Autore: gianni.dessi@gmail.com

  • Endra: l’AI trasforma una settimana di design in poche ore

    Endra ha diffuso il video della prima dimostrazione pubblica di Power Studio, un software che l’azienda presenta come basato sull’intelligenza artificiale e destinato ad automatizzare la progettazione elettrica per gli ingegneri MEP. La presentazione è stata registrata in occasione di Epoch, evento organizzato dall’azienda a Las Vegas la sera prima di Autodesk University.

    Cosa mostra la dimostrazione

    Nel video, specialisti del prodotto accompagnano un modello di edificio a destinazione mista di otto piani attraverso l’intero flusso di lavoro elettrico: dalla definizione dei circuiti al dimensionamento dei cavi, fino alle schede quadro e agli elaborati pronti per l’uso in Revit. Il caso scelto per la demo è quindi un edificio di media complessità, tipico del segmento residenziale-commerciale misto, sviluppato per intero dall’inizio alla fine del processo di progettazione elettrica.

    Il flusso di lavoro automatizzato

    Power Studio è costruito per automatizzare il lavoro ripetitivo di progettazione e documentazione tipico della disciplina elettrica negli studi MEP. Il percorso mostrato nella dimostrazione copre le fasi principali:

    • circuitazione, ovvero la definizione dei circuiti elettrici dell’edificio;
    • dimensionamento dei cavi;
    • schede quadro (panel schedules);
    • elaborati grafici pronti per Revit.

    L’azienda dichiara inoltre un’integrazione “seamless” con Revit: il modello esce dalla sequenza operativa già nella forma necessaria alla documentazione di progetto, senza passaggi manuali di riporto tra ambienti diversi. Si tratta di una caratteristica rilevante per i progettisti che operano già in Revit, poiché le fasi automatizzate coincidono con le attività che assorbono la maggior parte del tempo nella redazione degli elaborati elettrici.

    Tempi dichiarati: da una settimana a circa tre ore

    Il dato più significativo comunicato da Endra riguarda i tempi: il processo completo, che in condizioni ordinarie richiede circa una settimana di lavoro, sarebbe stato completato nella dimostrazione in circa tre ore. Il valore è dichiarato dall’azienda e si riferisce al singolo caso dimostrativo, condotto da specialisti del prodotto su un modello di otto piani. Si tratta della prima presentazione pubblica dello strumento, quindi i risultati resi noti finora derivano da un contesto controllato. Nella dimostrazione non sono inclusi dettagli sulle metodologie di apprendimento automatico eventualmente alla base del software né confronti con verifiche indipendenti.

    Rilevanza per i progettisti MEP

    Per gli ingegneri elettricisti e MEP che lavorano in ambiente Revit, le funzioni mostrate toccano tre ambiti operativi concreti:

    • progettazione: circuitazione e dimensionamento dei cavi, ossia le attività di calcolo e definizione dell’impianto;
    • documentazione: generazione delle schede quadro e degli elaborati grafici;
    • coerenza del modello: output direttamente pronto per Revit, con l’obiettivo dichiarato di eliminare il lavoro ripetitivo di trasferimento e aggiornamento della documentazione.

    Il posizionamento indicato dall’azienda è quello dello strumento di supporto alle attività ripetitive del processo, non la sostituzione delle valutazioni di progetto: sulla ripartizione dei ruoli tra software e progettista, tuttavia, il materiale diffuso non entra nel dettaglio.

    Contesto aziendale

    Il lancio della piattaforma di progettazione elettrica di Endra e l’acquisizione di Planlabs sono trattati in un approfondimento di AEC Magazine, che costituisce il riferimento per i dettagli societari e di prodotto non coperti dalla dimostrazione.

    Resta quindi un quadro da monitorare: Power Studio si presenta come automazione AI della progettazione elettrica integrata con Revit, con un’accelerazione dichiarata di circa un ordine di grandezza sui tempi del processo completo, ma i valori annunciati sono per ora associati al solo caso dimostrativo reso pubblico dall’azienda.

  • Effetti a lungo termine delle polveri di forno cementiero (CKD) sulla permeabilità di un pendio in terreno trattato

    Sedici anni dopo il trattamento superficiale con Cement Kiln Dust (CKD), un pendio di terreno conserva un coefficiente di permeabilità oltre cento volte inferiore a quello del materiale nativo, nella configurazione al 15% di additivo sul peso secco. La verifica, condotta nel 2024 su campioni prelevati dal pendio realizzato nel 2008, è documentata in uno studio pubblicato su Geotechnics, vol. 5, pag. 87 (doi: 10.3390/geotechnics5040087), firmato da Sandra A. A. O. Donkor, Mehrdad Razavi, Claudia Mara Dias Wilson, Benjamin Abankwa, Richard Otoo e Abraham Armah.

    La permeabilità come parametro di sicurezza per pendii e tailings

    Nel settore minerario e geotecnico la permeabilità del terreno condiziona direttamente la stabilità dei pendii e la gestione dei tailings. Dal suo valore dipendono la stabilità delle strutture, il controllo delle acque nei bacini di decantazione e la sicurezza degli operatori. Qualsiasi variazione significativa di questo parametro, inoltre, altera il comportamento del materiale trattato.

    Per intervenire su permeabilità e stabilità delle strutture di terra si ricorre a additivi di natura diversa: oltre al CKD, bentonite, ceneri volanti, polimeri, calce e asfalto. Resta però largamente inesplorato l’effetto di lungo periodo della maggior parte di questi prodotti sulle opere in esercizio, un ambito in cui le verifiche ripetute a distanza di anni forniscono il contributo più determinante.

    Il campo prova: dosaggi dallo 0 al 15% applicati nel 2008

    La superficie del pendio è stata trattata nel 2008 con dosi di CKD pari allo 0%, 5%, 10% e 15% del peso secco del terreno. La condizione priva di additivo fa da termine di confronto con il terreno nativo. L’arco di sedici anni tra applicazione e ricontrollata costituisce il nucleo sperimentale dello studio: nel 2024 il pendio è stato ricontrollato, prelevando campioni sui quali sono state eseguite le prove di permeabilità.

    Risultati: il coefficiente k cala all’aumentare del CKD

    I dati raccolti confermano la relazione inversa tra contenuto di additivo e permeabilità: il coefficiente di permeabilità k si riduce progressivamente all’aumentare del dosaggio di CKD. Con il 15% in peso secco, k risulta più di 100 volte inferiore a quello del terreno nativo non trattato. Il quadro sperimentale indica inoltre che, quando il contenuto sale al 20% del peso secco del terreno, il materiale trattato diventa praticamente impermeabile.

    Effetti del tempo: erosione e ridistribuzione dell’additivo in superficie

    La dimensione temporale introduce un aspetto da non trascurare. La permeabilità del pendio trattato è aumentata nel corso degli anni, un comportamento attribuito con ogni verosimiglianza all’erosione, che riduce il contenuto di CKD disponibile in superficie. Si aggiunge la variabilità spaziale: la permeabilità superficiale del pendio mostra oggi una distribuzione irregolare, conseguenza dell’evoluzione nel tempo della ripartizione del Cement Kiln Dust sul pendio stesso.

