Categoria: Infrastrutture, territorio

Grandi opere civili, reti di trasporto, gestione del territorio

  • Predizione basata sui dati dell’Indice di Qualità del Binario (TQI): studio comparativo di modelli statistici e di ensemble learning applicato alla ferrovia Kolašin–Podgorica

    Un errore assoluto medio inferiore di circa il 15% rispetto alla regressione lineare multipla e un coefficiente di determinazione di 0,69 contro 0,57: questi numeri separano un modello Random Forest dalla regressione classica nella previsione dell’indice di qualità del binario, il Track Quality Index (TQI), sulla linea montana che collega Kolashin a Podgorica. La ricerca, firmata da Ivona Nedevska Trajkova, Zlatko Zafirovski, Jelena Dimitrijevic, Riste Ristov e Vasko Gacevski, è stata pubblicata sulla rivista Infrastructures, vol. 11, pagine 258 (doi: 10.3390/infrastructures11080258).

    Unità da 20 metri e più campagne di ispezione

    La qualità geometrica del binario condiziona in modo diretto sicurezza ed efficienza dell’esercizio ferroviario, e per questo i gestori la monitorano con campagne di misura periodiche. Il lavoro si concentra su una tratta montana e adotta un impianto di analisi ad alta risoluzione: le misurazioni, rilevate con precisione, vengono segmentate in unità omogenee di binario da 20 metri, seguite lungo più anni. Questo impianto, accompagnato da una validazione indipendente, costituisce il contributo principale dello studio.

    Le campagne dal 2017 al 2022 alimentano lo sviluppo dei modelli, mentre i rilievi del 2024, mai visti in fase di addestramento, forniscono la verifica su dati esterni. Ciascuna unità da 20 metri è descritta da variabili di quattro famiglie: infrastrutturali, geometriche, di esercizio e di manutenzione. La scelta degli ingressi ha seguito due criteri, la pertinenza rispetto alla qualità del binario e la completezza dei dati disponibili.

    Regressione lineare multipla contro Random Forest

    Entrambi i modelli sono stati addestrati su dati di ingresso scalati e valutati con tre indicatori: il coefficiente di determinazione (R²), l’errore assoluto medio (MAE) e la radice dell’errore quadratico medio (RMSE). Il confronto assegna un vantaggio netto al metodo d’insieme. Il Random Forest raggiunge un R² di 0,69, a fronte dello 0,57 della regressione lineare multipla, e riduce l’errore assoluto medio di circa il 15%.

    Un margine che conferma l’efficacia degli algoritmi ensemble nella riduzione degli errori di previsione e sostiene una manutenzione proattiva del binario basata sui dati, anche su reti ferroviarie complesse.

    Screening dei segmenti ad alto rischio

    La precisione numerica non è l’unico riscontro utile. Il modello ha individuato le tendenze di degrado localizzato più marcate e si è dimostrato robusto come strumento di screening: nell’identificazione dei segmenti di binario ad alto rischio, quelli che richiedono un intervento urgente, la sensibilità arriva all’86,4%. Per chi gestisce l’infrastruttura significa poter isolare, a partire dai dati di ispezione, i tratti più esposti a un deterioramento rapido.

    Dalla previsione alla programmazione dei lavori

    Sul piano operativo, la metodologia consente agli ingegneri ferroviari di riconoscere i segmenti più suscettibili di degrado accelerato e di programmare di conseguenza, con maggiore precisione, il rallestimento, i rinnovi e gli altri interventi mirati. Gli output dei modelli supportano inoltre i responsabili nella definizione delle priorità di manutenzione, nell’allocazione più razionale delle risorse e nella riduzione dei guasti imprevisti, con riflessi sulla sicurezza e sui costi della gestione quotidiana.

    Cosa limita la generalizzazione

    Il perimetro dell’indagine restringe la portata delle conclusioni. L’analisi riguarda un solo corridoio ferroviario e copre un periodo di osservazione relativamente breve, con un numero contenuto di eventi manutentivi: condizioni che possono limitare l’estensione dei risultati ad altre linee o ad altri regimi di manutenzione.

    Resta quindi da verificare, su tratte diverse e con storici manutentivi più ricchi, se i margini di miglioramento misurati tra Kolashin e Podgorica si confermino. La direzione di lavoro però è indicata: convertire i rilievi già disponibili in strumenti previsionali capaci di separare i tratti stabili da quelli che chiederanno l’intervento più sollecito.

  • Prioritizzazione del Rischio delle Segnalazioni 311 Relative alle Infrastrutture in Prossimità di Cantieri Stradali Urbani Mediante Dati Pubblici: Un Caso di Studio a New York con Random Forest Calibrato Informato dai Dati Meteorologici

    Oltre 2,7 milioni di giornate di chiusura stradale analizzate una per una: questa la scala del caso di studio con cui Jerzy Rosłon, sulle pagine di Infrastructures (vol. 11, pagine 261, doi: 10.3390/infrastructures11080261), mette a punto un workflow riproducibile, costruito interamente su dati pubblici, per ordinare i giorni di cantiere in ambito urbano secondo il rischio di segnalazioni cittadine nelle immediate vicinanze. Il laboratorio scelto è New York City, con un’osservazione che copre il triennio tra il 2022 e il 2024.

