Oltre il 74% degli impianti di riscaldamento residenziale italiani brucia ancora gas naturale, con il gasolio che incide per un ulteriore 3%. La dipendenza dai fossili resta dunque quasi totale nel patrimonio edilizio del Paese, e le soluzioni per sostituirla esistono già in gran parte: pompe di calore, teleriscaldamento, biomasse, oltre a sperimentazioni su idrogeno verde e ricerca su reazioni nucleari a bassa energia. Ne ha discusso la giornata tematica organizzata da Prospecta Formazione / Infoweb, dedicata a innovazione, sostenibilità e comfort nel riscaldamento.
Teleriscaldamento: quanta strada può ancora fare l’Italia
Le reti di riscaldamento urbano italiane contano oltre 430 impianti, con una estensione complessiva di più di 5.000 km. L’energia utile fornita ammonta a 9,2 TWht, coprendo circa il 2,7% della domanda residenziale, con 6 TWhe di elettricità cogenerata. Numeri da cui partire per un potenziale di sviluppo, secondo Simone Rossi, vicepresidente AIRU, pari a cinque volte i livelli attuali entro il 2030-2035.
Le reti vanno intese come piattaforme capaci di integrare fonti molto diverse: geotermia, calore di scarto industriale, termovalorizzatori, data center e pompe di calore. Il percorso indicato da Rossi prevede che entro il 2050 tutto il calore distribuito provenga da fonti rinnovabili o dal recupero di scarti. Per un settore ad alta intensità di capitale questo significa investire contemporaneamente nelle reti e negli impianti di produzione, con tre condizioni di fondo: domanda termica sufficientemente concentrata, quadro regolatorio stabile e incentivi adeguati.
Sul fronte normativo, l’attesa è per il decreto FER T, destinato a sostenere le rinnovabili termiche. Rossi sintetizza la situazione: gli obblighi sono chiari, mentre il quadro degli incentivi è ancora in definizione. Il teleriscaldamento resta inoltre un leve rilevante per decarbonizzare le città, responsabili del 70% delle emissioni di CO2 legate all’uso di energia.
Biomasse legnose: un fondo di carbonio diverso e un territorio da valorizzare
Il dibattito sul legno-energia è spesso confuso, ma la distinzione è tecnica. La combustione di combustibili fossili rilascia carbonio stoccato nel sottosuolo da milioni di anni, con immissione netta in atmosfera. Quella di biomassa legnosa emette invece carbonio biogenico, riconducibile a un ciclo del carbonio già attivo. Giulia Rudello di AIEL ha aggiunto un dato sul counter: in dieci anni la quantità di anidride carbonica assorbita dai boschi italiani è aumentata di 290 milioni di tonnellate.
Il potenziale nazionale è considerevole e poco sfruttato. La superficie boschiva italiana si estende su circa 11 milioni di ettari, il 40% del territorio, con una superficie forestale in crescita e senza disboscamento. Il prelievo forestale però resta molto basso: la media europea si attesta al 73%, contro un range italiano tra il 17% e il 37%.
Rudello ha concentrato l’attenzione sul ricambio dei generatori vecchi, responsabili della gran parte delle emissioni attribuite al riscaldamento a legna. Apparecchi moderni, combustibile adeguato e corretta conduzione sono le condizioni essenziali. La filiera legno-energia, a parità di produzione energetica, genera anche maggiori ricadute economiche e occupazionali sul territorio rispetto ai fossili, con particolare attinenza per i territori rurali e montani dove è possibile una filiera corta. Un caso applicativo presentato riguarda un’abitazione con caldaia a biomassa, fotovoltaico e batteria domestica, dove l’integrazione delle tre componenti limita l’accensione della caldaia per l’acqua calda nei mesi soleggiati.
Pompe di calore: convenienza economica e filiera industriale europea
Le pompe di calore sono il pilastro della transizione energetica secondo Federico Musazzi, segretario ASSOCLIMA, con la filiera produttiva italiana ed europea tra le più solide: il 59% delle pompe idroniche, tipologia prevalentemente usata come tecnologia primaria per il riscaldamento, è prodotto in Italia e l’87% in Europa.
La spinta arriva da Bruxelles. Il Piano d’azione per l’elettrificazione punta a 4 milioni di installazioni annue entro il 2030, rispetto ai 2,4 milioni del 2025, e la Commissione Europea quantifica il vantaggio economico:
“il passaggio dalle caldaie a gas alle pompe di calore riduce la bolletta media del riscaldamento per le famiglie dell’UE fino al 60%, offrendo al contempo importanti vantaggi collaterali per l’adattamento climatico”.
