in cemento su un terreno privato, la comunicazione non è lo strumento idoneo: occorre il permesso di costruire. Due elementi risultano fissati dalla decisione:

    • il regime della comunicazione non consente di assolvere un intervento di questa natura;
    • il carattere privato del terreno su cui insiste l’opera non esclude l’obbligo del permesso di costruire.

    La pronuncia si colloca quindi sul tema della scelta del titolo edilizio: dove l’intervento richiede il permesso di costruire, la presentazione di una SCIA non consente la regolarizzazione dei lavori.

    Sintesi della pronuncia

    Elemento Contenuto
    Giudice Tar del Piemonte
    Pronuncia Sentenza n. 180/2026
    Amministrazione Comune di Verbania
    Provvedimento impugnato Diniego di sanatoria in relazione a una SCIA
    Esito Ricorso respinto
    Principio La sostituzione di una struttura precaria con una struttura in cemento su terreno privato richiede il permesso di costruire, non la comunicazione

    Rilevanza pratica per il professionista

    • La qualificazione del titolo edilizio va compiuta prima della presentazione dell’atto: per la sostituzione di una struttura precaria con una struttura in cemento il riferimento è il permesso di costruire.
    • Una SCIA utilizzata per chiedere la sanatoria di un intervento di questa natura può ricevere un diniego, come avvenuto nel caso di Verbania.
    • La verifica preventiva della natura dell’intervento consente di indirizzare subito il procedimento verso il titolo corretto, evitando il rischio di un diniego di sanatoria.
    • Il ricorso avverso il diniego non ha garantito l’esito favorevole all’interessato: il Tar ha respinto l’impugnazione.

    Nel caso deciso dal Tar del Piemonte, il diniego di sanatoria opposto dal Comune di Verbania in relazione alla SCIA resta quindi fermo dopo il rigetto del ricorso.

  • SAIE Bologna 2026: l’evoluzione di Analist Group dal rilievo digitale al BIM

    Al SAIE 2026, in programma a BolognaFiere dal 7 al 10 ottobre 2026 (Stand A38, Padiglione 25), Analist Group porterà un percorso tecnologico che va dal rilievo digitale del costruito alla generazione del modello BIM. Per il professionista che lavora sul ciclo edilizio, il tema di fondo è la continuità del dato: dall’acquisizione in cantiere alla restituzione e all’elaborazione fino al modello digitale usato in progettazione.

    La sessantesima edizione della Fiera delle Costruzioni, dedicata a progettazione, edilizia e impianti, sarà per l’azienda l’occasione per ripercorrere l’evoluzione messa in campo nelle ultime edizioni, caratterizzata da un passaggio dichiarato: dal ruolo di distributore di tecnologie internazionali a quello di produttore, con un ecosistema in cui gli strumenti dialogano lungo l’intero processo di rilievo.

    Il rilievo 3D in fiera: dalla Pro2 alla Pro3

    2021: la camera 3D entra nel rilievo

    All’edizione 2021, la prima post-Covid, Analist Group presentò al pubblico italiano Matterport Pro2 3D, una camera 3D in grado di acquisire gli spazi e trasformarli in un ambiente tridimensionale navigabile. Il punto di interesse tecnico era la conservazione dell’informazione: il dato acquisito resta consultabile dal professionista anche dopo aver lasciato il cantiere, spostando il rilievo da sequenza di misure prese sul posto a patrimonio informativo disponibile nello studio.

    Il contesto era quello del periodo Superbonus, con la conseguente moltiplicazione di pratiche, sopralluoghi, progettazioni e cantieri e la necessità di rilevare gli edifici in modo più rapido e preciso. Secondo l’azienda, quella fu la prima volta che questa tecnologia venne portata all’attenzione del pubblico italiano. La Pro2 3D divenne inoltre lo strumento attorno al quale l’azienda costruì una nuova organizzazione del lavoro, integrando la tecnologia Matterport con il proprio software Analist per trasformare il dato acquisito sul campo in materiale utilizzabile dal tecnico.

    2022: LiDAR e flusso completo del dato

    Nel 2022 fu la volta di Matterport Pro3, che aggiunge le potenzialità del laser scanner LiDAR all’acquisizione 3D, estendendo l’applicazione del rilievo a spazi, edifici e scenari operativi più ampi. In fiera furono presentate dimostrazioni della soluzione integrata con Analist CLOUD e della possibilità di trasformare il dato acquisito in nuvole di punti e elaborati tecnici.