    Le segnalazioni 311 come misura del disturbo intorno ai cantieri

    I disagi generati dai cantieri stradali urbani tendono a sfuggire a un monitoraggio sistematico: sono diffusi, frammentati, difficili da osservare con metodi diretti. Il riferimento adottato dalla ricerca sono le richieste 311, vale a dire le segnalazioni municipali non di emergenza presentate da residenti o da altri utilizzatori della strada. Tra queste vengono selezionate quelle attinenti alle infrastrutture.

    La variabile obiettivo è binaria: per ogni giornata di chiusura si verifica se nei pressi del cantiere attivo si sia registrata almeno una delle segnalazioni selezionate nello stesso giorno. La closure day ha una definizione altrettanto precisa, una chiusura stradale risultata attiva in un singolo giorno di calendario, così che ogni record rappresenti un’unica giornata. L’impostazione riconduce un flusso continuo di reclami a un problema di classificazione giornaliera, coerente con lo scopo della prioritizzazione: non tutte le giornate di cantiere presentano lo stesso profilo di rischio.

    Tre fonti pubbliche integrate in un unico dataset

    Il workflow incrocia tre insiemi informativi: le chiusure stradali registrate, le segnalazioni 311 selezionate e le variabili meteorologiche giornaliere. Dal loro accostamento discende il dataset finale, articolato in 2.708.620 record di closure day relativi al caso newyorchese.

    Prestazioni del Random Forest calibrato

    Il modello conclusivo è un Random Forest calibrato e informato con le variabili meteo. Gli indicatori sintetici di performance sono i seguenti.

    Indicatore Valore
    ROC-AUC 0,6408
    PR-AUC 0,0799
    Brier score 0,0459

    La ROC-AUC, ferma a 0,6408, esprime una capacità di ordinamento dei casi positivi sopra i negativi moderata ma superiore al caso. La PR-AUC, pari a 0,0799, va letta alla luce della forte sproporzione tra le classi: la prevalenza dell’evento sul test del 2024 è di circa il 4,88%. Il Brier score di 0,0459 riguarda invece la qualità delle probabilità calibrate.

    Il risultato più operativo emerge dalla selezione del top 5%. Tra le giornate classificate con rischio stimato più alto la precisione raggiunge l’11,48%, a fronte della prevalenza di circa il 4,88%: un lift di 2,35 rispetto a quanto restituirebbe una scelta casuale. Concentrare l’attenzione sulla fascia più esposta del ranking, in altre parole, più che raddoppia la probabilità di intercettare effettivamente una segnalazione nelle vicinanze del cantiere.

    Localizzazione e calendario pesano più del meteo

    L’analisi di permutation importance descrive con chiarezza la gerarchia interna del modello: le variabili di localizzazione e quelle di calendario dominano la previsione. Le variabili meteorologiche continue incidono in misura minore, pur mantenendo un contributo misurabile. Conta prima dove e quando il cantiere è attivo; le condizioni atmosferiche aggiungono un’informazione utile, ma di secondo ordine rispetto al binomio luogo-tempo.

    L’aspetto più trasferibile dell’impianto resta la composizione delle fonti: lavorando esclusivamente con dati pubblici, il workflow risulta replicabile e verificabile. Dove i disagi dei cantieri difficilmente si lasciano osservare in modo ordinato, una classifica di giornate ordinata per rischio mette a disposizione un criterio esplicito per attribuire le priorità, come dimostrato sul caso di New York City.

  • Valutazione probabilistica dei costi del ciclo di vita delle strategie di protezione delle estremità delle travi in acciaio patinabile nei ponti

    Un milione di travi isostatiche con luci comprese tra 20 e 200 ft, ossia da 6,1 a 61,0 m: questo il campione virtuale su cui è stata condotta un’analisi Monte Carlo accoppiata per stabilire quale strategia di protezione delle estremità delle travi in acciaio patinabile risulti più conveniente a 75 e a 150 anni dalla costruzione. Lo studio di Sajan Shakya, Alexandra Hain e Kevin Zmetra, pubblicato sulla rivista Infrastructures nel volume 11 (doi: 10.3390/infrastructures11100349), affronta un nodo ben noto a chi gestisce ponti in acciaio.

    Il degrado localizzato presso appoggi e giunti di impalcato

    Nelle travature in acciaio patinabile la corrosione non si distribuisce in modo uniforme lungo l’elemento: si concentra alle teste, in corrispondenza degli appoggi e dei giunti di impalcato. Una localizzazione così netta ha conseguenze gestionali pesanti. Rende necessari interventi ricorrenti e, nei casi più gravi, può condurre alla sostituzione anticipata della trave.

