Autore: gianni.dessi@gmail.com

  • Obbligo sistemi BACS 2026: guida al decreto requisiti minimi

    Dal 3 giugno 2026 qualsiasi titolo abilitativo presentato per un edificio non residenziale con impianto termico oltre 290 kW dovrà considerare l’installazione di un sistema di automazione classificato almeno in Classe B. È il snodo più concreto introdotto dal D.M. 28 ottobre 2025, il nuovo Decreto Requisiti Minimi che recepise la direttiva europea EPBD e abroga il testo del 2015. Per i progettisti termotecnici e gli energy manager si apre una finestra di adeguamento di 180 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, poco più di due mesi per ricalibrare prontari, software di calcolo e relazioni tecniche.

    Cosa deve fare il sistema di controllo, in pratica

    I BACS, Building Automation and Control Systems, non vanno confusi con la domotica residenziale. Si tratta dell’architettura di supervisione che fa dialogare tra loro gli impianti principali di un edificio terziario: produzione di calore e freddo, ventilazione meccanica, illuminazione e, quando presente, la generazione rinnovabile con i relativi sistemi di accumulo. Il valore aggiunto sta nell’integrazione: caldaie, pompe di calore, chiller, ventilconvettori e sistemi VMC devono scambiarsi informazioni e agire in coordinamento, adattando l’erogazione ai reali carichi d’uso rilevati dai sensori.

    Un esempio chiarisce la logica. Senza un controllo centralizzato può accadere che un ambiente venga contemporaneamente riscaldato e raffrescato, con doppio dispendio energetico. Con una gestione di Classe B la regolazione segue l’occupazione effettiva degli spazi e la disponibilità di luce naturale, riducendo gli sprechi e mantenendo condizioni di comfort adeguate.

    Il perimetro dell’obbligo: edifici e interventi coinvolti

    La soglia dei 290 kW di potenza nominale utile non è arbitraria. Il legislatore ha intercettato le strutture con consumi dominanti, dove l’automazione produce i risparmi maggiori e si ammortizza più rapidamente. L’obbligo riguarda gli edifici non residenziali, uffici, strutture ricettive, scuole, ospedali, centri commerciali, e si attiva in tre scenari:

    • nuova costruzione;
    • ristrutturazione importante di primo livello;
    • riqualificazione energetica che coinvolge l’impianto termico, comprensiva della sostituzione del generatore di calore quando la potenza supera la soglia.

    Restano fuori gli impianti sotto i 290 kW: in quel caso l’installazione dei BACS resta raccomandata per le ragioni economiche, ma non è un adempimento. Il settore residenziale è comunque escluso da questo obbligo, salva la già prevista regolazione termica ambiente per ambiente.

    Classe B secondo UNI EN ISO 52120-1: il minimo sindacale

    La norma di classificazione di riferimento è la UNI EN ISO 52120-1, subentrata alla storica EN 15232. Definisce quattro livelli:

    • Classe D: impianti privi di automazione o con controlli basilari obsoleti;
    • Classe C: regolazione standard, con controlli autonomi non integrati;
    • Classe B: controllo centralizzato e coordinato dei sottosistemi, con gestione tecnica dell’edificio (TBM);
    • Classe A: gestione predittiva e adattiva, con diagnosi automatica dei guasti (FDD) e reportistica avanzata sui consumi.

    Il decreto è netto: per adempiere serve almeno la Classe B. Un sistema di Classe C, per quanto migliorativo rispetto allo status quo, non soddisfa il requisito.

    Deroga per inconvenienza economica: la prova del payback

    L’obbligo cede davanti alla fattibilità tecnica ed economica, valutata con un criterio oggettivo: il Tempo di Ritorno Semplice, SPBT. Se il rapporto tra investimento e risparmio annuo supera i 6 anni, l’installazione non è imposta.

    $$\text{SPBT} = \frac{\text{Costo di Investimento (I)}}{\text{Risparmio Economico Annuo (R)}}$$

    Il denominatore è il valore in euro dell’energia risparmiata, confrontando il fabbisogno dello stato attuale senza automazione con quello previsto con un sistema di Classe B. Il numeratore include hardware, software e licenze, cablaggio, manodopera specializzata e commissioning. Un dettaglio operativo rilevante: il calcolo si svolge sul costo lordo, senza detrarre incentivi né benefici fiscali come Transizione 5.0 o Conto Termico. Le agevolazioni non possono essere usate per rientrare nella finestra di deroga.

    La relazione ex Legge 10: dove si decide tutto

    Quando il payback eccede i 6 anni o emergono limiti tecnici insormontabili, la mancata installazione non segue automaticamente. Il progettista deve motivarla con una giustificazione dettagliata e supportata da calcoli ingegneristici espliciti nella Relazione Tecnica ex Legge 10. Si tratta di un documento asseverato sotto responsabilità civile e penale: una giustificazione costruita ad arte per eludere l’obbligo espone il professionista a sanzioni disciplinari dell’Ordine e a profili di colpa in caso di controlli successivi. I calcoli sul tempo di ritorno, quindi, vanno redatti con lo stesso rigore di una verifica dimensionale.

    Oltre la conformità: il conto economico della gestione automatizzata

    Anche dove l’obbligo non scatta, il bilancio dell’automazione merita attenzione. Il passaggio da un impianto di Classe D o C a una gestione di Classe B o A si traduce tipicamente in una riduzione dei consumi per climatizzazione e illuminazione tra il 15% e il 30%. Ai risparmi in esercizio si aggiungono effetti meno immediati ma concreti: il monitoraggio continuo dei parametri di pompe, caldaie e chiller consente un intervento manutentivo anticipato, riducendo le fermate improvvise e allungando la vita utile delle macchine.

    Sul fronte patrimoniale, gli asset dotati di tecnologie di gestione intelligente si collocano meglio sul mercato immobiliare, con canoni di locazione più alti e maggiore attrattività per investitori orientati ai criteri ESG. Infine, i dati prodotti dal sistema alimentano direttamente gli adempimenti già esistenti: diagnosi energetiche obbligatorie ai sensi del D.Lgs. 102/14, certificazione energetica e rendicontazione di sostenibilità.

    Cosa muovere entro giugno 2026

    Le implicazioni operative cambiano secondo il ruolo. Il progettista termotecnico deve aggiornare i propri strumenti di calcolo e imparare a modellare l’automazione già nelle fasi preliminari, padroneggiando la UNI EN ISO 52120-1. Le installazioni hanno davanti un importante fabbisogno formativo sui protocolli di comunicazione, KNX, BACnet, Modbus, e sull’integrazione di sistemi complessi. Le committenze, infine, devono inserire nei budget dei prossimi interventi una voce che finora spesso mancava, trattandola come componente strutturale del progetto impiantistico e non come accessorio.

    La transizione è in corso, e il margine per l’adeguamento è corto.

    Domande frequenti

    L’obbligo vale anche per gli edifici residenziali?
    No. Il requisito riguarda solo il non residenziale con impianti termici oltre 290 kW. Per gli abitanti privati permangono gli obblighi minori già previsti, come la regolazione ambiente per ambiente, senza sistemi BACS centralizzati imposti.

    Un impianto da 200 kW deve adeguarsi?
    Sotto la soglia dei 290 kW l’edificio non è tenuto a installare un sistema di Classe B. L’automazione resta comunque una scelta raccomandata per ragioni di risparmio.

    Posso contare gli incentivi nel calcolo del payback?
    No. Lo SPBT per la deroga si calcola al netto di qualunque incentivo o beneficio fiscale, considerando il costo lordo dell’intervento in rapporto ai risparmi energetici reali.

    La Classe C è sufficiente?
    Non dove l’obbligo sussiste. Il sistema deve garantire come minimo le prestazioni della Classe B secondo UNI EN ISO 52120-1; le classi C e D non sono idonee.

    Cosa rischio dichiarando falsamente un payback oltre 6 anni?
    La relazione è un atto asseverato: una giustificazione fittizia configura dichiarazione mendace, con conseguenze civili, penali e disciplinari da parte dell’Ordine o Collegio professionale.

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    Una pompa da piscina di potenza standard può sviluppare, in caso di ostruzione di una presa di aspirazione, una forza superiore ai 200-250 kg. Un valore che rende impossibile il distacco autonomo di un adulto, a maggior ragione di un bambino. È la magnitudine del problema che il 23 luglio 2026 l’Aula della Camera ha deciso di affrontare con un emendamento al decreto Sport, approvato con 244 voti favorevoli e un sostegno trasversale tra maggioranza e opposizione: la norma impone alle piscine pubbliche, private aperte al pubblico e a uso collettivo standard di sicurezza sui sistemi di ricircolo e sulle prese di aspirazione tali da impedire l’effetto ventosa, e punisce il mancato adeguamento con la chiusura immediata dell’impianto fino alla messa a norma. Un fondo da 4,7 milioni di euro per l’anno 2026 finanzia l’adeguamento delle piscine pubbliche. Il decreto-legge è tuttora in fase di conversione: l’efficacia definitiva è subordinata al passaggio al Senato e alla pubblicazione della legge di conversione.

    La fisica dell’effetto ventosa e le cinque modalità di intrappolamento

    Il rischio non risiede nel bocchettone come componente, ma nella depressione generata dalla pompa quando la superficie di aspirazione viene coperta, anche parzialmente, da un corpo. L’intera potenza si concentra su un’area ridotta e la forza risultante supera la capacità di reazione muscolare. La letteratura tecnica distingue cinque modalità di intrappolamento, ciascuna con una contromisura impiantistica dedicata: del corpo, quando il busto copre l’intero scarico; dei capelli, quando la chioma si annoda nella griglia; degli arti, quando braccia o gambe entrano in un condotto privo di protezione; meccanico, con gioielli e costumi impigliati nella struttura; e infine l’eviscerazione, il più grave, quando l’aspirazione si applica direttamente ai tessuti molli.

    Sull’intera disciplina di settore pesa un’unica soglia numerica: la velocità dell’acqua attraverso la griglia di aspirazione non deve superare 0,5 m/s. Oltre tale valore, la forza di attrazione non è più considerata sicura per il corpo umano.

    Due piani normativi da tenere separati

    La confusione che circola sulla materia nasce spesso dall’abitudine a trattare la “normativa piscine” come un corpo unico. Il quadro reale è duplice.

    Il primo piano è igienico-sanitario e gestionale, e poggia sull’Accordo Stato-Regioni del 16 gennaio 2003, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 51 del 3 marzo 2003, sviluppato dall’Accordo interregionale del 16 dicembre 2004. Questi atti definiscono la classificazione delle piscine, le figure professionali responsabili, i controlli esterni delle autorità sanitarie territoriali e il principio dell’autocontrollo a carico del gestore. Il loro punto debole è il recepimento disomogeneo da Regione a Regione, spesso tramite delibere di Giunta anziché leggi regionali organiche. A colmare questo vuoto di rango primario è in esame il disegno di legge quadro sulla sicurezza nelle piscine, che introdurrebbe tra l’altro un sistema di sanzioni amministrative uniformi a carico del gestore inadempiente.

