Categoria: Geotecnica

Meccanica delle terre e delle rocce, fondazioni superficiali e profonde, opere di sostegno, paratie, cedimenti e stabilità dei pendii.

  • Identificazione della rigidità della fondazione di Pasternak a due parametri dalle frequenze di vibrazione della piastra: un approccio bayesiano con verifica multipiattaforma per l’ampliamento autostradale su terreni soffici

    La rigidezza di un fondo di fondazione non è una grandezza che si legge direttamente su uno strumento: si osserva come risponde una struttura che vi appoggia e si risalgono i parametri per via inversa. Su questo principio è costruito lo studio pubblicato su Buildings (Vol. 16, articolo 3907), dedicato all’identificazione della rigidezza di un fondo di Pasternak a due parametri a partire dalle frequenze di vibrazione di una piastra. Il percorso metodologico è di tipo bayesiano, i risultati sono corredati da una verifica incrociata su piattaforme di calcolo differenti e l’orizzonte applicativo dichiarato è l’allargamento di autostrade su terreni morbidi.

    Le frequenze come osservabile del problema inverso

    Il punto di partenza è una relazione fisica nota a chiunque abbia condotto analisi modali: le frequenze proprie di una piastra che appoggia su un fondo dipendono dalla rigidezza flessionale e dalla massa della piastra, ma anche dalla risposta del mezzo che la sostiene. Se le caratteristiche della piastra sono note, ogni frequenza trasporta informazione sul fondo. Invertendo il ragionamento, un set di frequenze di vibrazione consente di risalire ai parametri di rigidezza del modello di interazione.

    Si tratta di un problema inverso con le difficoltà tipiche della classe: sensibilità alle inaccuraizie nei dati, dipendenza dalla qualità del modello diretto e, quando gli incogniti sono più di uno, rischio di soluzioni non univoche. Con due parametri da stimare contemporaneamente, la questione della non unicità diventa centrale.

    Il modello di Pasternak a due parametri

    Nel modello di Winkler il fondo è rappresentato da molle indipendenti, descritte dal solo modulo di sottofondo ( k ). Il modello di Pasternak aggiunge uno strato di taglio che trasferisce sforzi tra molle adiacenti e introduce un secondo parametro, usualmente indicato con ( G_p ). Nella formulazione classica la reazione del fondo si scrive:

    [ p(x,y) = k\,w(x,y) – G_p\,\nabla^2 w(x,y) ]

    dove ( w ) è lo spostamento verticale della piastra. La presenza di due incognite rende l’identificazione più ricca di quella a parametro unico, ma anche più esposta ad ambiguità: coppie di valori ( k , G_p ) diverse possono produrre risposte in frequenza simili. È esattamente il tipo di situazione in cui un trattamento probabilistico trova motivazione.

    L’inferenza bayesiana nell’identificazione

    Nello schema bayesiano i parametri del fondo vengono trattati come variabili casuali. Il percorso prevede distribuzioni a priori per ( k ) e ( G_p ), una verosimiglianza che lega le frequenze osservate a quelle previste dal modello e, in uscita, distribuzioni a posteriori per i due coefficienti. Il prodotto non è una coppia di valori puntuali ma una descrizione probabilistica dei parametri, che rende esplicita l’incertezza residua dell’identificazione e l’eventuale correlazione tra i due incogniti.

    Per un problema inverso a due parametri, dove più combinazioni possono spiegare gli stessi dati, questa rappresentazione ha una funzione precisa: distingue ciò che i dati determinano in modo robusto da ciò che resta indeterminato, instead di fornire una stima singola senza misura della sua affidabilità.

    Verifica incrociata tra piattaforme di calcolo

    La verifica su più piattaforme riguarda la riproducibilità dell’intera catena di calcolo: modellazione della piastra sul fondo, soluzione del problema diretto e inferenza bayesiana vengono ripetute in ambienti software differenti e i risultati confrontati. In un’identificazione numerica questa coerenza è un controllo sostanziale, non formale. Implementazioni diverse, discretizzazioni differenti o algoritmi di campionamento non coincidenti possono introdurre scostamenti che si propagano fino ai parametri stimati. Il fatto che la verifica rientri nel framework, e non resti un esercizio successivo separato, delimita in modo esplicito l’affidabilità della procedura.

    Allargamenti autostradali su terreni morbidi

    La destinazione applicativa dichiarata è l’allargamento di autostrade su fondazioni costituite da terreni morbidi. In questi contesti i parametri di un modello di interazione condizionano in modo diretto le risposte calcolate, e su terreni compressibili la scelta del modello e dei suoi coefficienti è particolarmente delicata. La procedura si inserisce in questo quadro come metodo per attribuire a ( k ) e ( G_p ) valori coerenti con la risposta dinamica di una piastra, anziché valori presunti in fase di progetto.

    Il valore operativo della proposta sta nell’insieme degli elementi: un modello di interazione a due parametri, un osservabile dinamico come le frequenze proprie di una piastra, un’inferenza che quantifica l’incertezza e una verifica di riproducibilità tra piattaforme. Per chi lavora su allargamenti in aree a fondazioni deformabili, l’approccio sposta la rigidezza del fondo dalla categoria dei dati assunti a quella delle grandezze stimabili e aggiornabili con le osservazioni.