    Con Pro3 l’accento si spostò dal singolo strumento al flusso di lavoro: un processo che accompagna il professionista dall’acquisizione alla restituzione e all’elaborazione del dato. È la direzione che, secondo l’azienda, ha contribuito a modificare il modo di lavorare dei professionisti italiani nel rilievo.

    GPS ProTRACK: dal distributore al produttore

    Un ulteriore passaggio è segnato da GPS ProTRACK, un ricevitore GNSS RTK nato dalla Ricerca e Sviluppo di Analist Group: ideato, sviluppato e prodotto internamente, con l’obiettivo dichiarato di offrire uno strumento accessibile e adattabile a molteplici usi operativi. Anche ProTRACK è stato presentato al pubblico in fiera al SAIE.

    Oltre al singolo prodotto, questo passaggio indica il cambio di ruolo dell’azienda: non solo selezione e integrazione di tecnologie internazionali per il rilievo, ma progettazione e produzione diretta, per costruire un ecosistema in cui strumenti differenti dialogano tra loro e accompagnano il tecnico lungo l’intero processo di rilievo.

    SAIE 2026: dal rilievo al BIM

    La proposta per il 2026 sintetizza questa evoluzione: il rilievo può partire da tecnologie diverse a seconda del lavoro da affrontare, per poi confluire in Analist 2027 e diventare BIM. Non una raccolta di strumenti separati, dunque, ma un flusso che parte dall’edificio reale e arriva al suo modello digitale.

    In questo quadro si inserisce l’evento “Dal Rilievo Digitale al Modello BIM”, previsto presso lo Stand A38 del Padiglione 25 con rilascio di Crediti Formativi Professionali per Geometri e Ingegneri. Il programma mette insieme Matterport Pro3, tecnologia SLAM, GPS ProTRACK, droni e le nuove funzionalità BIM di Analist, mostrando il passaggio concreto dal dato raccolto sul campo alla progettazione.

    Informazioni pratiche

    • Evento: SAIE 2026, sessantesima edizione della Fiera delle Costruzioni
    • Dove: BolognaFiere, Stand A38, Padiglione 25
    • Quando: dal 7 al 10 ottobre 2026
    • In programma: dimostrazioni di Matterport Pro3, tecnologia SLAM, GPS ProTRACK, droni e funzionalità BIM di Analist; evento “Dal Rilievo Digitale al Modello BIM” con Crediti Formativi Professionali per Geometri e Ingegneri

    Il bilancio che l’azienda trae da queste edizioni è che l’innovazione consista nell’evolvere insieme a chi usa quotidianamente le tecnologie in studio, in cantiere e sul campo. Le informazioni sulla presenza in fiera sono disponibili sul sito dedicato, dove è possibile richiedere il biglietto omaggio per l’edizione 2026.

  • ASSOBIM al SAIE: il futuro delle costruzioni non può aspettare | IngForum

    ASSOBIM presenta un programma di quattro eventi dedicati all’integrazione tra Intelligenza Artificiale e BIM, in calendario all’interno di SAIE con appuntamenti dall’8 al 9 ottobre. L’iniziativa, che vede il contributo del presidente Adriano Castagnone, punta a guidare la transizione verso il cosiddetto BIM intelligente, partendo dal presupposto che l’informatizzazione del settore edile non sia più un’opzione.

    Il programma degli eventi

    Giovedì 8 ottobre, 11:00-13:00 – BIM Intelligente

    Il primo appuntamento, intitolato “BIM Intelligente: come l’AI sta trasformando progettazione, costruzione e gestione del patrimonio”, si terrà nell’Arena SAIE Lab AI, BIM e Digital (Pad. 26 – A27). L’incontro è strutturato come un confronto tra committenti, progettisti, imprese e gestori su come dati, BIM e AI possano migliorare l’intero ciclo di vita delle opere.

    Venerdì 9 ottobre, 10:00-11:30 – AI nelle gare pubbliche

    La mattinata di venerdì si apre con “Intelligenza Artificiale nelle gare pubbliche e nei concorsi di progettazione”, sempre nell’Arena AI, BIM e Digital (Pad. 26 – A27). La sessione è dedicata a sperimentazioni e casi concreti, con l’obiettivo di analizzare opportunità, aspetti giuridici e prospettive dell’AI nelle procedure di gara e nei concorsi di progettazione.

    Venerdì 9 ottobre, 11:30-12:00 – Calcolo strutturale e intelligenza aumentata

    L’Area ASSOBIM (Padiglione 25, Stand B90-C97) ospita l’incontro “L’intelligenza aumentata per il calcolo strutturale”, con la partecipazione del prof. Giuseppe Marano del Politecnico di Torino. Il focus è sul passaggio dal calcolo tradizionale a metodologie basate su deep learning e LLM, con l’obiettivo di integrare AI e BIM nei processi di analisi strutturale.