    Il secondo piano è tecnico-impiantistico. Per le piscine a uso pubblico o collettivo i riferimenti sono la UNI EN 13451-1 per i requisiti generali di sicurezza e i metodi di prova, e la UNI EN 13451-3 per i requisiti complementari specifici dei componenti di aspirazione e scarico, la norma anti-intrappolamento di settore. Le piscine a uso domestico seguono invece la UNI EN 16713-2 sui sistemi di circolazione e la UNI EN 16582 sui requisiti generali, mentre la UNI 10637 riguarda gli impianti di circolazione, filtrazione e disinfezione. La certificazione di conformità dell’installazione si produce ai sensi del D.M. 37/2008.

    Un dettaglio che separa i progettisti aggiornati da chi lavora su documenti superati: la revisione 2022 della UNI EN 13451-3 ha eliminato il riferimento alle dimensioni del pozzetto sottostante la griglia e ha soppresso la possibilità di calcolare la velocità dalla superficie di apertura. Resta un solo metodo ammesso, la misura sperimentale con anemometro da acqua. Chi dichiara conformità sulla base del solo calcolo geometrico sta facendo riferimento a una versione abrogata della norma.

    Una gerarchia di protezione, non un menu di opzioni equivalenti

    I dispositivi di sicurezza non sono intercambiabili: si ordinano per robustezza intrinseca. In cima sta il sistema a sfioro con vasca di compenso, obbligatorio nelle piscine pubbliche: una canaletta perimetrale raccoglie l’acqua superficiale e la convoglia a un serbatoio di accumulo, da cui la pompa preleva per il ricircolo. L’effetto non è una mitigazione, ma l’eliminazione alla radice del rischio, perché la pompa non aspira mai direttamente dal fondo in presenza di bagnanti.

    Dove l’aspirazione diretta dal fondo resta necessaria, il primo presidio è la ridondanza. Nelle piscine collettive è vietato un unico scarico di fondo: ogni pompa deve essere collegata ad almeno due bocchettoni distanziati, così che un singolo corpo non possa coprirli contemporaneamente. Se uno viene ostruito, l’acqua continua a fluire dall’altro e il vuoto pericoloso non si genera.

    Le griglie conformi sono componenti certificati e non semplici coperture. La geometria deve essere bombata, per impedire l’otturazione totale della superficie; le aperture non possono superare 8 mm, per escludere l’intrappolamento delle dita; l’aspirazione deve essere prevalentemente periferica. Il componente deve superare i test di resistenza ai carichi verticali e di intrappolamento dei capelli previsti dalla UNI EN 13451-3. È il punto che più spesso cede sul campo: negli episodi di cronaca recenti la griglia era rotta o staccata, degradata dall’azione combinata di cloro e raggi ultravioletti.

    I sistemi SVRS (Safety Vacuum Release System) aggiungono un presidio attivo: rilevano un aumento anomalo del vuoto e, in pochi millisecondi, aprono una valvola d’aria o arrestano la pompa. Hanno un limite noto: possono essere influenzati dal controlavaggio del filtro e dalle fasi di pulizia, e alcuni dispositivi più recenti dichiarano espressamente l’indipendenza da questi effetti. Essendo un sistema attivo, soggetto a guasto, non sostituisce la protezione passiva dello sfioro o del doppio scarico, ma la integra. Le pompe a velocità variabile riducono portata e forza di aspirazione nelle fasi di normale balneazione, con un beneficio che si somma a quello energetico. Nessun dispositivo, però, esonera dal protocollo operativo di base: non scaricare mai la vasca in presenza di bagnanti, con avvertenza che deve comparire nel manuale consegnato al gestore.

    Componente certificato non significa impianto conforme

    Qui sta il nodo che separa un impianto davvero sicuro da uno apparentemente tale. La conformità richiede una progettazione impiantistica vera e propria: dimensionamento delle tubazioni in relazione alla portata, scelta del numero e della dimensione delle prese di aspirazione in funzione della geometria della vasca, verifica della velocità sulla griglia nelle condizioni reali di esercizio, non soltanto su carta.

    Sul piano della responsabilità la distinzione è netta. La dichiarazione di conformità dell’installazione eseguita spetta all’installatore, ma il gestore resta titolare dell’autocontrollo previsto dagli accordi Stato-Regioni e risponde civilmente, e nei casi più gravi penalmente, di incidenti riconducibili a un impianto non conforme, indipendentemente dalla certificazione dei singoli componenti. Un dispositivo certificato installato su un impianto sottodimensionato, o su una configurazione a scarico singolo dove servirebbe il doppio scarico, produce un falso senso di sicurezza che si ritorce contro chi gestisce la struttura.

    Il regime cambia anche in funzione dell’uso: per la piscina a uso domestico resta ammessa, con le dovute cautele progettuali, una sola presa di aspirazione, ipotesi esclusa dalla norma nelle piscine collettive. Hotel, agriturismi, stabilimenti balneari e campeggi operano quindi in un regime più stringente, dove una verifica tecnica indipendente dell’impianto esistente ha valore decisivo.

    L’emendamento al decreto Sport: prescrive un risultato, non il metodo

    La formula adottata dal legislatore, “standard tali da impedire l’effetto ventosa”, indica un obiettivo senza specificare i parametri per raggiungerlo e verificarlo, né l’autorità competente al controllo. Il rilievo, sollevato nel dibattito d’Aula, ha fondamento tecnico: si prescrive un sistema di messa in sicurezza senza dire quale.

    Il vuoto però non lascia i gestori senza riferimenti, li rimanda alle norme tecniche già codificate: velocità sulla griglia non superiore a 0,5 m/s misurata sperimentalmente con anemometro da acqua secondo la revisione 2022 della UNI EN 13451-3; divieto di scarico di fondo singolo con obbligo di almeno due bocchettoni distanziati per ogni pompa; griglie a geometria bombata con aperture non superiori a 8 mm e aspirazione prevalentemente periferica; priorità, dove tecnicamente possibile, al sistema a sfioro con vasca di compenso. Chi cerca oggi un adempimento amministrativo sta guardando nel posto sbagliato: serve una verifica impiantistica, documentata con relazione tecnica, perché la sanzione prevista è la chiusura immediata.

    Due precisazioni doverose. L’obbligo della cuffia da nuoto per i minori di sedici anni, presente nelle bozze circolate in mattinata, è stato ritirato prima del voto e non fa parte del testo approvato. E l’emendamento corre su un binario distinto rispetto al disegno di legge quadro sulla sicurezza delle piscine (A.C. 2576), assegnato alla Commissione competente della Camera dal 28 ottobre 2025 e tuttora in esame, consultabile sul sito della Camera dei deputati, che introduce piani di autocontrollo obbligatori e un quadro unitario su classificazione, requisiti di sicurezza e gestione degli impianti.

    A spiegare l’urgenza del provvedimento concorre il dato dell’Istituto Superiore di Sanità: trentasette decessi in piscina tra il 2024 e il 2025, oltre la metà riguardanti persone con meno di quattordici anni.

    Il fondo da 4,7 milioni e la finestra per gli enti pubblici

    Il fondo istituito per il 2026 finanzia l’adeguamento delle piscine pubbliche e apre una finestra operativa per Comuni, società partecipate e gestori di impianti sportivi comunali. Fondi di questa natura si assegnano, di norma, su base di progetto: le amministrazioni che arriveranno con una diagnosi impiantistica già redatta e un quadro economico definito saranno in posizione migliore rispetto a chi comincierà a valutare la propria situazione dopo la pubblicazione del decreto attuativo. Avviare da subito la verifica tecnica dei propri impianti, indipendentemente dai tempi del provvedimento, è la scelta consigliabile.

    Il messaggio per chi gestisce una piscina a uso collettivo resta quello che la normativa tecnica codifica da anni: la scheda del produttore certifica il componente, non l’impianto. La domanda cui rispondere documentatamente è se la configurazione complessiva, tubazioni, numero di punti di scarico e condizioni reali di esercizio, rispetti la soglia di velocità e i requisiti di ridondanza previsti. Senza una risposta documentata, la certificazione dei singoli componenti non protegge. L’emendamento al decreto Sport, intervento d’urgenza destinato presumibilmente a essere assorbito in forma più organica dalla disciplina di rango primario, seguirà il suo iter con aggiornamenti a seguire.

  • SVRS in piscina: è obbligatorio con il decreto Sport 2026?

    Con 244 voti favorevoli, la Camera ha approvato il 23 luglio 2026 l’emendamento al decreto Sport che impone alle piscine pubbliche, private aperte al pubblico e a uso collettivo prese di aspirazione e sistemi di ricircolo idonei a impedire l’effetto ventosa, pena la chiusura immediata dell’impianto. La norma non nomina l’SVRS e non lo rende obbligatorio. Una precisazione che pesa sulla sequenza operativa degli adeguamenti più di quanto lasci intendere il provvedimento, rimasto volutamente sul piano degli obiettivi.

    L’attenzione verso questo dispositivo non nasce dal parlamento ma dai fatti: negli ultimi anni in Italia si sono registrati casi di intrappolamento da aspirazione in vasche pubbliche e private, alcuni con esiti mortali e soprattutto ai danni di bambini. L’SVRS, Safety Vacuum Release System, è il componente chiamato a intervenire in pochi millisecondi quando l’aspirazione di uno scarico di fondo diventa pericolosa. Ed è anche il punto che incontro più spesso frainteso in fase di verifica: non esiste un obbligo normativo italiano di installarlo. Il dispositivo si aggiunge alla sicurezza passiva richiesta dalle norme vigenti, senza sostituirla.

    L’emendamento prescrive un risultato, non un dispositivo

    La formula adottata dal legislatore è di tipo prestazionale: i sistemi di ricircolo e le prese di aspirazione devono rispondere a standard tali da impedire l’effetto ventosa, con chiusura immediata in caso di mancato adeguamento. Nessun riferimento ai sistemi attivi di rilascio del vuoto: l’emendamento fissa l’obiettivo e rimanda alle norme tecniche la scelta dei mezzi. La sostanza tecnica descritta di seguito non viene quindi superata dal provvedimento, ma ne costituisce il contenuto.

    Il decreto-legge, peraltro, è ancora in fase di conversione. Sullo sfondo prosegue l’esame del disegno di legge quadro nazionale sulla sicurezza delle piscine (A.C. 2576), assegnato dal 28 ottobre 2025 alla Commissione competente della Camera, che potrebbe entrare in modo più analitico sui requisiti impiantistici.

    Come agisce un Safety Vacuum Release System

    Il principio è la sorveglianza continua della pressione di vuoto nel circuito di aspirazione. Quando la lettura deriva verso valori anomali, e l’aumento di vuoto è il segnale tipico di un corpo che occlude uno scarico di fondo, il sistema interviene in pochi millisecondi aprendo una valvola d’aria oppure arrestando la pompa di circolazione. La forza di risucchio si azzera prima che l’ostruzione evolva in intrappolamento.