  • Rilievi geofisici per lo studio di un’area soggetta a frane nei pressi del villaggio di Dolan, regione di Almaty (Kazakistan)

    Indagare la struttura interna di un corpo frana con metodi indiretti rimane uno dei punti più delicati della caratterizzazione geotecnica: l’alternanza di terre sciolte, orizzonti saturi d’acqua e superfici di rottura sfugge facilmente ai rilievi puntuali. Un lavoro condotto da Kambar Assemov, Auez Abetov, Alibek Issakhov, Valery Kryukov, Alibek Taskynbayev, Giorgi Khazaradze, Alexey Zholdybayev e Mikhail Shulga, pubblicato su Infrastructures (doi: 10.3390/infrastructures11080256), affronta il problema su un versante instabile vicino al villaggio di Dolan, nella regione di Almaty, in Kazakhstan meridionale.

    Un territorio esposto al dissesto

    Il contesto è quello tipico dei bacini montani dell’Asia centrale, dove i centri abitati che si sviluppano ai piedi dei versanti convivono da sempre con il rischio frane. Nella regione di Almaty la materia è considerata prioritaria: la protezione degli insediamenti passa infatti attraverso la conoscenza dettagliata dello stato dei corpi franosi attivi, elemento che condiziona poi la programmazione delle opere di difesa e delle misure organizzative.

    Lo studio del versante presso Dolan si inserisce in questa cornice. L’obiettivo dichiarato dai ricercatori non è la sola mappatura del dissesto, ma il miglioramento dell’affidabilità dei dati geofisici quando vengono usati per valutare le condizioni del corpo di frana, un passaggio che spesso incide direttamente sulla qualità delle successive valutazioni di stabilità del pendio.

    Integrazione di geoelettrica, sismica e magnetica

    Il punto di forza del lavoro sta nella combinazione di tre famiglie di indagini: prospezioni elettriche, sismiche e magnetiche. Ciascuna campagna, presa isolatamente, restituisce una lettura parziale del mezzo; sovrapponendo le informazioni sulle proprietà elastiche, elettriche e magnetiche, gli autori hanno ottenuto un’interpretazione sensibilmente più chiara del massiccio franoso.

    Per questa frana specifica si tratta di un risultato inedito. L’analisi congiunta delle caratteristiche geoelettriche e delle velocità sismiche ha permesso di identificare le eterogeneità strutturali interne associate a tre situazioni critiche ben note a chi opera nel settore:

    • terreni non consolidati, a bassa resistenza e comportamento degradabile;
    • orizzonti saturi d’acqua, dove la saturazione condiziona pressioni interstitiali e resistenza al taglio;
    • fratture, che possono prefigurare superfici di rottura o vie di infiltrazione preferenziali.

    Valore per la stabilità dei versanti e il monitoraggio

    La ricostruzione più dettagliata della struttura interna della frana ha una conseguenza operativa diretta: la possibilità di individuare le zone con probabilità accresciuta di deformazione. Si tratta dell’informazione che, nella pratica del professionista, orienta la scelta delle sezioni di calcolo, dei parametri geotecnici di riferimento e della strumentazione da installare per il presidio del movimento.

    Gli autori sostengono che i risultati forniscono una base affidabile per la valutazione della stabilità del versante e dimostrano la necessità di campagne geofisiche integrate per la riduzione del rischio frane. Nella loro visione, insieme ai metodi dell’ingegneria geologica, le indagini geofisiche diventeranno una componente intrinseca del monitoraggio delle aree instabili, con la funzione concreta di consentire l’attivazione tempestiva di misure organizzative a tutela delle infrastrutture esposte.

    Per i progettisti che operano su terreni instabili, il messaggio operativo è chiaro: la sinergia tra rilievi geofisici multi-metodo e indagini geologico-tecniche tradizionali non è un esercizio accademico, ma lo strumento che rende interpretabile ciò che le perforazioni e le prove in situ da sole possono lasciare in ombra. Sul versante di Dolan, la strada seguita dai ricercatori kazaki conferma quanto questa integrazione possa ridurre l’incertezza in ingresso alle analisi di stabilità e al monitoraggio del dissesto.

  • Revisione della simulazione numerica del grouting in overburden per il miglioramento delle fondazioni

    Porosità sviluppata e bassa resistenza: sono i difetti che rendono delicati gli orizzonti di copertura (overburden) formati da sedimenti incoerenti, ampiamente coinvolti nelle opere edilizie, nelle infrastrutture di trasporto e nei manufatti idraulici. Dove la formazione non garantisce prestazioni adeguate il rischio diventa concreto, fino a veri e propri disastri ingegneristici, e la risposta più diffusa resta il consolidamento mediante iniezioni. Il progetto del trattamento continua tuttavia a poggiare su formule empiriche e prove in sito, con due contropartite pesanti: costi elevati e previsioni poco affidabili. È in questo divario che si colloca la simulazione numerica, chiamata a fare da ponte tra la teoria del grouting e la pratica esecutiva. Lo stato dell’arte della disciplina è stato ricostruito in una rassegna sistematica pubblicata su Geotechnics a firma di Pengfei Guo, Weiquan Zhao, Linxiu Qu, Xifeng Li, Yahui Ma e Pan Li.

    Ottantadue studi vagliati con il protocollo PRISMA

    La base documentale è costruita su 82 articoli selezionati applicando il protocollo PRISMA. Il percorso di lettura procede per anelli successivi, dall’impianto teorico alla caratterizzazione dei materiali, dagli strumenti di calcolo alle applicazioni in opera. Ne emerge il ritratto di un sistema completo, in cui teoria, parametri, metodo numerico e pratica risultano coerentemente incastrati, e di una disciplina che ha superato la fase dello strumento teorico per collocarsi al centro delle decisioni costruttive.