    Venerdì 9 ottobre, 14:00-15:30 – L’AI può progettare una struttura?

    Il pomeriggio torna all’Arena AI, BIM e Digital (Pad. 26 – A27) con “L’AI può progettare una struttura? Opportunità e limiti per l’ingegneria strutturale”. La sessione affronta la progettazione strutturale aumentata, con particolare attenzione alle condizioni per un utilizzo dell’AI che mantenga controllo, responsabilità e qualità del progetto.

    Applicazioni professionali in discussione

    I quattro eventi coprono un arco di temi direttamente rilevanti per la professione: dal ruolo dei dati lungo il ciclo di vita delle opere, agli aspetti giuridici dell’uso dell’AI nelle procedure di gara, fino alle metodologie di analisi strutturale e alla questione della responsabilità professionale nella progettazione assistita. Le modalità di svolgimento dettagliate e gli eventuali interventi aggiuntivi non sono indicati nel programma diffuso.

  • Fattori di distribuzione dei carichi mobili nei ponti compositi a travi I in acciaio curvi in piano: valutazione FEM delle disposizioni AASHTO LRFD con carico HL-93 e carico militare iracheno HB115

    Un impalcato composito a travi I in curva orizzontale, portato a 15° di angolo centrale, restituisce dai modelli agli elementi finiti una domanda di momento sulle travi esterne superiore del 21% al 29% rispetto al valore calcolato con le equazioni di distribuzione del carico vivo delle AASHTO LRFD. Il dato proviene dalla ricerca di Oday Mohammed Albuthbahak, pubblicata su Infrastructures (vol. 11, pagina 306, DOI: 10.3390/infrastructures11090306).

    Equazioni nate su ponti diritti, applicazione vincolata in curva

    Le equazioni dei coefficienti di distribuzione (DF) del carivo vivo delle AASHTO LRFD Bridge Design Specifications, giunte alla decima edizione nel 2024, derivano da una calibrazione condotta su geometrie rettilinee. Per gli impalcati a travi I con curvatura in piano orizzontale, l’Articolo 4.6.1.2.4b ne delimita l’impiego tramite il criterio ( \mathrm{Las}/R < 0.06 ) rad. La domanda cui lo studio risponde è diretta: quale accuratezza mantengono quelle equazioni una volta superato il limite, e con quali differenze tra le grandezze di verifica.

    La matrice di calcolo: 35 modelli CSiBridge da 0° a 25°

    La campagna numerica si articola in 35 modelli tridimensionali sviluppati in CSiBridge, ciascuno accompagnato da verifiche di consistenza numerica. Le geometrie spaziano su tre disposizioni di travi composite plate girder:

    • numero di travi variabile da 4 a 6;
    • impalcato largo 9.0 m;
    • angoli al centro da 0° a 15°, con estensioni near-limit, span-transfer, di sensitività e out-of-range che arrivano a 25°.

    Due gli schemi di carico confrontati: il modello veicolare HL-93 delle AASHTO LRFD e il veicolo militare iracheno su ruote di Classe 100, HB115, da 1150 kN.

    Momento esterno non conservativo oltre la soglia, taglio interno ancora prudente

    Alla soglia di 0.06 rad l’amplificazione dovuta alla curvatura si misura tra l’1.8% e il 2.6%. Oltre, il comportamento si separa per grandezza. Le equazioni del momento per le travi esterne diventano non conservative quasi immediatamente: a 15° la domanda FEM eccede la previsione normativa del 21% al 29%. Quelle del taglio per le travi interne mantengono invece un margine dal lato della sicurezza anche oltre il limite.

    Nell’inviluppo testato, l’amplificazione sulla trave esterna è governata principalmente dal rapporto ( L/R ). Il tipo di carico incide sul tasso di crescita: con HB115 la velocità di amplificazione risulta circa la metà di quella registrata con HL-93.

    Un fattore di correzione in funzione di S/L e L/R

    Per ricondurre le previsioni normative alla domanda effettiva viene proposto un fattore di correzione (CF) a due parti, della forma

    [ CF = R_0 \left[ 1 + (a + a_1 S/L)(L/R) \right] ]

    con coefficiente di determinazione ( R^2 \approx 0.97 ). Applicato ai casi out-of-range riservati alla verifica, il fattore riproduce i valori con scarti entro il 3.3%.