    Nelle installazioni più recenti questa funzione non passa più necessariamente da un componente elettromeccanico dedicato. Le pompe a velocità variabile monitorano già in continuo i parametri idraulici del circuito e incorporano sempre più spesso il rilascio del vuoto nel proprio software di controllo. Il risparmio sui componenti è evidente; la contropartita è che la responsabilità della sicurezza migra dal componente fisico al firmware della pompa, con le conseguenti verifiche da eseguire puntualmente in fase di collaudo.

    Controlavaggio e taratura: dove il sistema attivo mostra i limiti

    Il punto debole resta la discriminazione del segnale. Le variazioni di vuoto prodotte dal controlavaggio del filtro e dalle fasi di aspirazione della pulizia della vasca assomigliano, per l’elettronica di controllo, a quelle generate da un’occlusione. Il risultato può essere un intervento non necessario o, quando la taratura viene rilassata proprio per eliminarli, una sensibilità ridotta del sistema proprio nel momento in cui servirebbe.

    I dispositivi di generazione più recente giunti sul mercato italiano richiamano la conformità al Virginia Graeme Baker Pool and Spa Safety Act, la normativa che dal 2008 rende obbligatori questi sistemi nelle piscine pubbliche statunitensi. I produttori dichiarano che il rilevamento è ormai indipendente dalle normali variazioni di pressione legate alla manutenzione. Un progresso reale, da accertare però caso per caso sulla documentazione tecnica, non dando nulla per acquisito. Sul territorio italiano l’atto americano non ha valore prescrittivo: resta un riferimento internazionale citato a sostegno dell’affidabilità del prodotto.

    Cosa chiedono davvero le norme italiane

    In Italia, e più in generale in Europa, nessuna norma impone specificamente un SVRS. Per le piscine pubbliche il riferimento è la UNI 10637, aggiornata nella versione più recente nel 2024 e fondata sui requisiti igienico-sanitari dell’acqua introdotti dall’Accordo Stato-Regioni del 16 gennaio 2003. Per le piscine domestiche vale la UNI EN 16713-2:2016, che impone di dotare gli scarichi di un sistema anti-intrappolamento.

    L’adempimento si concretizza quasi sempre in via passiva. Doppio scarico di fondo, distanziato in modo che un solo corpo non possa occludere entrambe le prese contemporaneamente. Griglie conformi alla UNI EN 13451 (parti 1 e 3), con velocità di passaggio dell’acqua non superiore a 0,5 m/s, condizione che rende la forza di aspirazione non pericolosa. E un’avvertenza di progetto: ogni Regione ha recepito il quadro con un proprio regolamento locale, quindi la verifica normativa non può fermarsi allo standard nazionale. In questo contesto l’SVRS è un livello facoltativo e complementare, non l’adempimento che soddisfa l’obbligo di legge.

    Perché la protezione attiva non sostituisce quella passiva

    L’argomento decisivo riguarda l’affidabilità. Un sistema attivo può guastarsi, essere disattivato per errore, risultare tarato in modo improprio o non fare in tempo a intervenire in condizioni anomale. La sicurezza passiva, doppio scarico, sfioro perimetrale, griglie a norma, funziona senza alimentazione elettrica, non dipende da software e non può essere aggirata da un malfunzionamento elettronico. Resta il fondamento; l’SVRS è un rinforzo, mai un sostituto.

    L’abuso più frequente del dispositivo è trattarne l’installazione come adempimento esaurito, tralasciando la verifica periodica di scarichi e griglie. Una condotta che espone gestori e proprietari a un rischio concreto e, in caso di incidente, a una responsabilità civile e penale di rilievo.

    L’ordine corretto degli interventi di adeguamento

    Nelle prossime settimane è prevedibile che la coincidenza lessicale tra l’effetto ventosa citato nella norma e la funzione dell’SVRS venga sfruttata per proporre il dispositivo come scorciatoia di conformità. Il ragionamento non regge. Un impianto dotato di SVRS ma privo di doppio scarico distanziato, o con griglie che superano i 0,5 m/s misurati secondo la UNI EN 13451-3, non impedisce l’effetto ventosa: lo interrompe dopo che si è generato, e soltanto se il sistema attivo funziona correttamente in quel preciso istante. Due situazioni differenti, sul piano della sicurezza come su quello della responsabilità.

    La sequenza corretta è una sola, oggi come prima dell’emendamento: prima la verifica documentata della conformità impiantistica dei bocchettoni e dei sistemi di aspirazione, poi l’eventuale integrazione con la protezione attiva. Chi invertisse l’ordine per accelerare l’adeguamento si troverebbe con un impianto formalmente attrezzato e sostanzialmente non conforme, in un regime sanzionatorio che prevede la chiusura immediata.

    Per chi gestisce una vasca pubblica o privata, o valuta un intervento di adeguamento, la priorità non è il dispositivo più raffinato in commercio ma la conferma, con documenti alla mano, dei requisiti di sicurezza passiva previsti per la propria tipologia d’impianto. Solo su quella base ha senso valutare l’aggiunta di un livello attivo.

  • Obbligo colonnine di ricarica negli edifici non residenziali

    Pochi capitoli normativi recenti hanno colto i progettisti di tanto quanto il Capitolo 6 dell’Allegato 1 al DM 28 ottobre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 283 del 5 dicembre 2025 e operativo dal 3 giugno 2026. Il decreto, che aggiorna il DM 26 giugno 2015 sui requisiti minimi sostituendone gli allegati tecnici, inserisce tra le finalità della relazione tecnica di cui all’art. 8 del D.Lgs. 192/2005 anche l’integrazione delle infrastrutture di ricarica dei veicoli elettrici. Chi oggi redige la relazione Legge 10 per un supermercato, un albergo o una sede direzionale deve quindi saper contare gli stalli del parcheggio, non solo l’involucro e gli impianti.

    Un obbligo che esiste anche senza cantiere

    Il profilo più insidioso riguarda gli edifici non residenziali esistenti con più di 20 posti auto: la dotazione di punti di ricarica è dovuta indipendentemente da qualsiasi intervento edilizio. Il percorso è articolato in due tappe. Entro il 1° gennaio 2025 il proprietario doveva installare almeno il 50% della dotazione prevista, arrotondato per difetto; entro il 1° gennaio 2030 dovrà raggiungere il 100%.

    La prima scadenza è ormai superata, e non per caso: la data discende dalla Direttiva (UE) 2018/844, recepita nel D.Lgs. 192/2005 tramite il D.Lgs. 48/2020, mentre lo strumento attuativo è arrivato solo a fine 2025. Il risultato è un parco immobiliare in larga parte non conforme alla prima soglia, spesso senza che i proprietari ne abbiano consapevolezza.

    Il rischio non è tanto ispettivo quanto patrimoniale. Un immobile commerciale non conforme pesa in una due diligence, in una compravendita o nel rinnovo di una locazione con conduttori strutturati, in un contesto in cui fondi e gestori immobilier valutano con crescente rigore la conformità normativa ed ESG degli asset.

    Tipologia A e Tipologia B: cosa prevede il decreto

    La disciplina distingue due famiglie di punti di ricarica:

    • Tipologia A: ricarica in corrente alternata con potenza nominale di almeno 7,4 kW e almeno 32 A per fase, la soluzione tipica della colonnina o della wallbox per soste lunghe e programmabili.
    • Tipologia B: sistemi in corrente continua di almeno 50 kW, pensati per la ricarica veloce in caso di rotazione elevata dei veicoli.

    Sono ammesse equivalenze: un sistema di Tipologia B sostituisce dieci punti A; due sistemi B valgono un sistema ultraveloce di almeno 150 kW; quattro sistemi B valgono un sistema di almeno 350 kW. Solo nei parcheggi privati opera anche il percorso inverso, con dieci punti A in luogo di un sistema B. Un chiarimento ministeriale recente precisa che le equivalenze si applicano una sola volta: non è possibile usarle a cascata, convertendo prima i punti A in sistemi B e poi aggregando questi ultimi in un ultraveloce.

    Le infrastrutture devono inoltre supportare la ricarica intelligente, con modulazione della potenza in funzione della rete (V1G), e, quando i veicoli lo consentono, lo scambio bidirezionale (V2G). Per chi integra fotovoltaico e accumulo si tratta di una leva concreta di gestione dei carichi.

    Le soglie per il parcheggio non residenziale

    Per le nuove costruzioni l’obbligo scatta oltre i 10 posti auto. Gli scaglioni dipendono dal regime di accesso:

    | Posti auto totali | Tipologia A, accesso pubblico | Tipologia A, accesso privato | Tipologia B |
    |—|—|—|—|
    | da 11 a 20 | 2 | 3 | nessuno |
    | da 21 a 100 | 2 ogni 20 posti | 3 ogni 20 posti | nessuno |
    | da 101 a 250 | 2 ogni 50 posti | 3 ogni 50 posti | 1 |
    | da 251 a 500 | 2 ogni 50 posti | 3 ogni 50 posti | 2 |
    | da 501 a 1.000 | 2 ogni 50 posti | 3 ogni 50 posti | 3 |
    | oltre 1.000 | 2 ogni 50 posti | 3 ogni 50 posti | 4 |

    A questi si aggiunge la canalizzazione di almeno un posto auto ogni cinque: tubazioni e predisposizioni che permettono di aggiungere colonnine in futuro senza scavare pavimentazioni finite. Quando gli stalli non sono un multiplo esatto dello scaglione, va applicata e dichiarata in relazione la regola di arrotondamento del decreto.

    Un esempio chiarisce il peso della classificazione dell’accesso. Un supermercato nuovo con 80 posti ad accesso pubblico cade nello scaglione da 21 a 100 e richiede 8 punti A, oltre a 16 stalli canalizzati. Se gli stessi 80 posti fossero riservati ai dipendenti di un centro logistico, salirebbero a 12 punti, con un incremento del 50% a parità di superficie e stalli. Lo scaglione non richiede in entrambi i casi sistemi B.

    Ristrutturazione importante: le condizioni di attivazione

    Nelle ristrutturazioni importanti l’obbligo dipende dal rapporto tra lavori e parcheggio. Se il parcheggio è interno all’edificio, i lavori devono interessare il parcheggio o l’infrastruttura elettrica del fabbricato. Se il parcheggio è adiacente, conta che i lavori riguardino il parcheggio stesso o la sua infrastruttura elettrica. Un parcheggio separato e non adiacente resta fuori da questa verifica.

    La definizione di adiacenza introdotta dal decreto è ampia: rientra il parcheggio appartenente agli stessi proprietari dell’edificio, anche solo in parte, che condivida con l’area del fabbricato un lato, un vertice oppure impianti tecnologici comuni. Un piazzale esterno ma servito dal quadro elettrico del fabbricato può quindi rientrarvi: prima di escluderlo conviene verificare proprietà catastale e schema elettrico.

    In caso di attivazione, le dotazioni si riducono: nei parcheggi ad accesso pubblico i punti A si dimezzano a parità di scaglione, mentre i sistemi B restano invariati. Per il supermercato da 80 posti bastano così 4 punti A invece di 8.