    Per la pratica geotecnica, dati di verifica a sedici anni di distanza dal trattamento rappresentano un riferimento poco comune. La maggior parte degli additivi impiegati nel miglioramento dei terreni non dispone ancora di una documentazione di lungo periodo, e questo caso quantifica insieme la riduzione di permeabilità ottenibile con il CKD e la sua evoluzione nel tempo sotto l’azione dell’erosione. Per chi impiega trattamenti con additivi su pendii e bacini di decantazione, il messaggio operativo è che l’effetto sulla permeabilità non costituisce una caratteristica statica del materiale, ma un parametro che evolve con la superficie trattata.

  • Cemento a basso contenuto di carbonio e calcestruzzo a basso contenuto di cemento: potenziale di decarbonizzazione comparato e distribuzione di costi e rischi del carbonio lungo la catena del valore

    La decarbonizzazione del calcestruzzo può essere perseguita su due fronti opposti della catena produttiva: la formulazione del legante, decisa in cementiera, e il dosaggio di cemento, definito in fase di composizione della miscela. Sono strade che coinvolgono attori differenti e ripartiscono oneri e responsabilità in modi non equivalenti. Uno studio pubblicato sulla rivista Buildings (vol. 16) mette a confronto il potenziale di decarbonizzazione del cemento a basso contenuto di carbonio e del calcestruzzo a basso dosaggio di cemento, estendendo l’analisi alla distribuzione di costi e rischi del carbonio lungo la catena del valore.

    Due leve di decarbonizzazione in punti diversi della catena

    Il cemento a basso contenuto di carbonio agisce a monte. L’obiettivo è ridurre le emissioni associate a ogni tonnellata di legante immessa sul mercato, intervenendo sulla sua intensità carbonica. Un prodotto di questo tipo, una volta disponibile, estende i suoi effetti a tutti gli impasti che lo incorporano: la riduzione si propaga dall’alto, su tutta la produzione di calcestruzzo che lo adotta.

    Il calcestruzzo a basso dosaggio di cemento opera a valle, sulla miscela. Qui la variabile è la quantità di cemento per unità di volume. Ridurla impone di riequilibrare la formulazione, con l’obiettivo di preservare le prestazioni richieste dal progetto. L’intervento riguarda il singolo impasto, e il risultato aggregato dipende da quante misture lo adottano effettivamente.

    Tra i due approcci esiste un legame diretto. L’impronta carbonica di un calcestruzzo nasce dall’incrocio tra l’intensità di emissione del legante e la quantità di legante impiegata: agire su una sola delle due variabili lascia l’altra intatta. Da qui l’utilità di un confronto sistematico tra le due strade.

    Un confronto che dipende dalla scala di intervento

    Portare i due approcci sullo stesso piano non è immediato. Un legante a minor intensità carbonica è un prodotto industriale standardizzato, il cui effetto si estende in blocco a tutta la produzione che lo utilizza. La riduzione del dosaggio avanza invece impasto per impasto, classe di resistenza per classe di resistenza, e il suo potenziale complessivo si costruisce per somma di adozioni singole. La differenza è di scala, e la scala condiziona la misura del beneficio.

    Lo studio valuta il potenziale di decarbonizzazione dei due percorsi in chiave comparata. Le due strade, peraltro, non si escludono: la combinazione di leganti a minor intensità carbonica e dosaggi ridotti somma i due contributi, ed è nello scenario combinato che la riduzione complessiva può risultare più ampia.

    Costo del carbonio e rischio tecnico lungo la catena del valore

    La seconda parte dell’analisi sposta il fuoco dalla tecnica all’economia della filiera. La domanda di fondo è chi, tra gli anelli della catena, prenda in carico il costo del carbonio e il rischio tecnico collegato alla modifica delle formule. Le due voci non cadono necessariamente sullo stesso soggetto.

    A seconda della strada seguita, il sovracosto può collocarsi alla produzione di legante e trasferirsi a valle attraverso il prezzo, oppure manifestarsi nei laboratori che riformulano gli impasti. Il rischio prestazionale si concentra invece dove la formula cambia materialmente: se a mutare è la miscela, la dimostrazione che il materiale conserva le caratteristiche prescritte riguarda chi formula e chi esegue i controlli; se cambia il legante, la verifica torna a monte.

    La ripartizione che ne risulta ha conseguenze operative concrete. Una distribuzione asimmetrica di costi e rischi può rallentare l’adozione di soluzioni a bassa impronta carbonica anche quando il potenziale tecnico esiste: chi dovrebbe promuovere la modifica non è sempre chi ne sostiene l’onere economico o chi risponde delle prestazioni.

    L’analisi della distribuzione lungo la catena del valore solleva tre interrogativi di interesse diretto per la pratica professionale:

    • chi sostiene il costo del carbonio associato alla nuova formula, dalla cementiera all’impresa;
    • su chi ricade il rischio tecnico quando cambia il legante o il dosaggio di miscela;
    • in che misura la ripartizione di oneri e responsabilità condiziona l’adozione effettiva delle soluzioni a minor impatto.

    Per chi specifica calcestruzzi e leganti in capitolato, la lettura d’insieme conta almeno quanto i singoli valori di emissione. Scegliere tra cemento a basse emissioni e miscela a dosaggio ridotto, o combinare le due strade, significa decidere anche dove si collocano verifiche, controlli e oneri economici. È su quel terreno, prima ancora che sui bilanci di CO₂, che si decide la velocità della decarbonizzazione della filiera.

  • KREOD porta la precisione di livello aerospaziale nel settore AECO

    KREODx, la piattaforma della società londinese KREOD, è stata appena rilasciata in versione beta con un obiettivo dichiarato: applicare all’ambiente costruito quella che l’azienda definisce una “precisione di grado aerospaziale”, trasferendo nel settore delle costruzioni metodi e tecnologie maturati nell’industria manifatturiera. La combinazione è rilevante per chi si occupa di progettazione, ingegnerizzazione e gestione dei dati tecnici: un kernel di modellazione geometrica proveniente dal CAD meccanico, i principi del Design for Manufacture and Assembly (DfMA), un approccio di Product Lifecycle Management (PLM) centrato sull’edificio e un supporto completo alla distinta base (Bill of Materials, BoM).

    Un kernel geometrico proveniente dal CAD meccanico

    Il motore geometrico alla base di KREODx è Parasolid, il kernel di modellazione geometrica di Siemens Digital Industries Software. L’aspetto tecnico rilevante è la provenienza: questo kernel si trova tipicamente all’interno dei CAD meccanici, tra cui Dassault Systèmes Solidworks, Siemens Solid Edge e Siemens NX. La piattaforma porta quindi nel campo dell’edilizia una tecnologia di modellazione nata e consolidata nella produzione industriale, dove la geometria dei componenti viene gestita con gli strumenti stessi della progettazione meccanica.