Electrification Action Plan e Industrial Accelerator Act agiscono entrambi su due fronti: aumentare la capacità produttiva europea nelle tecnologie net-zero e rafforzare la domanda di prodotti industriali low-carbon, affrontando il divario di prezzo tra elettricità e gas.
Il rapporto tra SCOP e Reeg decide la bolletta
Il risparmio economico per l’utente dipende da due parametri: lo SCOP, che esprime l’efficienza stagionale della pompa di calore, e il Reeg, che misura il rapporto tra prezzo dell’energia elettrica e prezzo del gas. Quando il Reeg è inferiore allo SCOP, la pompa di calore conviene rispetto alla caldaia a gas. Una leva centrale, per Musazzi, è contenere il rapporto elettricità/gas intorno a 2, così da consolidare la convenienza.
Sul fronte degli incentivi, il Conto Termico 3.0 e il futuro Piano Sociale per il Clima, che destina oltre 9 miliardi al periodo 2027-2032 secondo il MASE, possono democratizzare l’accesso alla tecnologia e sostenere famiglie vulnerabili e microimprese. La chiusura dell’intervento rimanda a un principio: la transizione energetica non deve lasciare indietro nessuno.
Accumuli termici e controllo: l’edificio come risorsa flessibile
La penetrazione delle fonti rinnovabili potrebbe ridurre a un quinto l’impronta di carbonio dell’elettricità da qui al 2050, con una conseguenza per gli edifici elettrificati che Simone Buffa, EU project manager di R2M Solution, ha descritto così: la classe energetica migliora nel tempo, a differenza degli impianti a gas con impronta pressoché costante.
La pompa di calore è molto efficiente, ma funziona solo su richiesta. Con accumulo e controllo intelligente l’edificio diventa flessibile, e la progettazione va impostata integrando i tre elementi: produrre calore quando c’è disponibilità fotovoltaica o l’elettricità costa meno, per utilizzarlo in un secondo momento. Sul fronte tecnologico, nel breve periodo resteranno prevalenti gli accumuli ad acqua; gli accumuli a cambiamento di fase offrono maggiore compattezza, ma il costo è oggi il limite. Anche le pareti dell’edificio possono funzionare da batteria termica.
Idrogeno verde: la palestra di Carpi come prima sperimentazione europea
La Provincia di Modena ha realizzato il primo edificio in Europa riscaldato con idrogeno: la palestra dell’istituto superiore Meucci di Carpi, con idrogeno verde prodotto in loco e miscelato al metano. Annalisa Vita, direttrice Area Tecnica della Provincia, ha spiegato la fase iniziale: la miscela con la massima percentuale di idrogeno ad oggi consentita, 20% idrogeno e 80% gas metano. Impianto e caldaia sono già predisposti per il funzionamento al 100% a idrogeno, una condizione che diventerà operativa quando lo consentiranno normative e certificazioni. L’obiettivo dichiarato è ampliare l’uso dell’idrogeno come vettore energetico.
Il modello è dichiarato replicabile: l’impianto è stato realizzato nel cortile di una scuola, in spazi limitati, e la principale difficoltà iniziale è stata l’assenza di un riferimento normativo specifico. Oggi il DM 7 luglio 2023 fornisce la base normativa che facilita la replicabilità del progetto.
Reazioni nucleari a bassa energia: la ricerca di Prometheus sul calore per gli edifici
Oltre alle tecnologie già mature, il convegno ha dato spazio a un filone di ricerca. La startup italiana Prometheus lavora su reazioni nucleari a bassa energia (LENR, Low Energy Nuclear Reactions) per produrre calore con alta efficienza, senza scarichi e senza unità esterne. Luigi Tischer, senior advisor and industry expert di Prometheus, ha illustrato i target tecnici: generatori compatti, alte temperature di mandata e prestazioni poco dipendenti dal clima esterno, con il mercato immaginato soprattutto nel patrimonio edilizio esistente.
La roadmap commerciale resta prudente e dipende da ricerca e investimenti, con una condizione dichiarata: prima della fase industriale è necessario un percorso rigoroso di caratterizzazione con l’ENEA.
Riscaldamento sostenibile, dunque, non significa una sola tecnologia: le alternative per uscire dai fossili esistono già e alcune sono in via di studio. La variabile decisiva, per tutte, è un quadro di incentivi e regolazione che renda economicamente solido il passaggio.