    Restano aperte due questioni. La prima è interpretativa: il testo parla di ristrutturazione importante senza distinguere esplicitamente tra primo e secondo livello, e in mancanza di chiarimenti la lettura più prudente, motivata in relazione, è quella consigliabile. La seconda è economica: l’obbligo cade quando il costo di infrastrutture e canalizzazioni supera il 7% del costo totale dell’intervento, soglia da dimostrare con un computo metrico e non con una semplice dichiarazione.

    Le cinque esclusioni da verificare prima di contare

    Cinque casi chiudono la pratica in partenza e vanno vagliati prima di ogni calcolo:

    • edifici di proprietà di piccole e medie imprese e da esse direttamente occupati. La definizione segue la Raccomandazione 2003/361/CE: meno di 250 dipendenti e fatturato annuo fino a 50 milioni di euro, oppure totale di bilancio fino a 43 milioni. La condizione è doppia: se l’impresa possiede l’immobile ma lo affitta a terzi, o lo occupa in locazione, l’esclusione non opera;
    • edifici con richiesta di titolo edilizio presentata entro il 10 marzo 2021;
    • microsistemi isolati, ossia reti elettriche di piccole dimensioni non connesse al sistema nazionale;
    • soglia del 7% per le ristrutturazioni importanti;
    • edifici pubblici che rispettano già requisiti comparabili ai sensi del D.Lgs. 257/2016, che ha recepito la direttiva DAFI.

    Quattro domande prima del calcolo

    L’inquadratura del caso concreto segue un ordine preciso: tipo di intervento (nuova costruzione, ristrutturazione importante, edificio esistente senza lavori), numero complessivo dei posti auto, regime di accesso al parcheggio, posizione del parcheggio rispetto all’edificio. Nei casi misti, come un hotel con stalli per lo staff e stalli per i clienti, conviene classificare le aree separatamente e motivare la scelta in relazione, rendendola verificabile da chiunque. Sembra un esercizio banale, ma una sola risposta sbagliata altera l’intero calcolo.

    Documentare la verifica nella relazione tecnica

    Il calcolo è metà del lavoro; l’altra metà è dimostrarlo. Calcoli e verifiche confluiscono nella relazione di cui all’art. 8 del D.Lgs. 192/2005, erede della relazione introdotta dall’art. 28 della Legge 10/1991. Nella fase transitoria, se lo schema di relazione vigente non prevede campi dedicati, le informazioni mancanti vanno allegate.

    Un allestimento professionale dell’allegato ricarica comprende la planimetria del parcheggio con stalli numerati e posizione dei punti, la classificazione motivata del parcheggio, il calcolo dei punti per tipologia, la quota di canalizzazione, la verifica della potenza disponibile al punto di consegna e, quando necessario, la strategia di gestione dinamica dei carichi.

    Due precisazioni contabili: l’energia assorbita dalle colonnine non entra nel calcolo della prestazione energetica dell’edificio, quindi non peggiora l’indice EP; specularmente, non è valorizzabile nel calcolo l’energia fotovoltaica destinata alla ricarica. Si tratta di verifiche parallele da tenere distinte.

    Potenza disponibile e prevenzione incendi

    Otto punti da 7,4 kW valgono quasi 60 kW di potenza installata, una riserva che molti edifici commerciali esistenti non hanno sul contatore. Prima di posare canalizzazioni occorre quindi verificare la potenza contrattuale e lo stato del quadro generale, valutando un sistema di bilanciamento dinamico che riparta la potenza tra i veicoli collegati e, in diversi casi, l’integrazione con fotovoltaico e accumulo per contenere il prelievo di punta.

    Sul fronte antincendio il decreto richiede soluzioni che limitino il rischio di incendio e la sua propagazione, tutelando manutentori e soccorritori. Per le attività soggette ai controlli dei Vigili del Fuoco il riferimento è la Lettera Circolare DCPREV n. 2 del 5 novembre 2018, prot. n. 15000, con testo coordinato aggiornato al 2 settembre 2022. Nelle autorimesse le scelte vanno coordinate con la regola tecnica verticale del DM 15 maggio 2020, verificando l’assoggettabilità all’attività n. 75 dell’Allegato I al D.P.R. 151/2011, relativa alle autorimesse coperte oltre 300 m². Per le infrastrutture ad accesso pubblico è prevista la trasmissione dei dati alla piattaforma nazionale dei punti di ricarica.

    Progetto elettrico, pratica antincendio e relazione energetica dovrebbero nascere insieme: separarli significa pagare due volte lo stesso lavoro, e spesso rifarlo.

    L’orizzonte della Direttiva Case Green

    Il quadro attuale non è definitivo. La Direttiva (UE) 2024/1275, nota come Direttiva Case Green, abbassa a più di cinque posti auto la soglia per gli edifici non residenziali nuovi o in ristrutturazione importante e, per gli esistenti con più di venti posti, chiede almeno un punto di ricarica ogni dieci stalli entro il 1° gennaio 2027. Il termine di recepimento nazionale è scaduto il 29 maggio 2026: prima di chiudere un progetto con orizzonte pluriennale conviene verificare lo stato dell’atto di recepimento e dimensionare canalizzazioni e quadri sulle soglie future, non solo su quelle vigenti. Per gli incentivi alla ricarica nei parcheggi privati è disponibile la sperimentazione GSE.

    In sintesi: inquadrare il caso con le quattro domande, verificare subito le esclusioni in particolare quella PMI, dimensionare per le soglie del futuro e coordinare in un unico percorso progetto elettrico, antincendio e relazione Legge 10. L’obbligo delle colonnine non è un optional da discutere a relazione quasi chiusa, ma una variabile di progetto che va fissata in apertura.

  • [gpt3]Agisci come editor tecnico specializzato in ingegneria per INGforum.it. Il tuo compito è correggere e normalizzare il titolo fornito in Free 2026 Open-Source BIMCraft Challenges Revit’s Grip – IMPORT ARTICOLI PER INGFORUM.**1. LINGUA**- Il titolo finale deve essere sempre in italiano corretto e naturale.- Traduci in italiano le parti descrittive scritte in altre lingue, mantenendo nella lingua originale i nomi propri, i marchi, i software, i prodotti, le tecnologie e i termini tecnici internazionali consolidati.- Non tradurre nomi di aziende, prodotti, software, sigle e acronimi tecnici.- Non lasciare frasi descrittive in inglese o in altre lingue quando esiste una formulazione italiana appropriata.- Se il titolo originale è interamente in un’altra lingua, riformulalo in italiano mantenendo fedelmente il significato originale.- Non tradurre i nomi ufficiali di prodotti, eventi, progetti, enti o iniziative.**2. FEDELTÀ AL CONTENUTO**- Mantieni rigorosamente il significato e l’argomento del titolo originale.- Intervieni solo per correggere errori grammaticali, ortografici, sintattici, formulazioni promozionali o uno stile poco professionale.- Migliora la chiarezza e la leggibilità senza riscrivere inutilmente il titolo.- Non aggiungere informazioni, dettagli, interpretazioni o affermazioni non presenti nel titolo originale.- Non inventare nomi, numeri, risultati, caratteristiche tecniche, riferimenti normativi o dati.- Non introdurre clickbait, enfasi pubblicitaria o parole chiave SEO artificiali.- Non modificare arbitrariamente il significato per rendere il titolo più accattivante.- Se il titolo è già corretto, chiaro, in italiano e conforme alle regole seguenti, mantienilo invariato, salvo gli adeguamenti obbligatori di lunghezza e formattazione.**3. LUNGHEZZA MASSIMA: 65 CARATTERI**- Il titolo finale non deve mai superare 65 caratteri, inclusi spazi e punteggiatura.- Se il titolo originale supera 65 caratteri, accorcialo eliminando ridondanze, ripetizioni, formule introduttive e dettagli secondari.- Se necessario, riformula la frase per rispettare il limite senza alterare il significato originale.- Conserva il concetto principale e i termini tecnici indispensabili.- Non eliminare nomi di software, marchi, sigle o riferimenti tecnici essenziali, salvo che siano chiaramente ridondanti.- Non accorciare un titolo già corretto che rispetta il limite.- Dopo aver formulato il titolo, verifica nuovamente la lunghezza. Se supera 65 caratteri, correggilo prima di restituire il risultato.- Il limite di 65 caratteri è obbligatorio e prevale sulla preferenza di mantenere invariato il titolo.**4. MAIUSCOLE E PUNTEGGIATURA: STANDARD ITALIANI**- Applica le convenzioni ortografiche italiane per l’uso delle maiuscole.- Scrivi con l’iniziale maiuscola la prima parola del titolo.- Scrivi in minuscolo i nomi comuni e gli aggettivi, salvo i casi in cui le regole italiane richiedano la maiuscola.- Dopo i due punti, usa normalmente la minuscola, a meno che la parola successiva sia un nome proprio, un marchio, una sigla o un’altra espressione che richieda la maiuscola.- Mantieni le maiuscole nei nomi propri di persone, aziende, enti, organizzazioni, prodotti e software, rispettando la grafia ufficiale.- Conserva gli acronimi e le sigle tecniche nella forma corretta, ad esempio BIM, FEM, CAD, CAM e CNC.- Rispetta la grafia ufficiale di marchi e prodotti, ad esempio AutoCAD, SOLIDWORKS e Revit.- Non trasformare tutte le parole significative in maiuscole.- Non applicare le convenzioni inglesi del Title Case.- Correggi la punteggiatura superflua, mantenendo quella necessaria alla chiarezza.- Rimuovi eventuali simboli decorativi, sequenze di punteggiatura ripetute ed elementi grafici non pertinenti.**5. RIMOZIONE DI TESTO ESTRANEO**- Restituisci esclusivamente il titolo finale, senza aggiungere altri contenuti.- Elimina prefissi ed etichette estranei al titolo, come “Titolo:”, “Title:”, “Ecco il titolo:”, “Risultato:”, “Output:”, “SEO title:” e formule analoghe.- Rimuovi tag, marcatori di prompt, residui di formattazione e istruzioni che non appartengono al titolo.- Non includere nell’output le etichette Free 2026 Open-Source BIMCraft Challenges Revit’s Grip

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    Aprire un file .rvt reale di Revit senza una licenza, su Windows, macOS o Linux: è quanto consente già oggi BIMCraft, un progetto open source gratuito scritto interamente in Rust dallo sviluppatore noto con lo pseudonimo IPedrax. Si tratta di una ricostruzione clean-room del workflow di Revit, ancora in una fase precoce di sviluppo, ed è proprio questo stadio a renderlo un oggetto da osservare con attenzione per chi lavora quotidianamente con il BIM.

    Interfaccia familiare e modellazione di base

    L’interfaccia richiama volutamente quella consueta: ribbon, pannello proprietà, project browser e gran parte delle scorciatoie da tastiera che architetti e ingegneri hanno interiorizzato negli anni. Gli elementi inseribili coprono i fondamenti del modello architettonico:

    • livelli, muri, porte e finestre;
    • solai, tetti e colonne;
    • vani (rooms).

    Planimetrie, sezioni, prospetti e una vista 3D vengono generati dallo stesso modello, e le tavole possono essere impaginate. La lettura e la scrittura del formato IFC sono supportate, elemento rilevante per gli scenari di scambio dati tra piattaforme differenti.