    Teoria, parametri e algoritmi: l’architettura della simulazione

    Le equazioni di governo e gli accoppiamenti

    Il primo anello riordina le equazioni di governo dei quattro campi coinvolti nel trattamento: filtrazione, stato di sforzo, diffusione della miscela iniettata e trasporto chimico. Intorno a queste formulazioni si dispongono i meccanismi di accoppiamento; un esempio è l’accoppiamento idromeccanico, impostato tramite il principio degli sforzi efficaci. Le alternative disponibili per descrivere gli stessi fenomeni non restano sul piano qualitativo: pregi e difetti di ciascuna equazione vengono quantificati, così da offrire al modellista un criterio di scelta argomentato.

    Reologia delle miscele e terreno eterogeneo

    La caratterizzazione dei materiali percorre due binari. Il primo è reologico e riguarda il comportamento del grout, descritto con i modelli newtoniano, a legge di potenza e di Bingham. Il secondo attiene alla rappresentazione dell’eterogeneità degli orizzonti di copertura. Sono proprio questi due temi a riaffiorare, in chiave di criticità, tra i nodi aperti del settore.

    Discreto o continuo

    Sul versante computazionale il confronto passa tra i metodi discreti, incarnati dal DEM, e quelli continui, rappresentati da FEM e FDM; vengono analizzate anche le modalità con cui i due approcci vengono accoppiati tra loro. Le applicazioni su casi tipici documentano i vantaggi attesi dalla simulazione: meccanismi di diffusione resi visibili, parametri sotto controllo, stima del rischio a costo contenuto.

    I nodi ancora aperti

    Quattro criticità attraversano lo stato dell’arte:

    • adattabilità limitata dei modelli nelle formazioni eterogenee;
    • squilibrio tra accuratezza dei risultati ed efficienza computazionale;
    • dotazione reologica insufficiente per le miscele complesse;
    • limiti teorici dell’accoppiamento tra più campi fisici.

    Alla radice c’è la contraddizione di fondo evidenziata dalla review: la richiesta di dettaglio sempre più spinta da un lato, i vincoli delle tecnologie disponibili dall’altro.

    Prospettive: intelligenza artificiale, simulazione multiscala e HPC

    Le direttrici di sviluppo individuate sono quattro. La prima è l’ottimizzazione dei parametri guidata dall’intelligenza artificiale; seguono la simulazione capace di attraversare scale diverse e l’apporto del calcolo ad alte prestazioni (HPC) all’efficienza computazionale; chiude il quadro lo sviluppo di modelli dedicati alle miscele a ridotto impatto ambientale. Le svolte attese, sintetizzano gli autori, passeranno per l’integrazione interdisciplinare di queste tre direttrici.

    Il quadro d’insieme restituisce un percorso ormai completo, dalla teoria ai parametri, dai metodi di calcolo alle applicazioni, e una simulazione transitata da esercizio accademico a perno delle decisioni di progetto. Per i tecnici chiamati a impostare trattamenti reali resta un riferimento operativo; per i ricercatori, una mappa dei vuoti ancora da colmare.

    La rassegna, Review of Numerical Simulation of Overburden Grouting in Foundation Improvement, è pubblicata sulla rivista Geotechnics (doi: 10.3390/geotechnics6010003).

  • Soluzione Elastica Variazionale per l’Interazione Dinamica Torsionale Terreno–Palo Utilizzando il Modello del Palo di Terreno Fittizio

    Assumere rigida la base di un palo è una comodità di calcolo che nei depositi stratificati si paga. Sotto la punta resta uno strato di terreno di spessore finito e, se la fondazione lavora sotto momento torcente, come capita nelle fondazioni per macchine e nelle strutture offshore, la sua deformabilità entra direttamente nell’impedenza dinamica letta in testa alla palificazione. Sulla rivista Geotechnics, vol. 6, è stato pubblicato uno studio che affronta il problema con una soluzione variazionale elastica (doi: 10.3390/geotechnics6010005).

    Il lavoro è firmato da Bochen Wang, Hongqian Lu, Weiming Gong, Jiaqing Shu, Xiaoqing Gu e Geng Cao. La costruzione si regge su due elementi: un funzionale variazionale derivato dal principio di Hamilton e un palo di terreno fittizio, il fictitious soil pile (FSP), inserito sotto la punta per riprodurre la stratificazione che gli schemi al contorno tradizionali non descrivono.

    Il contorno alla base del palo e la dipendenza dalla frequenza

    Nel campo dell’interazione terreno-struttura (SSI), l’impedenza torsionale esprime il legame tra momento torcente applicato in testa e rotazione corrispondente, e non è una costante: varia con la frequenza di eccitazione. Nei depositi stratificati una parte di questa variazione nasce proprio sotto la punta, dove il terreno presenta uno spessore finito e partecipa alla deformazione del sistema.

    È questo l’aspetto in cui i modelli semplificati e semianalitici esistenti mostrano i limiti. Il vincolo alla base viene idealizzato, mentre l’effetto dello spessore di terreno sottostante la punta può sfuggire alla rappresentazione. Ne discende un’impedenza torsionale la cui dipendenza dalla frequenza, generata da quello spessore nei depositi stratificati, non viene catturata in modo adeguato.

    Un funzionale di Hamilton con il palo di terreno fittizio

    La soluzione proposta è di tipo variazionale e lavora nel dominio della frequenza. Dal principio di Hamilton si costruisce un funzionale che descrive l’interazione dinamica torsionale in terreni viscoelastici stratificati. L’impianto, fondato sui bilanci energetici, tiene insieme le parti del sistema: palo, terreno stratificato e zona sottostante la punta vengono trattati nella medesima formulazione, con coerenza energetica dell’insieme.