    DfMA e PLM applicati al ciclo di vita dell’edificio

    Il secondo elemento è l’integrazione di due metodologie consolidate nel manifatturiero. I principi del Design for Manufacture and Assembly orientano le scelte di progetto in funzione della fabbricazione e del montaggio. La Product Lifecycle Management è invece il processo con cui l’industria gestisce dati, progetto e sviluppo di un prodotto lungo l’intero ciclo di vita: KREODx la declina in chiave edilizia.

    Secondo quanto dichiarato da KREOD, la piattaforma mira a seguire il manufatto attraverso tutte le fasi: progettazione, ingegnerizzazione, fabbricazione, montaggio, esercizio e manutenzione.

    Automazione dichiarata e workflow parametrici

    L’azienda presenta la piattaforma come basata su una “Intelligent Automation”, con workflow di progettazione e ingegneria di tipo parametrico che, secondo le dichiarazioni, eliminano gli errori e accelerano i tempi di consegna. Si tratta di affermazioni del produttore, riferite a un prodotto da poco distribuito in beta: gli effetti concreti sui processi di progetto e di calcolo dovranno essere verificati nell’uso operativo.

    BoM come riferimento unico per costi, materiali e approvvigionamento

    Il supporto completo alla Bill of Materials è indicato tra le funzionalità principali. La distinta base è presentata dalla società come fonte unica di verità per costi, materiali e approvvigionamento, con trasparenza dal modello all’assemblaggio.

    Economia circolare e riutilizzo

    KREOD dichiara inoltre l’allineamento della piattaforma con i principi dell’economia circolare, su tre direzioni: estensione della durata degli edifici, riduzione degli sprechi e abilitazione del riutilizzo e dell’adattabilità nel tempo. Anche in questo caso si tratta di obiettivi dichiarati dall’azienda, non di risultati documentati.

    Con il rilascio in beta, KREODx rende disponibili per la filiera delle costruzioni tecnologie e logiche di gestione della geometria e dei dati tipiche del CAD meccanico e della produzione industriale. Definizione delle funzionalità, prestazioni e limiti d’uso dovranno emergere dalla fase di prova.

  • Nemetschek e Takenaka siglano una partnership strategica nel settore delle costruzioni

    Nemetschek Group, sviluppatore di software per il settore AECO i cui marchi includono Graphisoft, Vectorworks, Allplan e Bluebeam, e Takenaka Corporation, una delle maggiori imprese di costruzioni giapponesi, hanno firmato un Memorandum of Understanding per promuovere la trasformazione digitale e soluzioni basate sull’intelligenza artificiale nel settore delle costruzioni.

    Gli obiettivi dell’intesa

    Il MoU avvia una partnership strategica orientata allo sviluppo e alla sperimentazione, tramite progetti pilota, di piattaforme digitali aperte, cloud-based e assistite dall’AI. L’obiettivo dichiarato è snellire e potenziare i flussi di lavoro collaborativi lungo l’intero ciclo AECO: pianificazione, progettazione, costruzione ed esercizio dell’opera.

    Marc Nezet, chief strategy officer di Nemetschek Group, ha definito la collaborazione con Takenaka “un passo fondamentale”, evidenziando l’intento di unire il know-how operativo dell’impresa di costruzioni alle capacità digitali e AI del gruppo software, in vista di una filiera AECO più efficiente, sostenibile e data-driven. Nemetschek indica inoltre come riferimento la combinazione di innovazioni AI “human-centric” con la sostenibilità lungo l’intero ciclo di vita dell’edificio.

    Daniel Csillag, CEO di Graphisoft, ha sottolineato che la partnership con Takenaka intende porre le basi per flussi di lavoro collaborativi, aperti e basati sui dati, con benefici dichiarati per architetti, ingegneri e appaltatori. Csillag ha precisato che l’iniziativa si innesta su un Enterprise Licensing and Service Agreement già esistente tra Graphisoft e Takenaka Corporation.

    Le aree di collaborazione

    L’accordo delinea quattro ambiti principali di intervento:

    • Condivisione delle best practice: sessioni periodiche di scambio di conoscenze, metodologie ed esperienze operative tra le due organizzazioni.
    • Innovazione congiunta su AI e piattaforme digitali: attività condivise per identificare, prioritizzare e sviluppare soluzioni cloud e AI destinate al settore AECO.
    • Condivisione e validazione sicura dei dati: definizione di modelli di governance e di salvaguardie tecniche per abilitare la trasformazione basata sui dati.
    • Protezione dei dati e compliance: adesione agli standard su privacy, sicurezza e proprietà intellettuale, con riferimento alle best practice internazionali.

    Durata e natura del quadro contrattuale

    L’intesa ha effetto immediato e resta in vigore per cinque anni. Nemetschek precisa che il MoU non è un accordo operativo su prodotti specifici, ma costituisce una base e un quadro di riferimento per futuri accordi congiunti definiti progetto per progetto. In questa fase, quindi, non sono state annunciate funzionalità, strumenti o tempistiche di rilascio: le attività concrete dovranno essere declinate nei singoli accordi specifici che le due parti definiranno nel perimetro del memorandum.

    Per i professionisti del settore, l’elemento rilevante è la direzione indicata: lo sviluppo di piattaforme aperte e cloud-based con componenti AI assistiva, esteso a tutte le fasi del ciclo di vita dell’opera, con particolare attenzione, secondo quanto dichiarato dalle parti, alla governance dei dati, alla sicurezza e alla conformità normativa, aspetti che condizionano concretamente la condivisibilità delle informazioni di progetto tra studio tecnico, impresa e committente.

  • Proteggere il Tempio di Salt Lake per le Generazioni Future

    A circa due chilometri dal segmento Salt Lake City della faglia di Wasatch, ritenuto capace di un evento di magnitudo 7,2, sorge il Salt Lake Temple: una muratura a blocchi di granito cresciuta in quarant’anni di cantiere, tra il 1853 e il 1893. Le indagini paleosismiche assegnano al segmento una ricorrenza media di circa 1.300 anni per i terremoti maggiori, intervallo ormai superato dal tempo trascorso dall’ultimo evento. Pochi progetti di restauro hanno finora tentato l’isolamento sismico di una muratura in pietra di questa scala, conservandone il carattere architettonico e storico. Entro la fine del 2026 la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni completerà l’intervento: la struttura, pesante 190 milioni di libbre (circa 86 milioni di chilogrammi), poggia ormai su 98 isolatori Triple Pendulum forniti da Earthquake Protection Systems, esito di un percorso di studi partito nei primi anni Duemila e giunto ai progetti esecutivi nel 2018.