    Gestione dei file .rvt: import in sola lettura

    L’aspetto che distingue BIMCraft dalla maggior parte degli strumenti alternativi è l’apertura diretta dei file proprietari. Il programma legge .rvt generati da un’ampia gamma di versioni di Revit, con import in sola lettura. Muri vetrati e alcuni elementi più complessi possono non essere riportati correttamente, ma la geometria essenziale e molte delle relazioni tra gli elementi passano. Per uno strumento gratuito è un risultato degno di nota: studenti, studi di piccole dimensioni e ricercatori indipendenti possono ispezionare un modello commerciale senza disporre di una licenza Revit completa.

    Ogni azione è un comando: l’architettura pensata per gli agenti

    Poiché ogni strumento e ogni campo è esposto come comando, un sistema esterno può pilotare il software, interrogare il modello e perfino produrre il render delle viste. In un periodo in cui molti studi sperimentano controlli automatizzati, generative design e documentazione assistita dall’AI, questa scelta architetturale ha un peso specifico: il modello non resta chiuso in un’applicazione che solo un operatore umano può azionare, ma diventa qualcosa su cui altri software possono ragionare e intervenire.

    I limiti dichiarati

    Lo sviluppatore è esplicito: il progetto è giovane. Funzioni che nel software maturo sono date per scontate risultano assenti o incomplete. Le prestazioni su modelli molto grandi non sono state verificate su larga scala, mentre sicurezza dei dati, versionamento e affidabilità a lungo termine, requisiti che le aziende richiedono per progetti pluriennali, restano quesiti aperti. BIMCraft non è dunque pronto per l’uso in produzione su progetti commerciali di grande dimensione.

    Il contesto: costi di licenza e chiusura dei formati

    Il mercato del software per l’architettura è da lungo tempo dominato da pochi grandi fornitori. Costi di licenza, requisiti hardware e difficoltà di spostare i dati tra piattaforme creano barriere concrete, in particolare per gli studi piccoli, per il lavoro accademico e per le realtà con budget software limitati. Le alternative open source esistono, ma poche hanno affrontato il settore frontalmente sul suo stesso terreno. BIMCraft non inventa un paradigma nuovo: ricrea quello noto e lo rende gratuito e aperto.

    La scelta è insieme pragmatica e radicale. Pragmatica perché la memoria muscolare di migliaia di utenti è già addestrata all’interazione in stile Revit. Radicale perché rifiuta l’idea che l’unico modo di lavorare con quel workflow sia pagare abbonamenti continui a una singola azienda. L’esecuzione nativa su Windows, Mac e Linux rimuove un ulteriore attrito: lo stesso strumento può risiedere sul portatile di uno studente, su un tablet di cantiere o su una server farm senza accorgimenti complicati.

    Un esperimento in corso più che un prodotto finito

    BIMCraft è meno un prodotto concluso che un esperimento vivo. Mette alla prova tre punti: se uno sforzo open source guidato dalla comunità può raggiungere un’utilità pratica capace di sfidare l’ecosistema chiuso; se la dipendenza del settore dai formati proprietari è davvero così assoluta come sembra; se gli utenti perdoneranno l’incompletezza quando l’accesso è gratuito e la direzione dello sviluppo resta aperta.

    Le reazioni finora registrate oscillano tra entusiasmo e prudenza. C’è chi vi vede l’inizio di una svolta attesa da troppo tempo e chi ricorda che gli strumenti open source in ambito architettonico hanno spesso faticato a mantenere lo slancio dopo l’entusiasmo iniziale. Entrambe le posizioni hanno fondamento: un software che sta al centro della responsabilità professionale e di progetti dal valore di milioni di sterline non si gestisce alla leggera. Al tempo stesso la concentrazione del potere in poche piattaforme commerciali ha prodotto ris propri: costi in crescita, innovazione limitata alla roadmap del fornitore e una generazione di professionisti che non ha mai utilizzato un ambiente di modellazione realmente aperto.

    Non un sostituto di Revit, ma un punto di pressione

    La chiave di lettura più utile non considera BIMCraft un rimpiazzo improvviso di Revit, bensì un punto di pressione. Dimostra che le barriere tecniche a un’alternativa aperta sono più basse di quanto molti supponessero e che un singolo sviluppatore, lavorando in pubblico, può produrre qualcosa che già apre file commerciali e gira su più piattaforme. Se l’iniziativa diventerà un progetto comunitario sostenuto o rimarrà una proof of concept di valore dipenderà da quanti decideranno di contribuire, testare e finanziare lo sviluppo.

    Per ora lo strumento occupa quello spazio raro tra ambizione e incompletezza. È gratuito, aperto, e consente operazioni che un tempo richiedevano licenze costose. Solleva inoltre una domanda scomoda: se un ambiente BIM utilizzabile, multipiattaforma e pronto per gli agenti può esistere fuori dal sistema commerciale chiuso, perché il settore lo ha accettato per così tanto tempo? La risposta non arriverà da una singola release, ma dal numero di persone che decideranno che i muri del modello non debbano più appartenere in esclusiva al software che li ha disegnati per prime.

  • [gpt3] Agisci come editor tecnico specializzato in ingegneria per INGforum.it. Il tuo compito è correggere e normalizzare il titolo fornito in Autodesk’s Agentic AI Strategy Extends Beyond Software Seats – IMPORT ARTICOLI PER INGFORUM. **1. LINGUA** – Il titolo finale deve essere sempre in italiano corretto e naturale. – Traduci in italiano le parti descrittive scritte in altre lingue, mantenendo nella lingua originale i nomi propri, i marchi, i software, i prodotti, le tecnologie e i termini tecnici internazionali consolidati. – Non tradurre nomi di aziende, prodotti, software, sigle e acronimi tecnici. – Non lasciare frasi descrittive in inglese o in altre lingue quando esiste una formulazione italiana appropriata. – Se il titolo originale è interamente in un’altra lingua, riformulalo in italiano mantenendo fedelmente il significato originale. – Non tradurre i nomi ufficiali di prodotti, eventi, progetti, enti o iniziative. **2. FEDELTÀ AL CONTENUTO** – Mantieni rigorosamente il significato e l’argomento del titolo originale. – Intervieni solo per correggere errori grammaticali, ortografici, sintattici, formulazioni promozionali o uno stile poco professionale. – Migliora la chiarezza e la leggibilità senza riscrivere inutilmente il titolo. – Non aggiungere informazioni, dettagli, interpretazioni o affermazioni non presenti nel titolo originale. – Non inventare nomi, numeri, risultati, caratteristiche tecniche, riferimenti normativi o dati. – Non introdurre clickbait, enfasi pubblicitaria o parole chiave SEO artificiali. – Non modificare arbitrariamente il significato per rendere il titolo più accattivante. – Se il titolo è già corretto, chiaro, in italiano e conforme alle regole seguenti, mantienilo invariato, salvo gli adeguamenti obbligatori di lunghezza e formattazione. **3. LUNGHEZZA MASSIMA: 65 CARATTERI** – Il titolo finale non deve mai superare 65 caratteri, inclusi spazi e punteggiatura. – Se il titolo originale supera 65 caratteri, accorcialo eliminando ridondanze, ripetizioni, formule introduttive e dettagli secondari. – Se necessario, riformula la frase per rispettare il limite senza alterare il significato originale. – Conserva il concetto principale e i termini tecnici indispensabili. – Non eliminare nomi di software, marchi, sigle o riferimenti tecnici essenziali, salvo che siano chiaramente ridondanti. – Non accorciare un titolo già corretto che rispetta il limite. – Dopo aver formulato il titolo, verifica nuovamente la lunghezza. Se supera 65 caratteri, correggilo prima di restituire il risultato. – Il limite di 65 caratteri è obbligatorio e prevale sulla preferenza di mantenere invariato il titolo. **4. MAIUSCOLE E PUNTEGGIATURA: STANDARD ITALIANI** – Applica le convenzioni ortografiche italiane per l’uso delle maiuscole. – Scrivi con l’iniziale maiuscola la prima parola del titolo. – Scrivi in minuscolo i nomi comuni e gli aggettivi, salvo i casi in cui le regole italiane richiedano la maiuscola. – Dopo i due punti, usa normalmente la minuscola, a meno che la parola successiva sia un nome proprio, un marchio, una sigla o un’altra espressione che richieda la maiuscola. – Mantieni le maiuscole nei nomi propri di persone, aziende, enti, organizzazioni, prodotti e software, rispettando la grafia ufficiale. – Conserva gli acronimi e le sigle tecniche nella forma corretta, ad esempio BIM, FEM, CAD, CAM e CNC. – Rispetta la grafia ufficiale di marchi e prodotti, ad esempio AutoCAD, SOLIDWORKS e Revit. – Non trasformare tutte le parole significative in maiuscole. – Non applicare le convenzioni inglesi del Title Case. – Correggi la punteggiatura superflua, mantenendo quella necessaria alla chiarezza. – Rimuovi eventuali simboli decorativi, sequenze di punteggiatura ripetute ed elementi grafici non pertinenti. **5. RIMOZIONE DI TESTO ESTRANEO** – Restituisci esclusivamente il titolo finale, senza aggiungere altri contenuti. – Elimina prefissi ed etichette estranei al titolo, come “Titolo:”, “Title:”, “Ecco il titolo:”, “Risultato:”, “Output:”, “SEO title:” e formule analoghe. – Rimuovi tag, marcatori di prompt, residui di formattazione e istruzioni che non appartengono al titolo. – Non includere nell’output le etichette La strategia AI agentic di Autodesk va oltre le licenze software

    L’evoluzione dell’AI agentica annunciata da Autodesk per l’ambiente AEC non interessa solo i flussi di lavoro di progettazione: tocca direttamente l’economia del software tecnico. La transizione verso Forma, l’orchestrazione dei task tramite agenti AI e un modello di fatturazione orientato al consumo potrebbero trasformare automazione, potenza di calcolo e dati di progetto in nuove fonti di costi ricorrenti. È la tesi sviluppata da AEC Magazine, che analizza le implicazioni per chi oggi lavora quotidianamente con gli strumenti della casa californiana.

    Il modello a licenza sotto pressione

    Se un progettista può supervisionare agenti AI che svolgono lavoro oggi ripartito tra più postazioni Revit, il tradizionale modello di licenza basato sulle postazioni nominali (seat-based) perde parte della sua base economica. Meno utenti umani significa meno licenze attive, anche se il volume di lavoro prodotto resta invariato o cresce.

    La risposta aziendale, come ricostruita dalla rivista specializzata, sembrerebbe orientata verso l’aggiunta di servizi di orchestrazione e di fatturazione a consumo sovrapposti agli abbonamenti software esistenti. In pratica, l’accesso per l’utente umano resterebbe, ma sopra di esso si accumulerebbero nuove voci di costo legate all’attività delle macchine.

    La direzione di Forma

    Ad Autodesk University 2026 l’azienda ha chiarito l’evoluzione prevista per Forma: nel tempo, progettazione, analisi, coordinamento e documentazione dovrebbero migrare in Forma, con Revit ridotto al ruolo di client connesso. In questo scenario:

    • Autodesk Assistant opererà attraverso le diverse applicazioni;
    • l’AI Orchestrator determinerà quali modelli, servizi e funzionalità software siano necessari per completare un task.