    Il riscontro sui provini in scala 1/10 e i limiti della validazione

    Due provini di laboratorio pubblicati, realizzati in scala 1/10, sono stati ricostruiti direttamente in CSiBridge per sondare la qualità del modello numerico. Il confronto restituisce un buon accordo sulle deflessioni globali e un accordo moderato sulla distribuzione trasversale ricavata dalle deformazioni. Il perimetro resta però parziale: la configurazione di riferimento da 38 m non dispone di misure a piena scala, così che l’evidenza sperimentale è assunta come benchmark esterno della metodologia di modellazione e non come validazione dell’intera matrice parametrica.

    Per chi verifica impalcati curvi, il quadro risultante separa con nettezza le grandezze. Il rapporto Las/R resta il primo parametro da controllare, ma la sua copertura non è uniforme: oltre la soglia normativa è il momento flessionale delle travi esterne a esaurire il margine, mentre il taglio interno conserva una previsione prudente. Dove la curvatura eccede l’inviluppo, il fattore di correzione proposto offre una stima quantificata; la conferma su misure a piena scala della configurazione di riferimento resta il punto ancora aperto.

  • Laurea in Ingegneria abilitante: accesso diretto all’Albo professionale

    Una prova svolta all’interno del percorso di laurea potrà bastare, da sola, all’esercizio della professione di ingegnere. È l’impostazione del regolamento sull’abilitazione in arrivo, il cui percorso approvativo è ormai prossimo alla conclusione.

    La laurea in ingegneria assume valore abilitante

    Il disegno è lineare, le conseguenze meno. L’abilitazione confluisce nel percorso accademico: una verifica prevista all’interno della laurea prenderà il posto dell’esame di Stato e, una volta superata, consentirà di esercitare senza alcun passaggio successivo. Titolo di studio e condizione di professionista non saranno più due momenti distinti, scanditi da un esame esterno al sistema formativo: l’abilitazione diventa parte integrante del titolo accademico.

    Il passaggio ridefinisce il confine tra università e professione, fino a oggi attraversato da una prova conclusiva separata dal percorso di studi.

    Il tavolo tecnico presso il ministero dell’Università

    Sul piano procedurale, la definizione del testo è seguita nel tavolo tecnico riunito presso il ministero dell’Università. Manca ormai l’ultimo tratto del cammino che porterà all’adozione formale: una volta approvato, il regolamento introdurrà la nuova disciplina e sarà chiamato a fissare le modalità concrete della verifica abilitante.

    La discussione al 70esimo Congresso nazionale degli ingegneri

    Il tema è stato portato davanti alla categoria nel corso del 70esimo Congresso nazionale degli ingegneri, in corso a Trieste. La novità è stata oggetto di discussione pubblica nel contesto congressuale, in coincidenza con la fase finale del procedimento di approvazione.

    Con l’adozione del regolamento, la soglia che separa gli studi dall’esercizio della professione si sposterà dentro l’università: a fare da filtro non sarà più un esame separato, ma una prova della laurea.

  • Progettazione ottimale di serbatoi di stoccaggio cilindrici verticali secondo Eurocodice per il carico sismico

    Plasticità, instabilità elastica e collasso elastoplastico di tipo elephant foot: su questi tre meccanismi poggia la verifica sismica di un serbatoio cilindrico verticale in acciaio, rigido e fisso, secondo lo schema dell’Eurocodice 8, parte 4. Ivelin Ivanov e Dimitar Velchev hanno programmato quella metodologia in MATLAB e l’hanno assunta come base per un’analisi di ottimizzazione pubblicata su CivilEng (vol. 7, pag. 27, doi: 10.3390/civileng7020027), con un obiettivo preciso: determinare spessori e proporzioni che riducano la massa di acciaio per unità di capacità volumetrica.

    Il lavoro tocca temi familiari a chi dimensiona serbatoi in zona sismica: verifiche distribuite lungo l’altezza del fusto, spessori scelti fascia per fascia e un criterio di ottimizzazione che, per la natura discreta delle variabili, non dà origine a una funzione regolare.

    Tre meccanismi di collasso controllati lungo l’altezza

    La parete di questi contenitori non è un guscio a spessore costante: il fusto è composto da cerchiature in lamiera con spessori differenti da fascia a fascia. Di conseguenza, le condizioni di resistenza agli stati limite ultimi non possono essere verificate su un’unica sezione di riferimento. Il modello le esamina in numerosi punti di calcolo distribuiti lungo l’altezza, controllando di volta in volta la plasticità, l’instabilità elastica e l’instabilità elastoplastica, meccanismo noto come elephant foot.