    Un cantiere pionieristico lungo quarant’anni

    Brigham Young, giunto nella valle del Grande Lago Salato il 24 luglio 1847, indicò il sito pochi giorni dopo l’arrivo, quando la priorità dei coloni era ancora seminare, irrigare e costruire ripari prima dell’inverno e ogni materiale doveva giungere con carri. Nel 1848 venne nominato architetto della Chiesa Truman O. Angell, falegname di formazione: il suo progetto, modellato sulla visione di Young (tre torri a est più alte di quelle a ovest, con le torri centrali dominanti sulle adiacenti), fu sviluppato con l’ausilio di manuali d’architettura come il Rural Architecture di Edward Shaw del 1843. Ogni pietra sopra le fondazioni ricevette un’identificazione unica con numeri e lettere, gestita tramite tre distinte tavole descrittive dedicate all’ufficio tecnico, alla cava e alla posa in opera.

    Lo scavo partì il 14 febbraio 1853; il 6 aprile successivo, con lo scavo già profondo 16 piedi (4,9 m) sul lato est, furono posate le quattro pietre angolari. Il granito delle murature, una monzonite quarzifera, proveniva dal Little Cottonwood Canyon, 20 miglia (32 km) a sud-est, con viaggi di andata e ritorno di quattro giorni su carri trainati da buoi. Nel 1873, vent’anni dopo l’avvio, i blocchi sporgevano di appena 3 piedi (1 m) dal terreno. L’arrivo della ferrovia nello Utah nel 1869 e il ramo fino alla cava, attivato nel 1872, accelerarono decisamente la costruzione dei muri. Il tempio fu completato e dedicato nel 1893.

    Fondazioni in arenaria e cedimenti alle torri

    Sotto l’edificio si trova sabbia e ghiaia ben consolidate, depositate dal canyon di City Creek, e non i suoli argillosi diffusi altrove nella valle. La fondazione a gradoni in arenaria, con base da 16 piedi (4,9 m) sotto i muri nord e sud fino a 40 piedi (12,2 m) sotto i complessi delle torri est e ovest, richiese oltre dieci anni: i lavori furono interrotti dagli inverni, dal lavoro agricolo e, nel 1858, dal completo interramento delle opere per timore dell’avvicinarsi dell’esercito statunitense durante la guerra dello Utah. La parte più dispendiosa fu l’approntamento di un piano di posa livellato e durevole per i blocchi granitici, con rimozione di strati di pietra e realizzazione di nuove pietre di livellamento (flagging). Le fondazioni proseguirono fino al 1864, quando iniziarono i blocchi del piano interrato.

    Il progetto attuale ha documentato un assetto non uniforme della muratura: i giunti di malta originali pendono verso il basso in corrispondenza delle torri. Il maggiore cedimento è correlato alla massa aggiuntiva delle torri in pietra e alla conseguente pressione di contatto sul terreno, scaricata su fondazioni posate circa 35 anni prima. Le torri risultano anche tra gli elementi più critici per il sistema di isolamento.

    Dal legno all’acciaio: le varianti del 1887 e 1888

    I disegni originari prevedevano due livelli di ampi piani aperti su travature lignee con due filari di colonne interne, vuoti centrali a doppia altezza e soppalchi laterali; le pietre erano già scolpite con sedi per le travi e per i solai dei mezzanini. Le torri, inizialmente piatte nei primi schemi e poi lignee nelle versioni successive, cambiarono più volte nei quarant’anni di cantiere.

    Nel 1887 i muri nord e sud erano a altezza finale e le torri ne raggiungevano la quota, ma i solai interni non erano ancora posati. In pochi mesi morirono il presidente della Chiesa John Taylor, a luglio, e l’architetto Truman Angell, a ottobre. Truman Angell Jr., da tempo favorevole alle torri in pietra contro la volontà del padre e di Taylor, vide accolta la proposta dalla nuova guida. Nel 1888 assunse la responsabilità dei lavori Don Carlos Young, ingegnere civile formato al Rensselaer Polytechnic Institute: sotto la sua direzione l’impalcato interno passò dalle travature lignee a travi in acciaio a sostegno dei solai, con luci maggiori e un solo muro interno portante in granito. Le sedi già scavate nella pietra furono riempite e nuove sedi ricavate per gli appoggi delle travi; il piano interrato, pensato come spazio aperto, fu frazionato in locali minori con quote di pavimento differenziate; le capriate lignee del tetto cedettero il posto a capriate in acciaio.

    Valutazioni sismiche e criteri oltre lo spettro di codice

    La faglia di Wasatch, principale sorgente di pericolosità sismica per il fronte wasatch dello Utah, si estende per 220 miglia (350 km) dal sud dell’Idaho all’Utah centrale ed è suddivisa in dieci segmenti. Dalla fine degli anni Novanta la Chiesa avviò la valutazione della vulnerabilità sismica dei suoi templi più antichi: nel 2005 commissionò a Degenkolb Engineers la valutazione sismica e a ARW Engineers lo studio strutturale dell’edificio, con peer review di Forell Elsesser Engineers. Le analisi evidenziarono la possibilità di uno scivolamento significativo dei blocchi di pietra, fino al collasso potenziale. Le strade erano due: un consolidamento finalizzato alla sicurezza delle persone, molto invasivo, destinato a compromettere le finiture storiche interne e comunque incapace di proteggere l’edificio da danni rilevanti sotto un forte sisma; oppure l’isolamento alla base, che riduce gli interventi di rafforzamento e tutela al tempo stesso occupanti e fabbricato storico.

    Agli inizi degli anni Duemila e dieci i sistemi meccanici ed elettrici del tempio e dell’addizione nord richiedevano riparazioni, e maturò l’idea di unire quei lavori agli aggiornamenti sismici. Nel 2014 la Chiesa autorizzò gli studi di fattibilità dell’isolamento, affidati a Forell Elsesser; nel 2018 arrivò l’approvazione per i progetti esecutivi. La vita attesa dell’edificio si misura in secoli: il moto di progetto è stato quindi definito sullo scuotimento severo di una rottura maggiore della Wasatch, adottando l’84° percentile associato a un evento di magnitudo 7,2 anziché il moto MCER prescritto dal codice, notevolmente più basso e non pienamente rappresentativo di una rottura così prossima. L’input include un contributo di accelerazione verticale insolitamente intenso; a quel livello di azione sismica il tempio è atteso con danni minimi, a tutela del tessuto storico.

    Le analisi dinamiche dettagliate hanno poi evidenziato un limite: l’isolamento da solo non raggiunge gli obiettivi prestazionali. L’eccitazione verticale può indurre oscillazioni orizzontali significative e richieste di scorrimento nel sistema di torri in pietra. È stato quindi necessario consolidare torri e muri e realizzare un nuovo diaframma strutturale in copertura, capace di ancorare fra loro torri, muri e tetto.

    Il trasferimento dei carichi verso gli isolatori

    Tre condizioni hanno orientato la strategia: il tempio riposa in modo permanente sulla fondazione in pietra originale; il terreno naturale su cui le pietre appoggiano direttamente resta in sito fino al termine del trasferimento dei carichi; la struttura non deve mai accorgersi del risupporto. Lo scavo sotto il nuovo sistema di trasferimento è avvenuto soltanto dopo lo scarico dei pesi sui nuovi plinti affiancati ai muri e alle torri esistenti.