    La responsabilità di comporre la catena operativa viene quindi spostata dal singolo professionista a un livello di orchestrazione automatizzata che seleziona risorse e capacità in funzione dell’obiettivo richiesto.

    Il contesto come strato di intelligenza persistente

    Secondo componente chiave della strategia è il contesto. Autodesk intende aggregare modelli di progetto, disegni, decisioni, normative interne e informazioni storiche in uno strato di intelligenza persistente su cui gli agenti AI possano basarsi.

    Per gli studi tecnici questo aspetto ha due letture. Da un lato, agenti alimentati con la memoria complessiva del progetto possono essere più utili nell’esecuzione di attività di progettazione e coordinamento. Dall’altro, AEC Magazine solleva un problema di portabilità: una migrazione verso un’altra piattaforma potrebbe richiedere in futuro il trasferimento non solo della geometria, ma di anni di conoscenza accumulata sul progetto. Il patrimonio informativo diventerebbe, di fatto, un elemento di dipendenza dalla piattaforma.

    Fatturazione dell’automazione: le zone grigie

    Il capitolo prezzi è quello su cui l’analisi si sofferma maggiormente. Secondo quanto dichiarato da Autodesk, ogni macchina di automazione richiede una licenza named-user. Resta però aperta una questione pratica per chi oggi scrive script e routine: dove finisce lo scripting convenzionale e dove inizia l’attività di macchina soggetta a licenza separata. Il confine non è definito, e riguarda direttamente chi ha automatizzato processi con Dynamo, API o altri strumenti.

    Sono inoltre stati introdotti meccanismi di addebito per il calcolo guidato dalle macchine. Dal 6 ottobre 2026, le esportazioni tramite AEC Data Model API oltre le quote incluse costano un token Flex ogni 5 MB. Per i team che movimentano quotidianamente modelli e dati tecnici, il consumo di banda applicativa diventa una voce di costo monitorabile.

    Standard aperti e costi residui

    Anche l’adozione di standard aperti come il Model Context Protocol non eliminerebbe necessariamente queste spese. Un’azienda potrebbe eseguire i propri modelli AI in locale, ma continuare a sostenere costi nel momento in cui gli agenti accedono ad applicazioni, dati o servizi cloud dell’ecosistema Autodesk.

    Lo scenario di costo complessivo

    La domanda sollevata non riguarda la capacità tecnica di costruire agenti AI efficaci, ma il modello economico che li accompagna. La possibilità prospettata è che il cliente finisca per pagare contemporaneamente:

    • l’accesso umano al software;
    • l’accesso per le macchine;
    • i trasferimenti di dati;
    • la potenza di calcolo;
    • le operazioni AI specializzate.

    In tale eventualità, l’AI potrebbe ridurre il fabbisogno di lavoro ingegneristico mentre accresce la dipendenza dalla piattaforma software. Per i professionisti del settore, il punto di attenzione operativo è la valutazione dei costi totali di proprietà: non solo licenze e abbonamenti, ma anche consumo di API, computo automatizzato e gestione del patrimonio informativo di progetto.

  • Daylight decisions begin with building massing

    Chi lavora in un ufficio con finestre dorme, in media, circa 46 minuti in più a notte rispetto a un collega che opera in ambienti privi di illuminazione naturale. Il dato, citato da Spacio nell’ambito di una disamina sul ruolo della luce diurna nella progettazione, apre una questione che riguarda direttamente i progettisti: le decisioni assunte nelle fasi iniziali di definizione del volume edificato orientano, per tutta la vita dell’edificio, l’esposizione alla luce degli occupanti, con effetti documentati su sonno, vigilanza, umore e prestazioni cognitive.

    Luce naturale e ritmo circadiano: i riferimenti quantitativi

    Il legame tra luce e fisiologia umana passa attraverso la regolazione dell’orologio circadiano, che governa i cicli sonno-veglia. Poiché le persone trascorrono la maggior parte del tempo in ambienti chiusi, la quantità e la tempistica della luce che penetra nell’edificio determinano in misura sostanziale l’esposizione luminosa quotidiana.

    Sul piano numerico, i ricercatori che studiano i ritmi circadiani raccomandano almeno 250 lux di melanopic equivalent daylight illuminance a livello dell’occhio durante le ore diurne per gli adulti sani, indicando nella luce diurna la sorgente privilegiata. Un valore che non può essere verificato a posteriori con un semplice rilievo: dipende da scelte di massing, orientamento e genero delle superfici trasparenti definite in fase di concept.

    Un quadro normativo frammentato

    Per chi deve dimostrare la conformità di una soluzione, la misura della luce naturale presenta una complicazione ulteriore: metriche e requisiti variano da paese a paese. La Norvegia fa riferimento al daylight factor, mentre la Danimarca e la norma europea EN 17037 adottano indicatori capaci di descrivere la luce utile nel tempo, e non solo in una condizione istantanea.

    A questa frammentazione normativa corrisponde una diversa capacità degli indicatori di rappresentare il comportamento reale dell’edificio. Il daylight factor, calcolato su cielo coperto standardizzato, restituisce uno snapshot che ignora clima, posizione del sole e variabilità annuale. La modellazione climate-based daylight, invece, lavora su condizioni meteorologiche effettive, posizione solare, orientamento e profilo annuale, avvicinandosi a ciò che gli occupanti sperimentano.

    Le metriche a confronto

    Il sistema di indicatori annuali offre visioni complementari delle prestazioni: Daylight Autonomy, spatial Daylight Autonomy, Annual Sun Exposure e Useful Daylight Illuminance. Tra questi, l’UDI riveste un interesse particolare per il progettista, perché non si limita a rilevare la carenza di luce ma identifica anche le condizioni eccessive, cioè le situazioni potenzialmente generatrici di affaticamento da abbagliamento o di apporti solari indesiderati. Un’informazione che le metriche fondate sulla sola sufficienza non restituiscono.

    Il caso norvegese: quando il daylight factor non basta

    Un progetto norvegese documenta concretamente la distanza tra i due approcci. Diversi ambienti che avevano fallito il benchmark convenzionale del 2% di daylight factor risultavano, se valutati tramite simulazione annuale climate-based, nettamente migliori di quanto il criterio statico suggerisse. L’analisi annuale ha però individuato anche gli ambienti che necessitavano davvero di interventi di modifica. Due esiti opposti, in un solo studio, che illustrano il rischio di decisioni progettuali fondate su un unico indicatore.

    La finestra temporale decisiva: il massing

    Il punto critico è temporale, non metodologico. Orientamento, distacchi tra corpi di fabbrica, profondità degli ambienti, posizione e dimensione delle finestre, rientranze e fattori di riflessione delle superfici possono essere corretti in corso d’opera solo a costi elevati, quando non risultano definitivamente vincolati. Una volta fissata la geometria complessiva, il margine di manovra si riduce drasticamente.

    Spacio porta queste valutazioni dentro la modellazione digitale precoce, calcolando esposizione del prospetto al cielo, ore di sole, radiazione solare e ombreggiamenti mentre l’architetto definisce il massing. Il giorno dell’analisi cambia thus di posizione nel workflow: da verifica tardiva, eseguita quando la geometria è già congelata, a input attivo di progetto, capace di orientare le scelte mentre sono ancora reversibili.

    Implicazioni per la pratica professionale

    Per gli studi di progettazione, il messaggio operativo è duplice. Da un lato, la scelta della metrica non è neutra: dipende dal contesto normativo di riferimento e condiziona l’esito della verifica, come dimostra il caso norvegese. Dall’altro, i parametri che governano la prestazione luminosa coincidono in larga parte con quelli che definiscono la forma dell’edificio. Introdurre l’analisi della luce nella stessa finestra temporale in cui si decide il volume significa poter agire sulle variabili che contano, invece di constatarne gli effetti quando ogni alternativa è già stata esaurita.

  • AI agents bring natural language to structural engineering

    Bentley Systems sta integrando server MCP (Model Context Protocol) nei propri software di ingegneria per consentire ad agenti di intelligenza artificiale di supportare analisi strutturali, modellazione, monitoraggio e attività ripetitive, lasciando saldamente in capo all’ingegnere le decisioni tecniche. L’iniziativa interessa in particolare l’ingegneria strutturale, settore che secondo l’azienda deve fronteggiare carenza di professionalità, crescita della domanda di infrastrutture, requisiti di sostenibilità più stringenti e progetti via via più complessi.

    Il Model Context Protocol come collegamento tra AI e software di calcolo

    Il fulcro della strategia è il Model Context Protocol, uno standard aperto che connette gli agenti AI direttamente alle applicazioni di ingegneria. Il modello operativo previsto è significativo dal punto di vista tecnico: il professionista descrive l’attività in linguaggio naturale, senza dover navigare interfacce o scrivere script; l’AI interpreta la richiesta, ma sono le funzioni deterministiche del software Bentley a eseguire le operazioni. Questa separazione tra interpretazione e esecuzione dovrebbe garantire risultati riproducibili e contenere il rischio legato alle allucinazioni dei modelli generativi, un aspetto critico quando si opera su modelli e calcoli destinati a verifiche di sicurezza.

    Bentley presenta questo approccio come un modo per automatizzare il lavoro di routine preservando il giudizio e la responsabilità professionale richiesti nella progettazione di opere dove la sicurezza è determinante. Le dichiarazioni dell’azienda vanno lette come tali, in assenza per ora di valutazioni indipendenti sulle prestazioni del sistema.

    Applicazioni nel calcolo strutturale

    La prima applicazione descritta riguarda STAAD.Pro. Il relativo server MCP consente agli agenti di operare sul modello strutturale tramite istruzioni conversazionali: applicare carichi, modificare il modello, assegnare le proprietà dei membri, lanciare le analisi e confrontare i risultati. L’ingegnere resta responsabile dell’interpretazione dei risultati e delle decisioni successive, quindi il flusso prevede un’automazione delle operazioni di impostazione e gestione del modello, non della validazione tecnica.

    L’approccio si estende ad altri prodotti della gamma: STAAD Foundation Advanced lo applica alla progettazione delle fondazioni, mentre SACS lo utilizza per la modellazione e l’analisi di strutture offshore.

    Oltre l’analisi strutturale

    Bentley porta il protocollo anche fuori dal dominio del calcolo. Gli agenti su MicroStation possono interagire con elementi, livelli, riferimenti e viste dei file DGN, aprendo la possibilità di gestire operazioni di modellazione attraverso richieste in linguaggio naturale. Sul fronte del monitoraggio, iTwin IoT consente l’accesso conversazionale ai dati dei sensori, sia in tempo reale che storici. Questo potrebbe rendere il monitoraggio strutturale più accessibile: l’ingegnere potrebbe indagare gli allarmi, analizzare le tendenze e generare report senza competenze specialistiche in data science.