    Il FSP entra nel modello come continuazione deformabile del terreno oltre la punta, in luogo della base rigida. Per i tre componenti del problema, palo, terreno stratificato e FSP, si definiscono campi ammissibili di spostamento torsionale; la loro introduzione nel funzionale dà origine alle equazioni che governano la risposta nel dominio della frequenza. La convergenza dell’impedenza torsionale in testa al palo viene poi raggiunta con uno schema iterativo, applicato frequenza per frequenza.

    Verifica contro la soluzione semianalitica esistente

    La formulazione è stata verificata per confronto con una soluzione semianalitica già disponibile per pali in terreni stratificati. L’accordo tra i risultati delle due impostazioni è eccellente. Il confronto dà solidità al modello variazionale prima del suo impiego nelle analisi parametriche.

    Base finita: rigidezza torsionale in calo, smorzamento in aumento

    Le analisi parametriche quantificano l’effetto della scelta al contorno. Rispetto all’ipotesi di base rigida, l’introduzione di un FSP a spessore finito riduce la rigidezza torsionale e aumenta lo smorzamento: il terreno sotto la punta ammette deformazioni che lo schema rigido esclude, e con esse una quota di dissipazione di energia.

    Schema al contorno alla base Rigidezza torsionale Smorzamento
    Base rigida Maggiore Minore
    FSP a spessore finito Ridotta Aumentato

    Sono poi lo spessore e la rigidezza dello strato portante a regolare l’andamento dell’impedenza. Questa relazione fornisce una chiave di lettura fisica dell’interazione torsionale terreno-palo nei terreni stratificati, collocando lo strato di fondazione tra i parametri della risposta dinamica anziché tra i dettagli geometrici del modello.

    Con la base finita la rigidezza torsionale cala e lo smorzamento sale: lo spessore dello strato portante diventa una variabile della risposta dinamica, non un dettaglio geometrico.

    Nei depositi stratificati la base del palo, in sintesi, non è un contorno da fissare una volta per tutte. Il modello variazionale di Hamilton con il palo di terreno fittizio porta nel calcolo ciò che gli schemi semplificati lasciano fuori: la deformabilità dello strato sottostante la punta, con gli effetti che ne derivano su rigidezza, smorzamento e dipendenza dalla frequenza dell’impedenza in testa al palo.

  • Valutazione sperimentale e analitica della resistenza del fusto e della profondità critica di pali soggetti a carichi di sollevamento in sabbia sovraconsolidata

    La capacità di un palo di opporsi all’estrazione si decide lungo il fusto: a governarla è l’attrito laterale mobilitato all’interfaccia palo-terreno. Una grandezza decisiva per strutture offshore, torri e sistemi di ritenzione, dove la resistenza al sollevamento condiziona la sicurezza, ma il cui comportamento nelle sabbie non risulta ancora sufficientemente caratterizzato.

    Su questo fronte si colloca lo studio di Abdulnaser Alamari e Adel Hanna, pubblicato su Geotechnics (MDPI, vol. 6, articolo 7, doi: 10.3390/geotechnics6010007): prove di pura estrazione su pali modello verticali in sabbia secca sovraconsolidata, accompagnate da un modello analitico per la stima della resistenza laterale.

    Il nodo del calcolo: il coefficiente di pressione laterale Ks

    I pali trasferiscono i carichi assiali agli strati più profondi, ma quando la sollecitazione inverta il segno e diventa trazione il problema cambia natura. La capacità disponibile dipende in misura prevalente dalla resistenza mobilitata lungo l’interfaccia laterale, e la variabile centrale diventa il coefficiente di pressione laterale Ks, che esprime la spinta del terreno agente sul fusto. È proprio la definizione di questo coefficiente in sabbia a restare incompleta nel quadro di calcolo corrente.

    Pali strumentati in serbatoio rigido per misurare le tensioni di contatto

    L’apparato sperimentale è diretto: pali modello verticali in acciaio, strumentati, sollecitati in pura estrazione all’interno di un serbatoio rigido in acciaio dotato di travi di reazione. L’aspetto più rilevante riguarda la strumentazione. Sensori di pressione del terreno disposti lungo il fusto restituiscono la distribuzione delle tensioni laterali, la grandezza fisica da cui discende la resistenza di interfaccia, acquisita direttamente durante la prova anziché assunta a priori.

    Diametro, rapporto di incastro e densità relativa

    Il programma di prova ha esaminato in modo sistematico tre variabili: il diametro D del palo, il rapporto L/D tra lunghezza incravata e diametro, e la densità relativa Dr della sabbia, con riferimento alla risposta a sollevamento. L’esito più netto riguarda quest’ultima: valori di Dr più elevati producono coefficienti Ks maggiori e, di conseguenza, una capacità di uplift superiore. Il coefficiente di pressione laterale funge così da variabile di raccordo tra lo stato del deposito e la resistenza effettivamente mobilitabile lungo il fusto.

    Il modello analitico e la profondità critica basata sull’attrito

    Sulle stesse basi sperimentali gli autori hanno costruito un modello analitico destinato a prevedere sia il coefficiente Ks sia la resistenza laterale. Il passo concettuale più significativo riguarda la profondità critica, riformulata attraverso un rapporto adimensionale di tipo attritivo, legato all’angolo di attrito della sabbia.

    Come varia il rapporto di profondità critica

    Il parametro segue una tendenza coerente: cresce all’aumentare dell’angolo di attrito e raggiunge valori più alti nelle sabbie dense in condizioni di sollevamento. La densità, che nelle prove si era rivelata decisiva per la capacità, riappare dunque anche nel criterio di profondità critica, chiudendo il cerchio tra osservazione sperimentale e formalizzazione analitica.