    La parte 4 dell’Eurocodice 8 implementata in MATLAB

    La procedura per il calcolo degli effetti sismici su serbatoi verticali rigidi e fissi è stata tradotta in codice MATLAB. Lo strumento determina gli spessori delle singole cerchiature in modo che tutte le condizioni di resistenza risultino soddisfatte, ripetendo la ricerca per diversi rapporti di snellenza del serbatoio e per diverse capacità volumetriche. Il dimensionamento, in questo modo, non viene condotto caso per caso ma esplorato su un insieme di configurazioni geometriche.

    Massa per unità di capacità: un criterio intrinsecamente discreto

    La funzione da minimizzare è la massa per unità di capacità volumetrica, valutata per diversi carichi sismici e per diversi acciai. Il punto delicato è di natura formale: gli spessori delle cerchiature assumono valori discreti, e discreto è anche il loro numero, sicché il criterio non definisce una funzione regolare. Per rendere più solida l’analisi parametrica di ottimizzazione viene quindi costruita una funzione obiettivo liscia, che consente di studiare il comportamento della soluzione al variare dei parametri.

    Coperture supportate, autoporanti e fusti aperti

    Le analisi coprono tre configurazioni costruttive: serbatoi con copertura supportata, serbatoi con copertura autoporante e fusti aperti in sommità. Tutte e tre vengono trattate con la stessa procedura di verifica e con il medesimo criterio di ottimizzazione.

    Snellenza ottima e capacità: una relazione da leggere in entrambe le direzioni

    Dalle analisi risultano due dipendenze complementari: quella del rapporto di snellenza ottimo rispetto alla capacità volumetrica e quella inversa. Lette insieme, permettono di affrontare il progetto in entrambi i sensi, partendo sia dal volume da stoccare sia dalle proporzioni del fusto. Un risultato che trova posto in fase preliminare, quando la capacità è spesso nota mentre la forma del serbatoio resta da definire.

    Il numero ottimo di serbatoi per una capacità totale assegnata

    L’ultima parte dello studio sposta l’attenzione dal singolo serbatoio al gruppo: dato un volume totale da stoccare, quale numero di serbatoi risulta conveniente. È una domanda che si pone nella definizione dello schema di stoccaggio di un impianto, dove il medesimo volume può essere ripartito in configurazioni diverse, con effetti sulla massa complessiva di acciaio, ovvero sulla grandezza che il criterio di ottimizzazione controlla.

    Restando nell’ambito dell’Eurocodice 8, parte 4, il contributo mostra come le verifiche di plasticità, instabilità elastica ed elephant foot possano essere organizzate in un vero strumento di progetto: dal controllo della resistenza alla scelta delle proporzioni, fino alla ripartizione del volume tra più serbatoi. Un percorso di interesse diretto per calcolisti e progettisti di opere di stoccaggio in zone sismiche.

  • Rilievi GNSS senza confini: Analist Group amplia le possibilità di misura con TruePoint.CM

    Due centimetri RMS in orizzontale e tre in verticale: con questi valori TruePoint.CM eroga le correzioni RTK destinate al posizionamento GNSS ad alta precisione. Il servizio, distribuito da Analist Group in qualità di rivenditore ufficiale, resta attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e dichiara una disponibilità superiore al 99,9%. Numeri che delimitano il profilo tecnico dell’offerta: correzioni centimetriche in tempo reale, erogate in continuità e pensate per affiancare le reti GNSS già compatibili con lo strumento in uso, a cominciare dal ricevitore ProTRACK.

    ProTRACK e TruePoint.CM: correzioni RTK senza cambiare metodo

    Chi lavora con ProTRACK parte da una condizione favorevole. Il ricevitore GNSS RTK di Analist Group è già predisposto per la connessione NTRIP, il protocollo con cui i dati di correzione vengono trasportati via internet fino allo strumento. TruePoint.CM supporta NTRIP 1.0 e NTRIP 2.0 e si appoggia a un Network RTK di tipo VRS, cioè a un’architettura basata su stazioni di riferimento virtuali.

    La combinazione non introduce un nuovo modo di operare. Il flusso resta quello consolidato: ProTRACK continua a essere lo strumento con cui si misura sul campo, mentre TruePoint.CM rappresenta la fonte da cui arrivano le correzioni necessarie al posizionamento di precisione. Sul piano architetturale i ruoli restano distinti, e questo consente di aggiungere un servizio di correzione senza rinegoziare l’intera metodologia di lavoro.