    Esplorazione progettuale e design generativo

    L’azienda individua ulteriori margini di applicazione nell’esplorazione delle alternative di progetto. L’idea è addestrare modelli di machine learning su simulazioni precedenti per ottenere stime rapide del comportamento strutturale su migliaia di configurazioni, riservando le analisi ad alta fedeltà ai candidati più promettenti selezionati in questa fase preliminare. Si tratta di un approccio a due livelli che farebbe da filtro prima del calcolo dettagliato, riducendo il numero di simulazioni complete da eseguire.

    Anche il design generativo rientra nel quadro: l’uso di informazioni storiche di progetto potrebbe proporre alternative di impostazione e favorire il riutilizzo di soluzioni già consolidate. Restano indicazioni programmatiche dell’azienda, non risultati verificati su applicazioni operative.

    Adozione graduale e ripartizione dei ruoli

    Il modello di adozione indicato da Bentley è progressivo, non orientato all’automazione totale. Le aziende di ingegneria possono partire da attività delimitate e verificabili, per poi estendere l’uso man mano che cresce la fiducia nei risultati. Nella divisione dei compiti descritta dall’azienda, l’AI assume la parte di esecuzione ripetitiva mentre l’ingegnere strutturista concentra il proprio lavoro su giudizio, ottimizzazione, creatività, sicurezza e responsabilità professionale.

    Per il professionista che utilizza quotidianamente strumenti di calcolo e modellazione, il punto operativo è la combinazione tra interfaccia conversazionale e funzioni deterministiche del software: la richiesta viene formulata in linguaggio naturale, ma l’elaborazione numerica rimane nei codici di calcolo consolidati, con l’ingegnere che conserva il controllo dell’interpretazione e delle scelte progettuali. Sarà la diffusione concreta di questi server MCP nei workflow di studio e azienda a mostrare l’effettiva incidenza sulle pratiche di calcolo e gestione dei modelli.

  • Planning your 2027 AEC CAD software budget

    Pianificare il budget software CAD 2027: licenze, rinnovi e costi variabili

    Con l’arrivo dei preventivi di rinnovo per l’anno successivo, i CAD manager si trovano a stimare i costi software quando prezzo di rinnovo, organico e fabbisogni progettuali sono ancora incerti. Un budget utile per il settore AEC deve tenere conto di tre elementi distinti: gli impegni contrattuali già assunti, l’utilizzo previsto delle licenze e le voci di costo che non compaiono nel preventivo di rinnovo, come il consumo di token o le penali per uso eccedente.

    Un elemento che cambia il punto di partenza di molti budget è la decisione di Autodesk di eliminare a gennaio 2026 la maggior parte degli sconti residui sul rinnovo degli abbonamenti. Le aziende con licenze perpetue affrontano invece una questione diversa: se mantenere la copertura manutentiva, quali accessi e servizi verrebbero meno in caso di scadenza e quanto costerebbe il ripristino.

    Cosa copre realmente il termine di licenza

    Il termine di licenza definisce il periodo coperto dall’acquisto, ma il prezzo resta fisso per tutta la durata solo se previsto dall’accordo. Un abbonamento pluriennale può vincolare l’azienda ai pagamenti per l’intero termine anche con fatturazione annuale: è necessario verificare l’impegno totale e quando è possibile ridurre il numero di postazioni.

    Un blocco prezzo sulle postazioni esistenti può non valere per quelle aggiunte durante il termine né per il prezzo del rinnovo successivo. Vanno controllati il tariffario per le postazioni aggiunte a contratto in corso e l’eventuale co-terminazione con l’abbonamento esistente. Addebiti basati sull’uso e servizi con licenza separata possono incrementare ulteriormente il costo contrattuale.

    Una licenza perpetua consente in generale di continuare a usare la versione licenziata senza rinnovare la manutenzione, nei limiti del contratto. Aggiornamenti, supporto tecnico, servizi cloud e alcuni diritti di licensing possono però dipendere da una manutenzione attiva. Prima di lasciare decadere la copertura occorre quindi accertare cosa resta disponibile, cosa termina e quanto costerebbe il ripristino.

    Modellare i fabbisogni prima di fissare il budget

    L’approccio consigliato prevede la preparazione di più opzioni di budget basate sull’utilizzo attuale e sui fabbisogni progettuali attesi, partendo dal costo del rinnovo invariato e confrontandolo con scenari che riducono le postazioni, cambiano tipologia di licenza o modificano il termine di abbonamento. Le ipotesi sul lavoro futuro devono essere le stesse per ogni confronto.

    Scenario Ipotesi Prima verifica
    Rinnovo invariato Mantenimento di tutte le postazioni e i prodotti attuali Preventivo di rinnovo scritto
    Adattamento all’uso previsto Eliminazione delle postazioni non necessarie per i lavori futuri; alternative per gli utenti occasionali Report di utilizzo, fabbisogni progettuali, piani di organico
    Adattamento con termine pluriennale Impegno sul numero ridotto di postazioni per un periodo più lungo, dove disponibile Impegno totale, piano di pagamento, protezione prezzo, restrizioni sulle riduzioni

    Per ogni scenario vanno stimati i costi variabili che possono mancare nel preventivo: fatture per uso eccedente, consumo di token o crediti, saldi prepagati. Ogni riserva va dimensionata sull’uso previsto e sul modello di addebito del fornitore. La scadenza di pianificazione va fissata sulla prima data entro cui è obbligatorio agire: quella di disdetta dal rinnovo automatico può cadere molto prima della scadenza dell’abbonamento, e va lasciato tempo per l’approvazione interna.

    Un esempio numerico

    Scenario Postazioni Budget annuale Note
    Rinnovo invariato 25 $50.000 Mantengo tutte le postazioni
    Adattamento all’uso previsto 21 $42.000 Elimino le quattro postazioni non necessarie
    Adattamento con riserva costi variabili 21 $44.100 Include una riserva illustrativa di $2.100
    Termine triennale 21 $42.000 Costo annuale fisso e impegno totale di $126.000 da gennaio 2027 a dicembre 2029, riserva esclusa

    Il budget annuale per 21 postazioni con riserva di $2.100 ammonta a $44.100, cioè $5.900 in meno rispetto al rinnovo di tutte le 25 postazioni senza riserva. La riserva è pari al 5% del costo licenza rivisto ed è puramente illustrativa: ogni azienda deve calcolare una percentuale adeguata partendo dai propri registri di consumo. Il termine triennale garantisce certezza di prezzo più che un costo annuale ridotto, vincolando però l’azienda a $126.000 di pagamenti.

    Presentare la richiesta alla direzione

    La direzione deve sapere quanto si richiede, per quanto tempo l’azienda rimarrebbe vincolata e cosa accadrebbe in caso di rifiuto. La proposta va organizzata su questi tre punti:

    • Collegare ogni voce al lavoro. Indicare progetti, clienti o contratti che richiedono ciascun prodotto e quali deliverable dipendono dalle licenze richieste.
    • Separare gli impegni esistenti dalle nuove richieste. Se l’azienda è a metà di un contratto pluriennale, i pagamenti già vincolati vanno mostrati a sé; postazioni aggiuntive, componenti aggiuntivi e upgrade costituiscono una spesa da approvare distinta.
    • Spiegare le conseguenze di un taglio. Indicare quali accessi o servizi cesserebbero, quando e su quale lavoro inciderebbe la riduzione, includendo dove applicabile il costo di ripristino della manutenzione o di un nuovo abbonamento. Distinguere i risparmi immediati dai costi che emergerebbero in un budget futuro.

    La consegna alla direzione dovrebbe includere il confronto tra le opzioni con costi, impegni e conseguenze pratiche, più una raccomandazione motivata con le ipotesi sottostanti.

    Le condizioni dei principali fornitori AEC

    Autodesk

    A gennaio 2026 Autodesk ha eliminato la maggior parte degli sconti residui sul rinnovo, inclusi quelli per gli abbonamenti commerciali standard all’AEC Collection, a Revit e a Civil 3D. AutoCAD con i toolset specializzati e AutoCAD LT mantengono uno sconto del 5% sui rinnovi pluriennali. Condizioni tariffarie separate valgono per Success Plans, Flex, Enterprise Business Agreement e abbonamenti derivanti da offerte trade-in come Move to Subscription e Transition to Named User. I prezzi dei rivenditori possono variare in alcune regioni.

    Secondo quanto dichiarato da Autodesk, il termine triennale protegge il prezzo per tre anni, con fatturazione annuale ma impegno sull’intero periodo. Le postazioni aggiunte a contratto in corso sono prezzate alla tariffa corrente e possono essere co-terminate con l’abbonamento originale per la protezione prezzo fino a fine termine. Se un’offerta viene ritirata, un abbonamento attivo resta generalmente utilizzabile fino a fine termine, con preavviso e opzioni di transizione.

    Sui tempi di rinnovo: gli abbonamenti idonei si possono rinnovare da 90 giorni prima della scadenza fino a 45 giorni dopo, ma completare il rinnovo prima della scadenza è la prassi consigliata perché il termine successivo non garantisce 45 giorni di accesso continuativo. Per gli abbonamenti gestiti direttamente da Autodesk, l’accesso completo continua per i primi 15 giorni dopo la scadenza; segue la sospensione, con prodotto non accessibile ma rinnovo possibile, e a 45 giorni la cancellazione, con necessità di acquistare un nuovo abbonamento. Un rinnovo tardivo conserva il ciclo di fatturazione originale. Le procedure possono differire per acquisti gestiti da partner.

    Sul fronte delle postazioni, i cambi tariffari di gennaio 2026 hanno allineato gli abbonamenti multi-utente al costo di due abbonamenti single-user per lo stesso prodotto nella maggior parte delle regioni, con la Cina come esclusa principale. Le riduzioni di postazioni hanno effetto al rinnovo. Autodesk Flex, basato su token prepagati per l’accesso a consumo, può risultare più economico per gli utenti occasionali; il token estimator di Flex aiuta a stimare i token necessari in base al numero di utenti occasionali e ai giorni d’uso previsti.

    “Per i CAD manager, il budget più solido è quello che puoi collegare all’utilizzo reale e al lavoro che prevedi per il team”, ha dichiarato a Cadalyst Marcus O’Brien, VP of Product Development, AutoCAD, Infrastructure & Reality Capture Solutions di Autodesk. “Guarda chi usa regolarmente quali prodotti, dove gli utenti occasionali si adattano meglio a Flex, quali progetti o assunzioni potrebbero modificare la domanda e quando scadono i rinnovi principali; poi prevedi margine sufficiente per assorbire questi cambiamenti senza dover rivedere il budget a metà anno.”

    Bentley

    Bentley offre licenze perpetue con copertura manutentiva SELECT, abbonamenti Virtuoso a 12 mesi e il programma a consumo Enterprise 365 (E365). I termini pubblicati prevedono quanto segue.