    Tre contributi al calcolo delle fondazioni soggette a uplift

    Il lavoro si chiude con tre apporti espliciti al quadro di calcolo:

    • un quadro analitico migliorato per la previsione della capacità di sollevamento;
    • l’introduzione del concetto di rapporto di profondità critica basato sull’attrito;
    • una relazione empirica per il rapporto di sovraconsolidazione (OCR) nelle sabbie.

    Resta il messaggio di fondo per chi verifica palificazioni tirate: in sabbia la risposta a estrazione si costruisce su una catena densità, Ks, resistenza laterale, e disporre di un criterio di profondità critica ancorato all’angolo di attrito offre un percorso di calcolo più aderente al comportamento misurato in prova.

  • Comportamento idromeccanico e prestazioni del rinforzo di argini ferroviari sottoposti a inondazioni stagionali: indagine sperimentale di laboratorio e modellazione numerica

    Un fattore di sicurezza che passa da circa 1,32 a valori inferiori a 1,10 e spostamenti laterali, diretti verso il lago, fino a 0,21 m: è questa la fotografia di un argine ferroviario lacustre quando la risalita stagionale della falda lo porta a saturazione completa. A quantificare il fenomeno con prove di laboratorio e modelli numerici idromeccanici, e a verificare la risposta dell’opera a un sistema di stabilizzazione a basso costo, è uno studio pubblicato su Geotechnics (Vol. 6, pagine 10, doi: 10.3390/geotechnics6010010) da Baitak Apshikur, Temyrbay Chigambayev, Alizhan Almas, Murat Alimkulov, Bisenbay Makhanov e Yerbulan Abaikhan.

    Falda in risalita e saturazione del versante a lago

    Il punto di partenza è un dato di campo: sotto l’argine la falda registra innalzamenti stagionali compresi tra 2,5 e 3,0 m. In queste condizioni il versante prospiciente il lago raggiunge la saturazione completa e la resistenza degli strati di limo argilloso-sabbioso si riduce in modo significativo. È proprio questo degrado a essere messo in numeri, prima in laboratorio e poi nei modelli.

    Prove di taglio: quanto pesa la saturazione

    Le prove di taglio definiscono l’entità della perdita. In condizioni non sature l’angolo di attrito interno si colloca tra 24° e 26°; a saturazione completa scende a 16°-19°. La coesione efficace, inizialmente compresa tra 12 e 18 kPa, crolla a valori tra 0 e 3 kPa. La riduzione interessa quindi sia la componente attritiva sia quella coesiva della resistenza al taglio. Su questa base, l’intervallo di profondità tra 3 e 6 m viene identificato come la zona debole critica dell’argine.

    Tre scenari di analisi in PLAXIS 2D e 3D

    I parametri degradati alimentano modelli idromeccanici sviluppati in PLAXIS, in ambiente sia 2D sia 3D. La campagna di analisi copre tre scenari: condizioni naturali, livello idrico alto e configurazione rinforzata. Il confronto tra i tre casi consente di isolare l’effetto della saturazione e di valutare l’efficacia dell’intervento sulla medesima base numerica.

    Falda alta: spostamenti in crescita e stabilità in calo

    Con il livello idrico elevato gli spostamenti laterali dell’argine, orientati verso il lago, raggiungono 0,16-0,21 m. Nello stesso tempo la zona di deformazione plastica si estende di un fattore 2,4 e il fattore di sicurezza scende sotto 1,10, contro il valore di circa 1,32 delle condizioni naturali. Cinematica e stabilità descrivono lo stesso quadro: un’opera il cui margine si assottiglia fino a valori prossimi all’unità.

    La stabilizzazione: sostituzione, geotessile e barriera bituminosa

    L’intervento proposto agisce su tre fronti: sostituzione dello strato debole per uno spessore di 1,5 m, installazione di un rinforzo in geotessile e realizzazione di uno strato impermeabilizzante bituminoso. Nel modello la configurazione rinforzata riporta lo spostamento laterale massimo a 0,12 m, con una riduzione di circa il 43% rispetto allo scenario a falda alta, e il fattore di sicurezza nell’intervallo 1,25-1,40.

    Scenario Fattore di sicurezza Spostamento laterale massimo
    Condizioni naturali ≈ 1,32 n.d.
    Livello idrico alto < 1,10 0,16-0,21 m
    Configurazione rinforzata 1,25-1,40 0,12 m

    Le barriere geosintetiche a basso costo si confermano, nel complesso dell’indagine, una soluzione efficace e di concreta applicabilità per preservare la stabilità a lungo termine di argini ferroviari esposti a inondazioni stagionali.

    Per chi progetta o verifica argini soggetti a oscillazioni idriche stagionali, il valore metodologico del lavoro sta nella sequenza: caratterizzare in laboratorio i parametri degradati, alimentarne i modelli idromeccanici e quantificare, scenario per scenario, sia il degrado atteso sia il recupero di stabilità ottenibile con l’intervento.

  • Scavi sotterranei: simulazioni 3D efficienti e di facile utilizzo mediante il metodo isogeometrico degli elementi al contorno (IGABEM)

    Scavi sotterranei di elevata complessità simulati in tre dimensioni senza costruire una mesh di volume: è il punto di arrivo del lavoro pubblicato su Geotechnics da Gernot Beer, Nicola Grillanda e Vincenzo Mallardo. Il metodo impiegato, un approccio agli elementi di contorno in chiave isogeometrica (IGABEM), elimina la discretizzazione del dominio e richiede come unica informazione geometrica le superfici dello scavo, definite a partire dai dati CAD. Il punto di partenza, invece, è familiare a chiunque abbia impostato un’analisi tridimensionale di galleria: il massiccio roccioso non ha confini, e approssimarlo con un volume finito costringe a troncare la mesh a una distanza ritenuta “sicura”.