    La sequenza parte dal consolidamento e dalla post-compressione della fondazione storica. Segue la stabilizzazione del terreno direttamente sotto le fondazioni, per aprire gli scavi dentro e fuori l’impronta del tempio. Sotto la fondazione vengono quindi inserite tubazioni orizzontali circolari da 3,5 e 4 piedi (1 e 1,2 m) che resteranno in opera come travi di trasferimento permanenti, riempite con armatura, guaine di post-compressione e calcestruzzo ad alta resistenza. Nuovi plinti, affiancati a ciascuno esistente, accolgono gli isolatori e il peso dell’edificio, mentre martinetti piatti assorbono i cedimenti dei plinti durante il trasferimento. Sopra i nuovi plinti sorgono grandi travi di trasferimento; barre di compressione contrastano le eccentricità e riducono la compressione sulla fondazione storica. Completano il sistema i cavi di post-compressione, la rimozione del terreno a trasferimento concluso e le travi che ancorano i cavi verticali di post-compressione, che scendono attraverso i muri e la fondazione storica.

    Sette anni di cantiere su due isolotti

    L’intervento occupa due isolotti urbani e sette anni di lavori, segnati da condizioni esistenti non previste, requisiti mutati in corso d’opera e mezzi di cantiere sviluppati appositamente per gli obiettivi ingegneristici. Oltre alla parte sismica, il programma comprende la sostituzione di impianti meccanici, elettrici, idraulici e antincendio, migliorie di accessibilità e la riqualificazione complessiva del tempio e del terreno circostante. Il rinnovo avviato nel 1962 aveva già toccato impianti, rete idraulica e sprinkler, aggiungendo corpi sopra e sotto quota a nord, incluso il Sealing Addition costruito a contatto con la faccia nord del tempio: il progetto attuale ha demolito quattro di quelle strutture e ha realizzato un nuovo Sealing Addition appoggiato al sistema di isolamento del tempio.

    A nord nascono tre livelli interrati e due padiglioni d’ingresso, non isolati sismicamente; a sud due edifici per i visitatori. Il pacchetto comprende inoltre due isolotti di nuovo paesaggio, lavori stradali e il rinnovo di altri edifici presenti. Lo scavo per i tre piani sotto quota, adiacente al tempio, ha raggiunto 45 piedi (13,7 m) sotto le fondazioni storiche: per sostenere le molto elevate pressioni di contatto attive su fondazione esistente e nuovi plinti è stato necessario un esteso sistema di opere di sostegno.

    L’esperienza conferma come obiettivi prestazionali ambiziosi possano convivere con la tutela di un costruito simbolico, a condizione di coordinare ingegneri, architetti, impresa, appaltatori specializzati e committente lungo tutto il processo. Il tempio sarà aperto alle visite pubbliche dal 5 aprile al 1° ottobre 2027; aggiornamenti e informazioni sono disponibili su www.templesquare.org. Con la base isolata, le torri consolidate e il nuovo diaframma di copertura, l’edificio è ormai predisposto ad affrontare i terremoti attesi lungo la faglia di Wasatch conservando intatto il proprio carattere storico.

  • Spazi accessibili e design inclusivo: principi e soluzioni

    Accessibilità, visitabilità, adattabilità. Il DM 236/1989 ordina la fruibilità dello spazio costruito in tre livelli di prestazione, distribuiti secondo la destinazione d’uso, con effetti diretti su elaborati di progetto, relazione specifica e dichiarazione di conformità richiesta dalla Legge 13/1989. L’utente da tenere presente, moreover, non è solo chi usa la carrozzina: anziani, bambini, genitori con passeggino, persone con disabilità temporanee o sensoriali e chi trasporta un carico pesante traggono tutti vantaggio da un ambiente fruibile in autonomia.

    I tre livelli di prestazione dello spazio costruito

    L’accessibilità è il livello più alto e consente la piena fruizione nell’immediato. La visitabilità si concentra su un obiettivo intermedio: raggiungere gli spazi di relazione e almeno un servizio igienico. L’adattabilità è un’accessibilità differita: lo spazio può essere riorganizzato più avanti, a costi contenuti e senza intervenire su struttura e impianti comuni.

    Il quadro normativo di riferimento

    La disciplina poggia su tre pilastri. La Legge 13/1989 regola il superamento delle barriere negli edifici privati e mette a carico del professionista abilitato la dichiarazione di conformità. Il DM 236/1989 è il regolamento tecnico di attuazione, con criteri di progetto e specifiche dimensionali per l’edilizia privata. Il DPR 503/1996 estende le regole a edifici, spazi e servizi pubblici.

    Regolamenti edilizi comunali, leggi regionali e normativa antincendio completano il quadro. I Comuni devono inoltre redigere i PEBA, i Piani per l’eliminazione delle barriere architettoniche, con cui chi opera su spazi pubblici deve coordinarsi.

    Requisiti per destinazione d’uso e deroghe ammesse

    L’articolo 3 del DM 236/1989 lega il livello richiesto alla destinazione d’uso dell’edificio.

    Tipologia Requisito previsto
    Case unifamiliari e plurifamiliari senza parti comuni Adattabilità
    Alloggi in edifici residenziali plurifamiliari Visitabilità, con soggiorno o pranzo, un servizio igienico e i relativi percorsi
    Parti comuni degli edifici residenziali Accessibilità
    Ambienti per attività sociali (scuole, sanità, cultura, sport) Accessibilità
    Sale per riunioni, spettacoli e ristorazione Visitabilità, con almeno una zona per il pubblico e un servizio igienico
    Strutture ricettive Parti comuni accessibili e numero determinato di stanze accessibili
    Luoghi di culto Almeno una zona per i fedeli accessibile
    Luoghi di lavoro non aperti al pubblico Di norma adattabilità

    Restano possibili alcune deroghe. Negli edifici residenziali con non più di tre livelli fuori terra si può prescindere dai mezzi di accesso ai piani superiori, a condizione che l’installazione successiva resti possibile. Quando l’accesso all’unità più alta supera il terzo livello, interrati e porticati compresi, l’ascensore diventa obbligatorio. Per gli spazi esterni basta, invece, almeno un percorso agevolmente fruibile.

    Universal Design come criterio di verifica

    La cornice culturale è l’Universal Design, formalizzato negli anni Novanta in sette principi: equità d’uso, flessibilità, uso semplice e intuitivo, informazioni percepibili, tolleranza all’errore, sforzo fisico ridotto e dimensioni adeguate per avvicinamento e manovra. Non sono regole prescrittive, ma criteri da applicare a ogni decisione. Un solo ingresso complanare, capace di servire tutti allo stesso modo, applica l’equità d’uso meglio di un accesso secondario riservato: usati con metodo, i principi tengono coerente il progetto dal concept al dettaglio esecutivo.