    Continuità di servizio con disponibilità oltre il 99,9%

    Il secondo parametro che qualifica il servizio è la continuità. Le correzioni vengono erogate 24 ore su 24, 7 giorni su 7, con una disponibilità dichiarata superiore al 99,9%. Per chi pianifica campagne di misura il dato non è marginale: la finestra operativa coincide con l’intero arco della giornata e la probabilità di trovare il servizio attivo resta elevata anche su orizzonti lunghi. Una caratteristica che pesa quando le sessioni di rilievo sono già programmate e non possono dipendere da finestre di manutenzione prevedibili.

    Dalla topografia ai droni: gli ambiti d’uso

    TruePoint.CM nasce come servizio di posizionamento ad alta precisione con un orizzonte applicativo ampio. Il surveying resta l’ambito principale, ma tra gli impieghi previsti compaiono anche i droni, l’agricoltura di precisione, la robotica e i sistemi di posizionamento avanzato. Per gli utilizzatori di ProTRACK la traduzione pratica è diretta: le correzioni RTK vengono recepite direttamente sul campo, dove la misura viene condotta, restando a disposizione del professionista in tutti i contesti elencati.

    Copertura estesa oltre il territorio nazionale

    Europa, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda: sono i territori coperti dal servizio. Un’estensione che supera la scala locale o regionale e che assume rilievo quando il lavoro non coincide con una sola area operativa. Chi si trova a svolgere attività in zone diverse, anche fuori dall’Italia, conserva lo stesso ricevitore e fa riferimento a un servizio di correzione attivo su un perimetro geografico molto ampio. Il vantaggio è di natura organizzativa: nessuna modifica alla dotazione strumentale quando cambia il contesto di lavoro.

    Licenza mensile o annuale secondo l’intensità d’uso

    L’acquisto segue la logica dell’impiego. La licenza mensile è pensata per chi utilizza ProTRACK su lavori circoscritti o in specifici periodi dell’anno, attivando il servizio solo quando serve. La licenza annuale si adatta a un uso continuativo lungo l’intero anno. Due formule che permettono di calibrare la sottoscrizione sulle esigenze reali del professionista, senza vincoli rigidi legati a un’unica modalità di fruizione.

    Con l’ingresso di TruePoint.CM nel catalogo, Analist Group estende la propria offerta dedicata al rilievo GNSS professionale. Ricevitore e servizio di correzione passano dallo stesso interlocutore: un assetto che semplifica la gestione dei riferimenti e lascia al professionista la scelta del servizio più adatto al contesto in cui lavora.

  • Compromessi tecnici, economici e ambientali nelle pavimentazioni con suoli stabilizzati a calce: un approccio orientato alla sostenibilità

    Un potenziale di riscaldamento globale ridotto fino a circa il 48% e danni ecologici complessivi, a livello di endpoint, inferiori oltre il 60% in alcuni scenari: sono i margini quantificati dal confronto tra sistemi di pavimentazione con strati di suolo stabilizzato a calce e sezioni granulari non legate convenzionali. Numeri che assumono rilievo operativo perché derivano da una verifica congiunta di impatti ambientali e costi di costruzione, condotta su combinazioni diverse di sottofondo e traffico. Lo studio, firmato da Caroline Castilhos Rezende, Mônica Regina Garcez, Thaís Radünz Kleinert e Washington Peres Núñez, è pubblicato su Infrastructures (DOI 10.3390/infrastructures11090301).

    Tre sottofondi tropicali incrociati con cinque livelli di traffico

    Il campo di confronto è costruito su tre sottofondi tipici delle regioni tropicali, Argisol, Latosol e Luvisol, ciascuno accoppiato con cinque livelli di traffico, dal basso all’alto. Per ogni combinazione sono state elaborate sezioni di pavimentazione con strati di suolo stabilizzato, trattati con il 3% e con il 5% di calce idrata calcitica, poste a confronto con stratigrafie di riferimento costituite da materiali granulari non legati, secondo la prassi convenzionale.

    La logica di fondo è duplice. Da un lato la stabilizzazione a calce consente di impiegare il suolo di sottofondo come strato portante, riducendo la quantità di granulare da quarriare e trasportare. Dall’altro, il vantaggio va dimostrato caso per caso, perché il comportamento del trattamento dipende dalla natura pedologica del materiale e dalle sollecitazioni previste.