    Il peso della discretizzazione volumetrica nelle analisi di galleria

    Le impostazioni oggi correnti per le simulazioni 3D di scavi complessi si fondano quasi esclusivamente su metodi a volume. Poiché il terreno, ai fini pratici, si estende all’infinito, il confine del modello viene collocato dove gli effetti dello scavo si assumono ormai trascurabili, e da quella scelta discendono maglie molto estese.

    L’onere riguarda le persone e il calcolo: costruire e gestire discretizzazioni volumetriche di questa estensione assorbe tempo di lavoro e risorse computazionali rilevanti. La verifica aggiunge complicazioni, perché la bontà del risultato dipende insieme dalla fedeltà della mesh di volume e dalla distanza di troncamento prescelta.

    Elementi di contorno isogeometrici: si modella il contorno, non il dominio

    Il capovolgimento proposto dagli autori interessa il rapporto tra geometria e calcolo. Con IGABEM non esiste una mesh volumetrica da costruire: le superfici di scavo costituiscono l’unica rappresentazione richiesta, descritte a partire dai dati CAD in modo altamente accurato e regolare. La costruzione della mesh, snodo tradizionale del preprocessing, esce dal flusso di lavoro.

    Il legame diretto con l’ambiente CAD incide anche sull’usabilità, secondo obiettivo dichiarato nel titolo del lavoro accanto all’efficienza: la geometria progettata entra nell’analisi nella forma con cui è stata definita, senza dover ricostruire una maglia dedicata.

    Gli effetti di volume restano trattabili

    Un’impostazione confinata al contorno potrebbe far pensare a semplificazioni sul comportamento del terreno. La formulazione percorre la direzione opposta: condizioni non lineari, anisotropia ed eterogeneità del terreno possono essere considerate, insieme all’effetto del sostegno dello scavo. Rinunciare alla discretizzazione del volume, dunque, non confina l’analisi a scenari lineari e omogenei.

    Casi legati a progetti reali e implicazioni per il calcolo

    La verifica passa attraverso diversi esempi riferiti a progetti reali: gli autori mostrano che scavi di elevata complessità possono essere simulati e che risultati molto raffinati sono ottenibili in un contesto privo di mesh. Per il calcolista che opera su opere in sotterraneo la conseguenza più concreta riguarda il controllo della soluzione, la cui qualità non dipende più dalla distanza alla quale il dominio è stato tagliato né dalla definizione di una maglia volumetrica.

    L’interesse per la pratica sta nella combinazione dei due effetti: meno lavoro di modellazione e un esito verificabile senza passare dalla scelta del troncamento. I casi riferiti a progetti reali offrono il termine di paragone per chi deve valutare l’adozione del metodo nella propria attività di calcolo.

    Lo studio Efficient and user friendly 3D simulations of underground excavations using the isogeometric boundary element method è pubblicato sulla rivista Geotechnics, vol. 6, articolo 11, ed è consultabile con DOI 10.3390/geotechnics6010011 (testo integrale).

  • Geotechnics, Vol. 6, Pages 13: Caratteristiche di creep e modello costitutivo della fangolite delle red beds nel Sichuan orientale

    A 370 metri di profondità, in una sezione di roccia circostante classificata di Grado V, il mudstone delle red beds attraversato dalla galleria Jishan è stato oggetto di un’indagine di laboratorio dedicata al comportamento differito. Il motivo sta nel contesto: la galleria interseca la zona di frattura della faglia F2, un ambiente in cui la stabilità di un traforo a grande luce non può prescindere dalla componente temporale della deformazione, che continua a evolvere anche dopo il passivo dello scavo.

    Lo studio, firmato da Binghai Li, Yang Chen, Taibing Liu, Guoqing Fu, Jingeng Li, Ao Lu e Xiaoguang Jin, è stato pubblicato su Geotechnics (vol. 6, articolo 13, DOI 10.3390/geotechnics6010013).

    Campionamento a 370 metri nella sezione critica di Grado V

    Il programma sperimentale parte dal materiale estratto in situ: carote di mudstone profondo prelevate nella sezione di roccia circostante di Grado V, individuata come quella critica e posta a 370 metri di profondità nel Sichuan orientale. Da questa sezione provenienza tutti i campioni impiegati nelle campagne di prova successive, dalla caratterizzazione di base fino alle prove di fluenza.

    Prove uniassiali e triassiali: la base meccanica

    Prima di affrontare la reologia, la caratterizzazione. Sui carotaggi sono state eseguite prove di compressione uniassiali e triassiali, destinate a determinare i parametri meccanici di base della roccia. Si tratta del quadro di riferimento entro cui impostare e interpretare le successive prove di creep, condotte a livelli di tensione crescenti.

    Creep a gradini e resistenza di lungo termine di 19,2 MPa

    Le prove di fluenza sono state realizzate con la tecnica del carico a gradini (step loading): ogni incremento di tensione viene mantenuto nel tempo per osservare come la deformazione differita evolve sotto carico costante. Dall’analisi delle caratteristiche di creep emerge una resistenza di lungo termine pari a 19,2 MPa. È il dato che quantifica la soglia di resistenza del mudstone in condizioni di lungo termine e alimenta la valutazione della stabilità dipendente dal tempo dell’opera.