    Interni: i dettagli costruttivi che contano

    Agli interni l’accessibilità nasce da dettagli precisi, con specifiche dimensionali fissate dal DM 236/1989. I percorsi restano continui, privi di dislivelli non raccordati. Le porte devono aprirsi con facilità da entrambi i lati: preferibili le scorrevoli o ad anta a libro, da evitare le girevoli e quelle a ritorno automatico non ritardato; le vetrate chiedono segnali ben visibili e le maniglie a leva restano la scelta consigliata.

    Nei collegamenti verticali, l’ascensore deve avere porte automatiche, una bottoniera utilizzabile anche dai non vedenti, citofono, campanello d’allarme e segnalazione sonora dell’arrivo al piano. Servoscala e piattaforme elevatrici sono ammessi in alternativa, soprattutto negli interventi di adeguamento. Alle scale si chiedono gradini regolari, parapetto e un corrimano di facile presa.

    Servizi igienici e cucina

    Il bagno è la prova più esigente: servono accostamento laterale alla tazza, accostamento frontale al lavabo a mensola, corrimano e campanello di emergenza vicino alla tazza. Meglio rubinetti a leva, miscelatori termostatici, porte scorrevoli o con apertura verso l’esterno, e una doccia a filo pavimento al posto della vasca. In cucina gli apparecchi si dispongono sulla stessa parete o su pareti contigue, con un vano vuoto sotto il piano di lavoro e sotto i principali elettrodomestici: così l’accostamento resta comodo anche da seduti.

    Superfici, contrasti e luce

    I pavimenti devono essere orizzontali e complanari tra loro, non sdrucciolevoli nelle parti comuni e di uso pubblico. Dislivelli segnalati con variazioni cromatiche, spigoli delle soglie arrotondati, grigliati e zerbini che non costituiscano un ostacolo per ruote e bastoni. Il contrasto tra pavimenti e pareti rende leggibili i limiti dell’ambiente; porte, interruttori e corrimano dovrebbero distinguersi dallo sfondo. L’illuminazione, uniforme e senza abbagliamenti né zone d’ombra, sulle scale preferisce la luce laterale, con comandi individuabili al buio.

    Spazi pubblici: la catena degli spostamenti

    All’esterno il ragionamento parte dalla catena degli spostamenti: parcheggio, percorso, ingresso e servizi formano un tragitto continuo in cui un solo anello debole compromette l’intero sistema. I percorsi vanno progettati semplici e regolari, senza strozzature; al raccordo con il livello stradale servono rampe continue e ben segnalate; le intersezioni con le zone carrabili devono risultare percepibili anche dai non vedenti. Arredi urbani e segnaletica, infine, non devono sottrarre larghezza utile al passaggio.

    Ricettività e locali aperti al pubblico

    Nelle strutture ricettive tutte le parti comuni devono essere accessibili, con un numero minimo di stanze accessibili proporzionato alle dimensioni della struttura. Le camere vanno collocate preferibilmente ai piani bassi, vicino a un luogo sicuro statico o a una via di esodo accessibile, e in ognuna è opportuno un allarme sonoro e luminoso. Nelle sale di ristorazione basta una zona accessibile, con un servizio igienico raggiungibile. Nei locali aperti al pubblico gli spazi di relazione devono essere accessibili, e banconi e piani di appoggio devono offrire almeno una parte utilizzabile da chi è in carrozzina.

    Percezione sensoriale e wayfinding

    Un ambiente inclusivo considera anche vista, udito e orientamento: per il DM 236/1989 la mancanza di segnalazioni adeguate è essa stessa una barriera. Gli strumenti vanno dai percorsi tattilo-plantari per persone cieche o ipovedenti alle mappe tattili e alla segnaletica in Braille, dagli apparecchi fonici per le indicazioni ai segnali luminosi associati agli allarmi sonori, fino a punti di riferimento riconoscibili lungo i percorsi. Sotto tutto sta il wayfinding, la capacità di orientarsi in un ambiente: riferimenti visivi costanti riducono stress e disorientamento, soprattutto per anziani e persone con disturbi cognitivi.

    Emergenze: i luoghi sicuri statici

    L’accessibilità deve reggere anche in emergenza. Il DM 236/1989 prevede ambienti protetti, detti luoghi sicuri statici, dove attendere i soccorsi: resistenti al fuoco e raggiungibili in autonomia dalle persone con disabilità. La norma privilegia la suddivisione in compartimenti antincendio rispetto alle sole scale di sicurezza, e ogni soluzione va coordinata con la normativa antincendio vigente.

    Adempimenti, alternative ed edifici esistenti

    Il pacchetto documentale comprende elaborati tecnici che evidenzino le soluzioni adottate, la relazione specifica richiesta dal DM 236/1989 e la dichiarazione di conformità prevista dalla Legge 13/1989. Operando per adattabilità, le soluzioni si descrivono con elaborati grafici dedicati. Le alternative sono ammesse purché rispondano alle esigenze sottese ai criteri di progetto: la relazione deve illustrarle e motivare la qualità equivalente o migliore degli esiti.

    Sugli edifici esistenti si può intervenire nella maggior parte dei casi. In ristrutturazione le deroghe si giustificano solo con una dimostrata impossibilità tecnica, legata a strutture o impianti, e nel rispetto delle norme di tutela dei beni ambientali, storici e culturali. La deroga la concede il sindaco, previo parere favorevole dell’Ufficio Tecnico comunale. Anche gli interventi di piccola entità producono benefici concreti.

    Con l’invecchiamento della popolazione la domanda di ambienti fruibili in autonomia non può che crescere. Un design inclusivo ben integrato quasi non si nota: l’ambiente appare semplicemente comodo e risolto. Per il professionista diventa un elemento distintivo, apprezzato dai committenti pubblici e privati. Costruire luoghi migliori per chi li vive è, alla radice, proprio questo.

  • Corso di Alta Formazione Strutture in Acciaio: dal Progetto al Collaudo

    Sette appuntamenti in diretta streaming, in programma ogni giovedì alle 16:00 tra il 5 novembre e il 22 dicembre 2026: è l’impianto del Corso di alta formazione sulle strutture in acciaio, dal progetto all’officina e dal montaggio al collaudo, organizzato da calcolostrutturale.com insieme a Lo Strutturista. Il percorso ripercorre l’intera filiera metallica, dalla definizione del progetto e del capitolato fino alla produzione in officina, ai controlli sulle lavorazioni, al trasporto, al montaggio e al collaudo.

    Il taglio risponde a una necessità nota a chi opera nel settore: le competenze richieste dalle costruzioni in acciaio vanno ben oltre il calcolo strutturale e investono l’intero processo costruttivo, manutenzione compresa. Il corso si propone di offrire una panoramica insieme teorica e pratica degli aspetti progettuali, costruttivi e normativi che caratterizzano la realizzazione e il comportamento di queste opere.