    Dal dimensionamento meccanicistico-empirico all’analisi del ciclo di vita

    La progettazione delle sezioni è svolta con un approccio meccanicistico-empirico. La valutazione ambientale si fonda invece sull’analisi del ciclo di vita, con confini cradle-to-construction, ovvero dalla culla alla costruzione: un perimetro che ingloba le fasi a monte della realizzazione, senza estendersi alla gestione dell’opera in esercizio.

    Sono stati adottati indicatori midpoint ed endpoint, così da restituire sia impatti intermedi riferiti a categorie specifiche, sia danni complessivi a livello di danno finale. Gli esiti ambientali sono stati quindi letti insieme ai costi di costruzione relativi delle diverse sezioni, secondo un’impostazione orientata alla sostenibilità che evita di giudicare il trattamento solo sulla base delle emissioni.

    Dove i benefici ambientali si concentrano davvero

    Le sezioni con suolo stabilizzato riducono impatti ambientali e costi relativi di costruzione per livelli di traffico bassi e intermedi, con risultati particolarmente marcati sui sottofondi Argisol e Latosol. Sul global warming potential le riduzioni arrivano a circa il 48%, mentre i danni valutati in endpoint scendono oltre il 60% in alcuni scenari.

    Il dato critico è la tendenza al crescere del traffico: il vantaggio ambientale si assottiglia progressivamente man mano che i livelli di sollecitazione aumentano. Il rapporto tra strato stabilizzato e stratigrafia granulare, conveniente a bassi traffici, va quindi ricalibrato quando la pavimentazione deve servire traffici elevati.

    Il caso del Luvisol: una stratigrafia che ridisegna il bilancio

    Sul Luvisol il quadro cambia. La minore idoneità di questo suolo alla stabilizzazione con calce impone l’inserimento di uno strato aggiuntivo di pietrisco graduato nella sezione, un apporto che riduce sensibilmente i vantaggi ambientali del sistema stabilizzato rispetto alla soluzione convenzionale.

    È l’aspetto più utile per chi progetta: l’efficacia della stabilizzazione non è una proprietà del trattamento in sé, ma l’esito dell’equilibrio tra materiale di sottofondo, dosaggio di legante e stratigrafia necessaria a raggiungere le prestazioni richieste. Su suoli poco idonei, la quantità di materiale aggiuntivo può erodere fino a compromettere il bilancio ambientale che il trattamento era chiamato a migliorare.

    Indicazioni per la pratica di progetto

    • La stabilizzazione a calce si conferma alternativa ambientalmente vantaggiosa ed economicamente competitiva nelle regioni tropicali, in particolare per traffici da bassi a moderati.
    • Benefici restano raggiungibili anche ad alti livelli di traffico, ma dipendono dalle caratteristiche del sottofondo e non possono essere generalizzati.
    • La valutazione congiunta di impatti midpoint, danni endpoint e costi relativi di costruzione è il criterio con cui discriminare tra sezione stabilizzata e sezione granulare.
    • La risposta del sottofondo alla calce condiziona la stratigrafia: dove servono strati integrativi, il vantaggio si riduce.

    Il valore aggiunto del lavoro sta nella metodologia ripetibile: dimensionamento meccanicistico-empirico, LCA con confini definiti e confronto economico relativo, applicati su matrici di sottofondo e traffico. Un percorso che permette di decidere l’adozione della stabilizzazione a calce sulla base di quantità verificabili, anziché di presunzioni generali sul minor impatto del trattamento.

  • Violazione delle distanze legali: quando la responsabilità ricade sul direttore dei lavori

    Undici metri di distanza previsti dalla norma, nove metri e settantaquattro centimetri misurati in cantiere. La differenza, appena 26 centimetri, è bastata per mettere in discussione l’intera responsabilità professionale di un ingegnere direttore dei lavori e per fissare un principio utile a chiunque progetti in area edificata: ai fini del computo delle distanze tra fabbricati, pilastri e porticati contano come elementi costruttivi a tutti gli effetti.

    A chiudere la vicenda, durata tre gradi di giudizio, è la Cassazione con la sentenza n. 22545 del 2026, che condanna il professionista al pagamento di circa 23.500 euro oltre alle spese processuali già liquidate nei gradi precedenti.

    Il contenzioso: difformità riscontrate in sopralluogo

    La vicenda nasce da un nuovo edificio realizzato su un lotto inedificato, con un ingegnere nel doppio ruolo di progettista e direttore dei lavori. Durante un sopralluogo, i tecnici dell’ufficio comunale rilevano difformità rispetto al progetto approvato e una violazione delle distanze prescritte dal Dm 1444 del 1968 tra il nuovo fabbricato e quello confinante.