    Burgers variabile: parametri dipendenti dallo stress e calibrazione con Levenberg-Marquardt

    L’andamento deformazione-tempo misurato in prova si lascia descrivere in modo accurato dal modello costitutivo di Burgers, con una precisazione sostanziale: i parametri del modello non restano costanti, ma evolvono al variare del livello di tensione applicato. La determinazione dei parametri variabili è stata affidata all’algoritmo di Levenberg-Marquardt, impiegato per il fitting non lineare delle curve sperimentali.

    Dalla calibrazione agli input tridimensionali per la validazione numerica

    Il percorso si chiude con la generalizzazione dei parametri in forma tridimensionale. I coefficienti di creep 3D così ottenuti sono destinati alla validazione numerica: il passaggio dalla condizione di laboratorio alla rappresentazione tridimensionale rende il set di parametri utilizzabile nelle analisi numeriche del sistema reale.

    Tempistica del sostegno e meccanismi cedevoli

    Il raccordo tra laboratorio e cantiere passa per due indicazioni operative: la scelta del momento in cui attivare il sostegno e l’adozione di meccanismi cedevoli (yielding). L’obiettivo è mitigare i rischi reologici nelle zone condizionate dalla presenza della faglia, dove il sistema di sostenimento deve interagire con una deformazione della roccia che si sviluppa nel tempo.

    Dal carotaggio profondo alla soglia di 19,2 MPa, dal Burgers con parametri variabili al set tridimensionale pronto per il calcolo: un percorso che porta la reologia del mudstone dalla prova di laboratorio dentro il flusso di analisi di una galleria in zona di faglia.

  • Valutazione del potenziale di gonfiamento delle formazioni Brebi, Mera e Moigrad del Bacino Transilvanico mediante l’integrazione di metodi geotecnici e mineralogici diretti e indiretti

    Un intervallo di free swell compreso tra il 20 e il 190%: questa è l’ampiezza di comportamento registrata sui campioni argillosi della formazione Moigrad, nel Bacino Transilvano. Il dato appartiene a uno studio dedicato al potenziale di gonfiaggio di tre formazioni paleogeniche della Romania, Brebi, Mera e Moigrad, condotto da Ioan Gheorghe Crișan, Octavian Bujor, Nicolae Har, Călin Gabriel Tămaș ed Eduárd András e pubblicato sulla rivista Geotechnics (vol. 6, DOI: 10.3390/geotechnics6010016).

    L’impianto metodologico: prova diretta, abachi e diffrazione

    La valutazione poggia su due strategie affiancate. La misura diretta arriva dalle prove di free swell, eseguite secondo la norma STAS 1913/12-88. Quella indiretta nasce dai diagrammi costruiti sugli indici fisici, articolati in tre schemi di classificazione della suscettibilità al gonfiaggio: il metodo di Seed et al., che correla l’indice di attività con la frazione argillosa; l’abaco di Van der Merwe, fondato sull’indice di plasticità e sul contenuto di argilla; la carta di Dakshanamurthy e Raman, che lega il limite liquido all’indice di plasticità.

    Il quadro indiretto si arricchisce di ulteriori livelli di lettura: le tendenze mineralogiche desumibili dalla carta di plasticità di Casagrande, i campi di riferimento per i minerali argillosi proposti da Holtz e Kovacs e il concetto di attività di Skempton, con l’indice di attività definito come rapporto tra indice di plasticità e percentuale di frazione granulometrica inferiore a 2 µm. A completare l’analisi, la diffrazione di raggi X semiquantitativa (XRD), sviluppata con il metodo RIR su un sottoinsieme rappresentativo dei campioni.

    Il database geotecnico complessivo comprende 88 prove sulla formazione Brebi, 46 sulla Mera e 263 sulla Moigrad, con un numero di determinazioni variabile da prova a prova.

    Free swell: tre formazioni, tre profili di comportamento

    I valori misurati disegnano scenari ben distinti. Sulla Brebi il free swell oscilla tra il 50 e il 135%: comportamenti che vanno da bassi ad attivi, senza mai toccare la classe molto attiva, con la maggior parte delle determinazioni collocata nel campo di attività media. La Mera presenta il profilo più delicato: predominano i comportamenti attivi e l’intervallo, dal 30 al 170%, attraversa l’intera gamma delle classi di attività. La Moigrad copre invece tutto lo spettro, dal 20 al 190%, con una distribuzione dominata dalle fasce da media ad attiva.

    Formazione Campioni Free swell Comportamento prevalente Segno mineralogico
    Brebi 88 da 50 a 135% attività media, mai molto attiva calcite circa 53,5% in peso, espandibili circa 3,1%
    Mera 46 da 30 a 170% attivo, sull’intera gamma delle classi ortoclasio circa 55,3%, fasi espandibili variabili
    Moigrad 263 da 20 a 190% prevalenza da media ad attiva minerali argillosi circa 38,8%

    Quando gli abachi forniscono risposte diverse

    Un esito che tocca da vicino l’uso quotidiano dei metodi indiretti è la divergenza sistematica emersa tra gli schemi di classificazione. Gli abachi più sensibili alla componente argillosa, Seed e Van der Merwe, tendono ad assegnare una suscettibilità al gonfiaggio più elevata rispetto all’approccio di Dakshanamurthy e Raman, fondato su limite liquido e indice di plasticità. Il divario si allarga nei suoli condizionati dalla presenza di carbonati, dove le due famiglie di metodi restituiscono stime più distanti tra loro.