    • SELECT. Le tariffe esistenti restano generalmente in vigore fino al prossimo rinnovo; le tariffe di rinnovo passano ai listini Bentley a quella data, ma una modifica non può avere effetto prima di 30 giorni dal ricevimento della comunicazione. SELECT dura 12 mesi e si rinnova automaticamente salvo disdetta di una delle parti almeno 30 giorni prima della fine del termine.
    • Fine copertura SELECT. Il pooled licensing e i diritti di virtualizzazione terminano con l’accordo, anche per prodotti perpetui, il cui uso prosegue secondo i termini della licenza perpetua. Il ripristino di SELECT richiede il consenso di Bentley e un pagamento anticipato che può arrivare a pariare le tariffe non scontate maturate durante la lacuna.
    • Uso eccedente. Se l’uso misurato supera le postazioni licenziate, Bentley può emettere licenze a termine retroattive e fatturare l’uso eccedente di picco per sito e prodotto, con le tariffe vigenti all’inizio del periodo di fatturazione. Report di utilizzo, fatture e avvisi vanno confrontati con il costo di licenze aggiuntive.
    • Costi prepagati e a consumo. Con il Cloud Services Subscription (CSS) il pagamento iniziale copre 12 mesi di tariffe stimate; gli addebiti idonei attingono al saldo, da integrare prima dell’esaurimento. Vanno verificati l’importo minimo di ricarica e il consumo atteso. L’uso di E365 è finanziato tramite CSS e può prevedere una quota trimestrale minima specificata nel modulo d’ordine.
    • Portfolio balancing. I clienti SELECT possono richiederlo almeno 30 giorni prima dell’anniversario, previa approvazione e idoneità dei prodotti: fornisce licenze rinnovabili a 12 mesi per altri prodotti di valore pari o inferiore, senza sostituire in modo permanente le licenze perpetue originali, che tornano pienamente operative se l’assetto termina.
    • Virtuoso. Si rinnova automaticamente; per annullare il rinnovo occorre contattare Bentley almeno 30 giorni prima.

    Per l’imputazione dei costi software ai singoli progetti Bentley offre Project Based Licensing per alcuni prodotti, di cui verificare idoneità e condizioni di addebito prima di inserirlo nel budget di progetto.

    Gli altri prodotti

    La stessa analisi va applicata a Bluebeam, Graitec e al resto del parco software: impegni di pagamento, addebiti a consumo, scadenze di rinnovo e disdetta, e cosa cessa in caso di mancata copertura.

    Portare opzioni, non un numero solo

    Il preventivo di rinnovo copre solo una parte del budget software. Occorre verificare l’utilizzo reale e il lavoro previsto, separare gli impegni esistenti dalla spesa proposta e includere gli addebiti attesi fuori preventivo, controllando per tempo le scadenze contrattuali per lasciare spazio all’approvazione interna.

    Checklist operativa

    A 90 giorni dal rinnovo: registrare date di rinnovo, scadenze di disdetta e impostazioni di rinnovo automatico per ogni accordo; analizzare l’utilizzo delle licenze degli ultimi 90 giorni insieme a progetti e organico; raccogliere le fatture per abbonamenti, manutenzione, uso eccedente e token; richiedere preventivi scritti per le opzioni considerate; identificare i pagamenti già vincolati dai contratti pluriennali.

    A 60 giorni: confrontare rinnovo invariato, adattamento all’uso previsto e impegno pluriennale, includendo i costi variabili stimati; confermare cosa cessa dopo una lacuna di copertura e quanto costerebbe il ripristino; inviare le raccomandazioni in tempo per l’approvazione prima della scadenza di preavviso; trasmettere eventuali disdette entro il termine contrattuale.

    A 30 giorni: completare approvazioni e disdette residue; confermare numero di postazioni, prodotti, termini e modalità di pagamento; programmare il pagamento prima della scadenza e conservare la conferma scritta di modifiche o cancellazioni.

    Domande ricorrenti

    Un abbonamento pluriennale riduce i costi? Può offrire protezione prezzo ma non necessariamente un costo annuale inferiore. Vanno confrontati preventivi scritti, impegno totale, piano di pagamento e restrizioni sulle riduzioni di postazioni, verificando se la protezione copre le postazioni aggiunte a contratto in corso.

    Quanto riservare per gli addebiti a consumo? La riserva va calcolata su registri di consumo, fatture precedenti e fabbisogni attesi usando il modello di addebito del fornitore. Il 5% citato nell’esempio è illustrativo, non una raccomandazione valida per tutte le aziende.

    Quando iniziare la pianificazione? Con sufficiente anticipo per ottenere preventivi, analizzare l’uso e completare l’approvazione interna prima della prima scadenza contrattuale di preavviso. I 90 giorni della checklist sono un riferimento, ma alcuni accordi possono richiedere più tempo. Le scadenze di rinnovo automatico e disdetta vanno verificate direttamente, senza affidarsi solo alla data di scadenza dell’abbonamento.

    Si può continuare a usare una licenza perpetua dopo la fine della manutenzione? In generale sì, per la versione licenziata e nei limiti del contratto. Aggiornamenti, supporto, servizi cloud e pooled licensing possono però dipendere da manutenzione attiva: prima di interrompere la copertura, va confermato cosa resta, cosa termina e se il ripristino è previsto e a quale costo.

  • AENARA unveils 2075 Mars habitat model with robots

    La parete di un habitat marziano, sezionata e messa in mostra a scala reale, è al centro dell’installazione Off-World Habitat Wall Section realizzata da AENARA per la mostra Task Eternal al Powerhouse Parramatta di Sydney. Lo studio della fondatrice Melodie Yashar non punta all’effetto scenografico: taglia letteralmente l’architettura mettendo a nudo gusci strutturali, membrana gonfiabile, isolamento termico e condotte destinate a energia, dati, acqua e aria, in vista di una presenza umana su Marte ipotizzata intorno al 2075.

    La sezione muraria al posto del rendering

    Le immagini che solitamente accompagnano l’architettura planetaria sono gusci curvi posati su dune rosse, resi in rendering esterni. AENARA rovescia l’impostazione. L’installazione è un modello fisico di grandi dimensioni che espone l’assemblato murario dall’interno, rendendo l’habitat leggibile come un sistema funzionante e non come un oggetto scultoreo.

    Il principio dichiarato da Yashar è duplice: progettare superfici abitative il più possibile simili alla Terra, senza nascondere i rischi di un ambiente ostile lontano dal pianeta d’origine. Nella sezione muraria convive quindi il benessere psicologico degli occupanti con le prestazioni necessarie a schermatura dalle radiazioni, controllo termico e supporto vitale.

    Da uno studio di fattibilità con la NASA all’oggetto espositivo

    Il progetto nasce da uno studio di fattibilità della durata di un anno, condotto con collaboratori NASA, specialisti industriali e partner universitari. L’obiettivo della ricerca era definire come costruire habitat e infrastrutture di supporto in modo autonomo, impiegando materiali disponibili in loco. La sequenza operativa analizzata copre l’intero ciclo: atterraggio delle attrezzature, dispiegamento dei sistemi costruttivi e avvio della produzione locale di ossigeno, acqua e calcestruzzo solforico.

    Il tema centrale è la robotica applicata al cantiere. Le missioni future disporranno di manodopera ridotta e di una capacità di carico limitata proveniente dalla Terra, quindi l’utilizzo delle risorse in situ diventa condizione necessaria. Lo studio si conclude con un concept of operations che lega i sistemi robotici alla produzione dei materiali da costruzione direttamente sulla superficie marziana.

    La sezione muraria traduce questi esiti in un oggetto tangibile. I gusci primari di chiusura sono realizzati mediante stampa tridimensionale. Una membrana gonfiabile e strati di isolamento fronteggiano gli estremi termici e le differenze di pressione. Le reti utilities integrate mostrano come elettricità, dati, acqua e aria attraverserebbero l’assemblato.

    La costruzione come problema operativo

    AENARA imposta il processo edilizio come una catena di passi operativi, non come esercizio formale. Le domande che governano il progetto di habitat e dei robot assemblatori sono precise: cosa arriva per primo dalla Terra, cosa si può fabbricare in loco, quali sistemi devono restare funzionanti durante tutta la fase di costruzione.

    La ricerca ha esplorato tecnologie per produrre ossigeno e acqua dalle risorse locali, oltre alla fabbricazione di calcestruzzo solforico a uso strutturale. I sistemi robotici dovrebbero lavorare con alta autonomia, supervisione ridotta e capacità di adattarsi alle irregolarità della superficie marziana. La sezione muraria esplicita le dipendenze reciproche tra guscio, membrana e ambiente interno.

    Le ricadute superano il contesto spaziale. Metodi costruttivi pensati per ambienti estremi, con manodopera scarsa e materiali limitati, sono già pertinenti per l’edificazione terrestre in località remote o con risorse vincolate: autonomia dei processi, lavorazione dei materiali sul posto e sistemi edilizi fortemente integrati.

    Supporto vitale reso visibile

    Il taglio della parete trasforma sistemi astratti in relazioni fisiche. Il visitatore può seguire il raccordo tra gli strati protettivi esterni e l’intero abitabile: camere d’equalizzazione (airlock), corridoi tecnici e interfacce tra struttura e apparecchiature di supporto vitale entrano a pieno titolo nell’esperienza architettonica, smettendo di essere infrastruttura nascosta.

    Conto, la dimensione psicologica dell’abitazione di lunga durata. Quando l’ambiente esterno resta permanentemente ostile, la qualità degli interni, percepiti come familiari e di supporto, pesa quanto le prestazioni tecniche. L’installazione mantiene insieme trasparenza tecnologica ed esperienza umana, rifiutando di ridurre l’habitat a un problema puramente ingegneristico.

    Il contesto espositivo e le implicazioni per il progetto

    Task Eternal apre il 7 novembre 2026 al Powerhouse Parramatta, con un focus su aerospazio e futuro dell’attività umana oltre la Terra. La sezione muraria di AENARA vi figura come modello di lavoro, non come proposta definitiva: documenta fino a dove è arrivata la ricerca e quanta parte resta irrisolta.

    Iltempo è significativo. Le agenzie spaziali avviano pianificazioni formali per basi lunari e missioni marziane di lungo periodo, e progetti capaci di tradurre la ricerca in forma fisica ancorano il dibattito. La distanza tra le immagini visionarie e i requisiti reali di costruzione, supporto vitale e benessere umano emerge con chiarezza quando i sistemi diventano visibili.

    Architettura, robotica e responsabilità del progetto

    AENARA si presenta come uno studio di ricerca dedicato alle tecnologie di costruzione autonoma e agli ambienti capaci di sostenere equipaggi indipendenti dalla Terra. La sezione muraria prosegue questa linea, mettendo il progetto architettonico in dialogo diretto con robotica, scienza dei materiali e ingegneria dei sistemi.

    Restano aperte questioni più ampie. Costruire infrastrutture oltre la Terra comporta implicazioni sociali, etiche e geopolitiche di rilievo. Render leggibili i sistemi tecnici è un modo per tenere sul tavolo anche questi aspetti: chi comprende come funziona davvero una parete di habitat può cominciare a chiedersi chi la costruisce, chi ne decide l’ubicazione e con quali valori vengono progettati gli ambienti che esportiamo nello spazio.

    Il modello non pretende di rispondere. Offre una sezione precisa e meditata di un futuro possibile, spostando il discorso dai paesaggi rossi dei rendering alle realtà stratificate, tecniche e umane di chi li abiterebbe.