    Quattro moduli, dal processo costruttivo ai casi applicativi

    Il programma si articola in quattro moduli. Il primo è dedicato al processo costruttivo dal progetto al collaudo. Il secondo affronta le azioni cicliche e il comportamento dinamico. Il terzo riguarda materiali e durabilità. Il quarto chiude il percorso con esempi applicativi e soluzioni pratiche presentati a cura di aziende di settore.

    L’obiettivo è fornire ai partecipanti una visione completa e aggiornata di progettazione, fabbricazione, montaggio e collaudo, con approfondimenti su fatica, comportamento dinamico, durabilità e materiali, così da operare con maggiore consapevolezza nelle diverse fasi del processo costruttivo. Il pubblico di riferimento sono in primo luogo gli strutturisti esperti, ma il formato è ritenuto adatto anche a neo laureati e profili junior.

    Il calendario delle lezioni e la docenza

    La docenza unisce professionalità di cantiere e di azienda alla componente accademica: accanto a un progettista di strutture metalliche con trascorso in SAE ed ENEL e a un libero professionista attivo come progettista, direttore dei lavori e collaudatore, compaiono il direttore tecnico R&S Progetti Speciali di Cimolai, esperto di grandi strutture, sollevamenti, trasporti e montaggi, e due professori associati di Tecnica delle Costruzioni.

    Data e durata Argomenti Relatore
    Giovedì 5 novembre, ore 16:00, 2 ore Il progettista e il direttore dei lavori: ruoli e responsabilità; il capitolato tecnico e la classe di esecuzione Ing. Benedetto Cordova, progettista di strutture metalliche, già SAE ed ENEL, esperto di progettazione e realizzazione di strutture in acciaio
    Giovedì 12 novembre, ore 16:00, 2 ore Le lavorazioni di officina e i trattamenti superficiali Ing. Daniele Borgogni, libero professionista, progettista, direttore dei lavori e collaudatore di strutture in acciaio
    Giovedì 19 novembre, ore 16:00, 2 ore Trasporto, montaggio, direzione lavori e collaudo Ing. Daniele Borgogni
    Giovedì 26 novembre, ore 16:00, 2 ore La fatica: fenomenologia, azioni e classi di dettaglio Ing. Alessandro Catanzano, direttore tecnico R&S Progetti Speciali, Cimolai S.p.A.
    Giovedì 3 dicembre, ore 16:00, 2 ore La fatica: metodi di verifica e casi studio Ing. Alessandro Catanzano
    Giovedì 10 dicembre, ore 16:00, 2 ore Strutture leggere e pedoni: comportamento dinamico e carico pedonale, identificazione sperimentale e mitigazione Prof.ssa Ing. Chiara Bedon, professoressa associata di Tecnica delle Costruzioni, Università degli Studi di Trieste
    Giovedì 17 dicembre, ore 16:00, 1 ora L’acciaio Corten e le unioni bullonate Prof. Ing. Emanuele Maiorana, professore associato di Tecnica delle Costruzioni, Università degli Studi della Repubblica di San Marino

    La fatica occupa due incontri consecutivi, entrambi affidati ad Alessandro Catanzano: fenomenologia, azioni e classi di dettaglio nella prima lezione, metodi di verifica e casi studio nella seconda. Chiara Bedon tratta il comportamento dinamico delle strutture leggere e il carico pedonale, con identificazione sperimentale e mitigazione. Un’ora conclusiva è riservata all’acciaio Corten e alle unioni bullonate con Emanuele Maiorana, esperto di ponti in acciaio e acciaio patinabile.

    Frequenza in FAD sincrona e riconoscimento di 13 CFP

    Le lezioni si tengono da remoto su una piattaforma streaming fornita dall’organizzazione e al termine di ogni incontro è previsto un tempo per le domande al relatore. Sarà inoltre possibile rivedere le registrazioni nelle settimane successive alle dirette, almeno fino al 28 febbraio 2027.

    Il corso dà diritto a 13 CFP per gli ingegneri che avranno seguito almeno il 90% del tempo delle lezioni in modalità FAD sincrona e che avranno superato la verifica finale dell’apprendimento, strutturata come questionario online.

    Quote di iscrizione e pagamento

    La quota standard è di 300,00 € + IVA. È previsto un piano rateale in due tranche da 150,00 € + IVA, la prima al momento dell’iscrizione e la seconda entro il 27 novembre 2026. Il pagamento immediato scende a 270,00 € + IVA, mentre gli abbonati a Lo Strutturista usufruiscono di una quota ridotta a 250,00 € + IVA.

    Per iscriversi occorre compilare il form di iscrizione e procedere al pagamento tramite bonifico bancario intestato all’Associazione culturale Edilcross, UniCredit Banca, IBAN IT82S0200861563000105341748, con causale “Corso strutture in acciaio 2026” seguita da nome e cognome dell’iscritto.

    Per informazioni è disponibile il numero 320 06 06 188 e l’indirizzo info@calcolostrutturale.com.

    Complessivamente tredici ore di lezione, un valore che coincide con i crediti formativi riconosciuti a chi completerà il percorso nel rispetto delle condizioni indicate. Il PDF con il programma completo è scaricabile dal sito di calcolostrutturale.com.

  • Valutazione dell’esposizione alla subsidenza regionale e della suscettibilità ai georischi lungo la ferrovia intercity Città del Messico–Toluca: un’analisi SBAS-InSAR

    Una velocità media di subsidenza verticale di -2 cm/anno, un tratto di 16 chilometri che si colloca dentro soglie di basso rischio e nessun danno strutturale riscontrato sul campo: sono questi gli esiti del quadro di monitoraggio tracciato lungo il segmento compreso tra Lerma e Zinacantepec sulla ferrovia intercity Mexico-Toluca. Il riferimento è un’analisi interferometrica radar multitemporale (InSAR) condotta con l’algoritmo Short Baseline Subset (SBAS) su acquisizioni Sentinel-1 del periodo 2022-2024, verificata contro una stazione GNSS di riferimento. Il lavoro è stato pubblicato su Infrastructures (vol. 11, pag. 355, DOI 10.3390/infrastructures11100355) a firma di Karla Rubi Alvarez-Gastelum, German Michel Guzman-Acevedo, Jesus Guadalupe Monjardin-Quevedo, Limbert Vega-Gonzalez, Hector Miguel Gasca-Zamora, Juan A. Quintana-Rodriguez, Jorge Alberto Hernandez-Figueroa e Luis Alvaro Martinez-Trujano.

    Dalla linea di vista alla componente verticale

    Il nucleo metodologico lavora in regime multitemporale: le scene Sentinel-1 vengono combinate secondo lo schema SBAS, che seleziona coppie interferometriche a baseline contenuta per costruire serie temporali di spostamento lungo la linea di vista del radar. I vettori LOS subiscono quindi una decomposizione cinematica, che consente di isolare la componente verticale, quella che quantifica la discesa del suolo. Sul segmento esaminato la velocità media di affondamento verticale si attesta su -2 cm/anno.

