Un solo codice modello, cinquanta sistemi di abilitazione professionale: la licenza di ingegnere tra normative diverse

Negli Stati Uniti il titolo di ingegnere strutturista non vale la stessa cosa ovunque. Alcune giurisdizioni rilasciano la licenza SE come qualifica autonoma, altre la agganciano alla tipologia edilizia o alla destinazione d’uso, altre ancora non tracciano alcuna distinzione tra ingegneria civile e strutturale. È il terreno su cui Andrea Reynolds, oggi direttore dell’ingegneria strutturale di SmithGroup, ha maturato anni di pratica con incarichi distribuiti in più stati, arrivando a sostenere quarantacinque ore complessive di prove d’esame per poter operare su scala nazionale.

Una qualifica che cambia da stato a stato

La strada di Reynolds verso la licenza strutturale cominciò con una spinta esterna. John, suo supervisore all’epoca, la convinse a candidarsi per l’SE in Illinois, quando l’esame strutturale nazionale non esisteva ancora e lei non sapeva che oltre alla propria PE potesse esserci altro. La misura reale della frammentazione arrivò più tardi, quando assunse la direzione dell’ingegneria strutturale in uno studio di ingegneria e architettura (A/E) con clienti in tutto il paese: operare oltre i confini statali e portare avanti incarichi di conduzione in responsible charge significava confrontarsi ogni volta con un modello di licenza differente. Proprio quella dispersione la trascinò nel servizio verso la professione.

La risposta organizzata del settore passa dalla Structural Engineering Licensure Coalition, che riunisce NCSEA, SEI e CASE. Gli obiettivi dichiarati:

  • proteggere la licenza strutturale;
  • definirla in modo coerente tramite un linguaggio modello che i singoli stati possano adottare;
  • far sì che la qualifica viaggi insieme all’ingegnere che l’ha conseguita.

La difesa della licenza, precisa Reynolds, riguarda la tutela della salute, della sicurezza e del benessere pubblico, non l’esclusione dalla professione, per quanto chi è immerso nel processo possa percepirla così. Dove licenza civile e strutturale non sono distinte, l’armonizzazione può suonare come un aggravio di requisiti: la coalizione punta invece a un accordo sul significato del titolo e sulle modalità di transizione, senza imporre a ogni professionista esami aggiuntivi.

Il precedente dei codici modello edilizi

La storia normativa americana offre un riscontro concreto. Fino oltre gli anni Novanta si progettava sotto codici modello in competizione, con emendamenti locali costruiti caso per caso; oggi quasi ogni giurisdizione ha adottato un unico codice modello edilizio. Il consolidamento è stato sostenuto dalla condivisione dei principi ingegneristici di base e dall’esigenza di tutelare la sicurezza pubblica.

Per la licenza il ragionamento è identico: sull’ingegneria si concorda, su chi sia qualificato a esercitarla da uno stato all’altro no. Il divario non è una questione di comodità. Determina chi può intervenire dopo un disastro e con quale rapidità uno studio riesca a collocare l’ingegnere giusto sul progetto giusto. Colmarlo richiede ingegneri esercenti nei tavoli tecnici, volontari che si facciano avanti per il futuro della disciplina.

I tre pilastri della licenza: istruzione, esperienza, esame

La qualifica poggia su tre pilastri: istruzione, esperienza ed esame. Le preoccupazioni si concentrano quasi tutte sul terzo. Il percorso parte dalla formazione, per molti già con mattoncini e kit di montaggio, anche se all’epoca non ci si accorge; il titolo apre a un impiego, l’esperienza si accumula. L’esame resta invece sospeso sopra la testa e, laddove la maratona del PE Structural è il requisito d’ingresso, il fardello è notevole.

La visione proposta è quella di un futuro in cui PE Civil/Structural e PE Structural si costruiscano l’uno sull’altro, così che il tempo complessivo di verifica si riduca e la traiettoria risulti più breve di quella percorsa dalla stessa Reynolds. Quanto sia ripido lo sa bene: il gradino più difficile è stato l’SE3 dello stato di Washington, aggravato dall’esitazione del proprio studio di fronte ai costi dell’esame e dei viaggi. L’idea di rinunciare è passata sul tavolo; la conclusione è stata che un rendiconto spese non doveva limitare né la sua carriera, né i progetti dell’ufficio, né l’esperienza del gruppo. Sostenne la prova nell’ottobre 2010 e attese quattro mesi prima di leggere un tasso di superamento del 22%, con il proprio nome dalla parte giusta. Quando si dice che questo cammino è duro non è una figura di stile: l’orgoglio dell’arrivo ripaga tutto.

Transizione dell’esame e tassi di superamento

Il fardello è emerso con forza nella recente transizione della prova. I primi tassi di superamento delle sezioni di approfondimento sugli edifici, ormai somministrate al computer, sono apparsi sorprendentemente bassi, pur restando comparabili a quelli registrati quando fu introdotto l’esame nazionale di 16 ore, che impiegò tre anni per stabilizzarsi. Ad aprile l’aggiunta di un’ora ha fatto balzare i tassi: il tempo disponibile era quindi un fattore reale. È un periodo di aggiustamento, per quanto chi vi è coinvolto possa non trovarlo rassicurante.

Una soglia minima, non una classifica

L’esame non è valutato su una curva. Verifica la competenza minima necessaria a proteggere il pubblico, e definire con onestà quella soglia è l’operazione più consequenziale dell’intero sistema. I progressi tecnologici, l’ingresso di materiali nuovi, strutture più complesse e azioni ambientali in evoluzione accrescono la posta in gioco, in particolare per le opere significative, là dove la licenza SE conta di più.

La professione vista da fuori

Resta un fronte pubblico. Molti committenti, sviluppatori e architetti ancora non sanno che cosa faccia un ingegnere strutturista. La campagna We SEE ha lavorato su questa visibilità e NCSEA prepara nuove iniziative per comunicare il valore della disciplina e della carriera che ne deriva. La consapevolezza attira la prossima generazione; chiarezza e coerenza sono ciò che la trattiene.

Un percorso di questo tipo non dovrebbe costringere un ingegnere a riprovare più volte la stessa competenza in formati diversi. Reynolds deve a John la spinta iniziale, ricevuta prima ancora di capirne il valore, e ha dedicato la carriera a restituire quel favore rendendo la strada più chiara per chi viene dopo. L’appello è aperto a chiunque voglia unirsi a chi già lavora in questa direzione. Le strutture progettate sopravvivono a chi le ha disegnate. La professione consegnata alle generazioni successive dovrebbe fare altrettanto.

Andrea Reynolds, PE, SE, è direttore dell’ingegneria strutturale presso SmithGroup. I suoi incarichi spaziano tra stadi, installazioni militari e centri di ricerca, con progetti distribuiti a livello internazionale, e comprendono scenari di carico estremo: uragano, sismicità elevata, tornado e blast. Siede nel Structural Engineering Exam Committee e nel Board of Directors di NCSEA.

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