    Cosa rivela la mineralogia

    I risultati XRD corroborano questi pattern e ne chiariscono l’origine. La Brebi risulta ricca di calcite, con un contenuto medio di circa il 53,5% in peso di CaCO3, mentre i minerali espandibili compaiono solo in quantità marginali, mediamente attorno al 3,1% in peso. La Mera mostra un carattere feldspatico marcato, con ortoclasio in media al 55,3% in peso e fasi espandibili di entità variabile. La Moigrad si distingue per il più alto contenuto di minerali argillosi, con una media di circa il 38,8% in peso, un dato coerente con l’ampiezza dei valori di free swell misurati sulla stessa formazione.

    I tre controlli del comportamento espansivo

    Il comportamento espansivo, in sintesi, non dipende da un singolo parametro: lo governano, agendo congiuntamente, la reattività della frazione argillosa, la continuità volumetrica della fase argillosa e i vincoli microstrutturali di origine carbonatica.

    Per chi opera in caratterizzazione su formazioni argillose con presenza diffusa di carbonati, l’indicazione che scende dal confronto è netta: dove gli schemi di classificazione divergono in modo sistematico, la prima stima della suscettibilità non dovrebbe fondarsi su un solo abaco, ma trovare riscontro negli indizi mineralogici e nella prova diretta di free swell.

  • Previsione analitica della spinta attiva del terreno in pareti strette in terra stabilizzata meccanicamente (MSE) considerando gli effetti di volta

    La valutazione della spinta attiva su paratie costrette in spazi ristretti richiede da sempre attenzioni particolari: i metodi classici, basati su superfici di rottura lineari, tendono a perdere affidabilità quando la geometria del mancanto condiziona il comportamento del riempimento. Un contributo in questa direzione arriva da un lavoro di Farzaneh Farahbakhsh e Hadi Shahir, pubblicato sulla rivista Geotechnics (Vol. 6, Pages 19, doi: 10.3390/geotechnics6010019), che propone una soluzione analitica per la stima della spinta laterale in muri a terra rinforzata di larghezza ridotta, nota in letteratura come narrow MSE wall.

    Un modello analitico con superfici di rottura bilinee

    Il punto di partenza dello studio è la constatazione che gli approcci tradizionali per la stima della spinta attiva diventano inadeguati laddove i vincoli geometrici o gli effetti di archeggiamento assumono un peso determinante. I due autori hanno quindi sviluppato un metodo di tipo analitico per il calcolo delle tensioni nel terreno e nel geotessile di rinforzo, in cui l’effetto di archeggiamento viene esplicitamente incorporato.

    La formulazione adotta superfici di rottura bilinee e percorsi tensionali non lineari. È questa la differenza sostanziale rispetto ai metodi convenzionali, che si fondano su superfici di rottura lineari e restituiscono quindi un’immagine semplificata del comportamento reale del suolo. La soluzione proposta si applica alla determinazione della spinta laterale in muri MSE, ossia muri a terra meccanicamente stabilizzata, in configurazione di larghezza limitata.

    Confronto con dati di campo e prove in centrifuga

    La validazione del modello è stata condotta confrontando i risultati analitici con misure sperimentali di due nature diverse: dati provenienti da strutture reali in opera e risultati di prove in centrifuga. Secondo quanto riportato dagli autori, l’accordo tra previsione analitica e dati sperimentali risulta ottimo, un elemento che conferisce credibilità a un approccio che, per sua natura, semplifica il problema attraverso ipotesi di tipo teorico.

    Per il progettista di opere di sostegno rinforzate, la disponibilità di una soluzione chiusa ha un valore pratico immediato: consente di stimare in modo rapido la distribuzione delle spinte senza dover ricorrere sistematicamente a modelli numerici, pur restando la verifica con strumenti più articolati una prassi opportuna nei casi più complessi.

    Una distribuzione della spinta non lineare

    Il risultato più interessante della formulazione riguarda la forma del diagramma di spinta. La distribuzione della pressione orizzontale del terreno non è lineare: la spinta risulta nulla alla sommità e alla base del muro, mentre il massimo si colloca in un intervallo compreso tra 0,4 e 0,9 dell’altezza dell’opera. Una configurazione di questo tipo si discosta in modo netto dal diagramma triangolare classico della spinta attiva e ha conseguenze dirette sulla disposizione dei rinforzi e sulla verifica delle sezioni di muro più sollecitate.

    Attrito di interfaccia e larghezza del riempimento

    Due grandezze governano il comportamento secondo l’approccio proposto. La prima è l’attrito alle interfacce: quanto maggiore è l’attrito, tanto più marcato risulta l’effetto di archeggiamento e, di conseguenza, tanto minore è la spinta laterale trasmessa all’opera di sostegno. La seconda è la larghezza dello spazio disponibile per il riempimento: la riduzione di quest’ultima produce una diminuzione significativa della spinta.

    I due effetti, combinati, spiegano perché le narrow MSE walls possono raggiungere condizioni di equilibrio con spinte inferiori a quelle previste dai calcoli convenzionali. È il meccanismo dell’archeggiamento, attivato dall’attrito tra terreno e elementi di rinforzo e tra terreno e paramenti, a redistribuire le tensioni e a scaricare parzialmente il muro.

    Implicazioni per la pratica progettuale

    Per chi opera su opere di sostegno in contesti urbani, dove il mancanto disponibile è spesso ridotto dal presence di strutture esistenti, la formulazione offre uno strumento per quantificare quanto la restrizione geometrica influenzi le spinte di progetto. La conferma sperimentale, derivata sia da misure in opera sia da prove in centrifuga, fornisce un riscontro indipendente su cui fondare la verifica di casi reali.

    Lo studio è disponibile integralmente sulla rivista Geotechnics, in accesso aperto, all’indirizzo doi: 10.3390/geotechnics6010019.