    La verifica indipendente con la stazione GNSS MXTO

    Le serie interferometriche sono state confrontate con la stazione GNSS MXTO, che fornisce il riferimento puntuale a terra. La concordanza si esprime attraverso il coefficiente di determinazione ( R^2 ): 0.86 sulla traccia descending e 0.80 sulla traccia ascending. Due geometrie di acquisizione, due esiti coerenti: il confronto tra osservazione satellitare e misura GNSS regge su entrambi i canali.

    Distorsione angolare su baseline fissa di 160 m

    La valutazione della suscettibilità a geohazard passa dalla distorsione angolare superficiale, ricavata dagli spostamenti verticali decomposti e calcolata con una baseline spaziale fissa di 160 m. L’indicatore traduce il gradiente spaziale della subsidenza in una grandezza che collega i movimenti differenziali al potenziale danno sulla struttura.

    Gestione dell’incertezza: i falsi gradienti restano fuori dalla classificazione

    Il passaggio più rilevante per la prassi riguarda il trattamento dell’errore di misura. La classificazione incorpora esplicitamente l’incertezza intrinseca della misura InSAR: i gradienti ripidi localizzati inizialmente segnalati dai modelli matematici vengono riesaminati alla luce di tale incertezza e scartati come artefatti statisticamente trascurabili. Dove una procedura cieca al rumore avrebbe promosso critiche inesistenti, il filtro statistico restituisce un quadro depurato. Per consulenti tecnici e gestori di infrastrutture, è la parte della metodologia più direttamente trasferibile ad altri contesti.

    Stabilità diffusa e nessun danno da subsidenza differenziale

    Con gli artefatti esclusi, il quadro spaziale appare omogeneo: le condizioni di stabilità del terreno risultano diffuse e l’intero tratto valutato, lungo 16 km, si colloca dentro le soglie di basso rischio. A corroborare la classificazione contribuiscono le ispezioni visive in situ, che non hanno rilevato danni strutturali imputabili a discese differenziali del suolo.

    Il limite del pixel-mixing e il monitoraggio della soprastruttura

    Resta una distinzione metodologica che gli autori esplicitano: il pixel-mixing di Sentinel-1 impone un limite, nel senso che la misura copre la subsidenza del terreno, mentre la deformazione diretta della struttura resta fuori dal campo osservato. Ciò che il radar ricostruisce descrive il movimento del suolo su scala regionale, non il comportamento del binario.

    Per il futuro, l’indicazione è di affiancare al monitoraggio satellitare sensori SAR a risoluzione più spinta oppure strumentazione localizzata per il monitoraggio dello stato strutturale, capace di isolare la risposta della soprastruttura ferroviaria dalla subsidenza regionale di fondo.

    Il caso Mexico-Toluca descrive uno schema operativo articolato in fasi verificabili per infrastrutture lineari esposte a movimenti del suolo: serie satellitari multitemporali, decomposizione cinematica, validazione GNSS e classificazione consapevole dell’incertezza. Il valore maggiore non sta nel tasso misurato, contenuto, bensì nella disciplina con cui l’errore di misura entra nella decisione finale di classificazione.

  • Reti Bayesiane: Applicazione nella Progettazione dei Tailings e nella Valutazione del Rischio | Geotechnics

    Proprietà dei materiali, condizioni di carico, decisioni operative: in una diga per il contenimento di rifiuti minerari e acqua, queste famiglie di variabili coesistono per l’intera vita dell’opera e ciascuna introduce una quota di incertezza propria. I procedimenti probabilistici di primo ordine diffusi nella progettazione di tali dighe faticano a restituire una stratificazione così articolata. Keith Mandisodza e David Williams esaminano la pratica corrente su Geotechnics e propongono una strada alternativa, costruita intorno alle reti bayesiane.

    Un problema di stabilità complicato dall’incertezza

    Le dighe di tailings trattengono i rifiuti dell’attività mineraria insieme all’acqua e devono conservare stabilità e funzionalità lungo l’intera durata dell’impianto. Un requisito che va assodato su tempi lunghi e con un insieme di parametri molteplici: le caratteristiche dei materiali, gli scenari di carico e le decisioni di gestione concorrono tutte alla stessa verifica.

    La progettazione e la valutazione del rischio di queste opere si complicano proprio per la natura multivariabile dei dati di ingresso. Mandisodza e Williams passano in rassegna la pratica progettuale attuale delle dighe di tailings e ne individuano il limite principale: le procedure consolidate si affidano prevalentemente ad approcci probabilistici di primo ordine, che non catturano appieno la natura complessa e stratificata delle incertezze in campo.

    Incertezza epistemica e aleatoria nella stessa rete

    La proposta ruota intorno alle reti bayesiane, applicate all’analisi delle due componenti che pesano sui parametri di progetto e sulla valutazione del rischio: l’incertezza epistemica, legata alla conoscenza disponibile sulle grandezze in gioco, e quella aleatoria, riconducibile alla loro variabilità intrinseca.

    La differenza non è formale. Un’incertezza che nasce da informazioni incomplete può ridursi all’avanzare delle indagini; una variabilità intrinseca accompagna invece il sistema per tutta la sua esistenza. Distinguere le due componenti all’interno dello stesso modello permette di dare a ciascuna un posto esplicito e, di conseguenza, di impostare strategie di progetto più robuste e più mirate.

    Il percorso metodologico, dalla parametrizzazione all’integrazione

    L’impianto si articola in fasi successive. Apre il ciclo la parametrizzazione: ogni variabile di ingresso di progetto viene descritta mediante la propria funzione di densità di probabilità, unitamente all’incertezza che la caratterizza. Segue l’elicitation della conoscenza, ossia la formalizzazione delle informazioni che alimentano la rete. La sequenza si chiude con la valutazione dei modelli e con la loro integrazione nell’impianto complessivo.

    Cosa cambia per progetto e gestione del rischio

    La copertura dell’intero spettro delle incertezze agisce su due piani concreti: l’affidabilità delle progettazioni delle dighe di tailings e la qualità delle decisioni di gestione del rischio. Quando la rete rende visibile la struttura delle incertezze, la scelta dei parametri smette di essere un esercizio aggregato e diventa una selezione consapevole di ciò che entra nel modello, con quali distribuzioni e con quale peso.

    Per chi redige progetti e valutazioni di rischio su opere di contenimento, l’interesse della proposta sta proprio nell’organizzazione esplicita dell’informazione che alimenta le verifiche.

    La distinzione tra ciò che ancora non si conosce e ciò che varia per natura resta il nodo di ogni verifica di stabilità in geotecnica. Tradurla in una struttura di calcolo esplicita è il contributo principale di questo lavoro.

    Keith Mandisodza, David Williams, Bayesian Networks: Application in Tailings Design Process and Risk Assessment, Geotechnics, vol. 5, pag. 86, doi: 10.3390/geotechnics5040086.