    Per riportare l’edificio in regola, la società committente e costruttrice deve demolire una porzione di struttura arretrando alcuni pilastri. Completati i lavori di ripristino e le pratiche amministrative di sanatoria, la società rivolge all’ingegnere una domanda di risarcimento, chiedendo il rimborso dei costi dei lavori di adeguamento delle distanze e delle spese sostenute per le procedure in sanatoria.

    I motivi del ricorso e la posizione difensiva del professionista

    Il tribunale accoglie parzialmente la richiesta risarcitoria e l’ingegnere porta la causa in appello, sollevando una serie di doglianze. Sul piano tecnico contesta l’applicabilità dell’articolo 9 del Dm 1444/1968, sostenendo che la distanza effettiva non fosse inferiore a quella di legge e che le misurazioni fossero state eseguite in modo scorretto. Sul piano della responsabilità, l’appellante dichiara di essersi dimesso dall’incarico e di non aver ricevuto mandato per il tracciamento dei fabbricati, escludendo così la propria rilevanza nelle violazioni edilizie contestate.

    La Corte d’appello conferma la sentenza di primo grado. All’ingegnere non resta che il ricorso in Cassazione, dove insiste su due profili: l’assenza di prova del mancato rispetto della distanza di 10 metri tra il pilastro del portico esistente al piano terra dell’edificio di proprietà e la parete perimetrale dell’edificio in costruzione, mai verbalizzata formalmente in giudizio, e l’incertezza sul metodo di misura adottato dai tecnici comunali, che poteva essere radiale oppure lineare.

    Pilastri e porticati contano ai fini delle distanze

    I giudici di legittimità respingono entrambi i rilievi e fermano un principio interpretativo che merita attenzione da parte dei progettisti. L’articolo 9 del Dm 1444/1968 impone per gli edifici di nuova costruzione una distanza minima di 10 metri tra le pareti finestrate e le pareti degli edifici antistanti. Ai fini del calcolo, la Corte conferma che vanno inclusi anche i pilastri e i porticati, qualificati come elementi costruttivi in grado di generare intercapedini pregiudizievoli per l’igiene e la salubrità.

    «L’interpretazione offerta dalla Corte di merito è conforme all’orientamento di legittimità che considera rilevanti, ai fini del computo delle distanze, tutti gli elementi costruttivi stabili e non meramente ornamentali, quali balconi e terrazze, destinati ad ampliare la consistenza del fabbricato. A tal fine, è sufficiente che anche un solo segmento della parete, comprensivo del colonnato, risulti posto a distanza inferiore ai dieci metri per determinare la violazione della norma.»

    Un punto, quest’ultimo, dalle conseguenze operative concrete: non serve che l’intera facciata sia fuori norma, basta un singolo segmento di parete, colonnato compreso, posto a meno di 10 metri perché la violazione sussista.

    Il valore probatorio del verbale di accertamento

    Sul piano processuale, la Cassazione richiama la giurisprudenza consolidata sul verbale di accertamento dell’illecito edilizio, che fa «piena prova, fino a querela di falso, delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti», secondo il riferimento a Cass. 25811/2013. La misura tra il pilastro del fabbricato oggetto della lite e la parete del fabbricato confinante, pari a 9,74 metri, va quindi considerata incontestabile.

    Sul merito, la Corte rileva che la decisione d’appello poggia su un ampio compendio probatorio, composto dalla documentazione amministrativa e dalle risultanze della Ctu. Il ricorso viene respinto e il direttore dei lavori è condannato alle spese processuali e alla somma di circa 23.500 euro già imputatagli nei gradi precedenti.

    Le implicazioni per progettisti e direttori dei lavori

    La pronuncia suggerisce prudenza in fase di progettazione di volumi con elementi aggettanti o strutture a colonnato in prossimità di confini edilizi. Il riferimento per il calcolo della distanza non si ferma alla parete finestrata, ma si estende a qualunque componente costruttivo stabile: balconi, terrazze, pilastri, porticati. È sufficiente un solo punto della facciata fuori norma, anche solo di pochi decimetri, per esporre committente e professionista a demolizioni parziali, pratiche di sanatoria e azioni risarcitorie.

    Per chi opera come direttore dei lavori, la sentenza conferma inoltre la portata del verbale tecnico redatto dal pubblico ufficiale, di difficile contestazione processuale, e il peso della documentazione amministrativa e della consulenza tecnica nella ricostruzione dei fatti. Una ragione in più per verificare le distanze di progetto in fase di tracciamento in cantiere, prima che la struttura sia realizzata.