    Resta invece raro trovare confronti tra strategie di protezione localizzata che tengano conto insieme della luce della trave e delle incertezze su quantità di trattamento, vita utile e variabili economiche. È questa lacuna che l’impianto probabilistico sviluppato dagli autori intende colmare.

    Quattro alternative a confronto, dalla ritintura all’inglobamento in UHPC

    Tre opzioni rientrano nelle protezioni localizzate: la verniciatura con sostituzione (Paint + Replace), la verniciatura con ritintura (Paint + Repaint) e la metallizzazione con rimetallizzazione (Metalize + Remetalize). La quarta segue una logica differente, preventiva: l’inglobamento delle estremità in calcestruzzo a prestazioni ultra elevate, l’UHPC, applicato per proteggere l’acciaio prima che il degrado insorga.

    L’impianto probabilistico: un milione di travi in analisi Monte Carlo

    Il cuore metodologico è una simulazione Monte Carlo condotta in accoppiamento, con le alternative valutate sugli stessi campioni estratti. Il campione comprende un milione di travi isostatiche, con luce ricavata nell’intervallo tra 20 e 200 ft (da 6,1 a 61,0 m). I costi vengono calcolati in tre momenti: alla costruzione, a 75 anni e a 150 anni.

    Le incertezze alimentate al modello riguardano la luce, i costi unitari, la vita utile della verniciatura, i costi di rimozione e i tassi di sconto. Anche le grandezze restituite sono articolate: costi medi del ciclo di vita, distribuzioni complete, probabilità di essere l’opzione a minor costo, analisi di sensibilità e soglie di break-even dell’UHPC, utili a individuare entro quali valori delle variabili l’inglobamento resta competitivo.

    Senza manutenzioni future, l’UHPC ha il costo medio più basso in ogni classe di luce

    Nello scenario di base, che esclude manutenzioni future sia per l’inglobamento in UHPC sia per la verniciatura residua, l’inglobamento registra il costo medio più basso in ogni classe di luce, a 75 come a 150 anni. Alla scadenza dei 150 anni il margine rispetto alla metallizzazione, prima inseguitrice, è contenuto: 680 dollari per trave.

    Scenario valutato a 150 anni Costo medio per trave
    UHPC, senza manutenzioni future 67,27 mila dollari
    Metallizzazione con rimetallizzazione 67,95 mila dollari
    UHPC con ritintura della porzione verniciata residua 68,54 mila dollari

    L’ipotesi di ritintura che sposta l’UHPC al terzo posto

    Il quadro cambia se si ammette un intervento ulteriore. Quando anche la porzione verniciata residua viene ritinta, il costo medio dell’UHPC sale a 68,54 mila dollari per trave e la strategia scende al terzo posto della graduatoria. L’esito dipende quindi in larga misura dall’ipotesi di manutenzione adottata, oltre che dalla tecnica in sé.

    Gli autori ne ricavano un’avvertenza di portata generale: nel confronto economico tra protezioni occorre tenere distinti il costo medio e la probabilità di essere l’opzione a minor costo. Le due grandezze possono non coincidere, e scegliere guardando solo alla media può indurre in errore quando si valuta una singola realizzazione.

    Una valutazione da calibrare sul singolo progetto

    L’impianto non restituisce una graduatoria universale. Fornisce piuttosto una base per valutazioni specifiche di progetto, da alimentare con input calibrati localmente: costi unitari, vite utili e tassi di sconto desunti dal contesto reale in cui l’opera dovrà essere gestita. Le soglie di break-even e le analisi di sensibilità offrono a questo scopo il punto di partenza più diretto.

    Per chi opera tra progettazione di opere in acciaio e piani di manutenzione, il valore del lavoro sta più nell’impostazione che nei valori assoluti: il confronto tra verniciatura, metallizzazione e inglobamento in UHPC va ripetuto con i dati del caso specifico, esplicitando fin dall’inizio quali manutenzioni future entrano nel bilancio e distinguendo con attenzione costo medio e probabilità di minor costo.

  • Miscela bituminosa ad alta circolarità con aggregati da scorie siderurgiche e fresato di asfalto riciclato (RAP): validazione sperimentale dal laboratorio al campo e analisi del ciclo di vita (LCA)

    Ottantuno per cento di materiali secondari nella composizione di un conglomerato bituminoso per strato di usura, quota che sale all’83% includendo il filler di recupero: sono i numeri della miscela AC14 altamente circolare oggetto di uno studio pubblicato su Infrastructures (vol. 11, articolo 263, doi: 10.3390/infrastructures11080263).

    Alla base della formulazione due flussi di recupero: le scorie siderurgiche impiegate come inerti (SSA) e il fresato di pavimentazioni asfaltiche (RAP). Lo studio, firmato da Carlos D. A. Loureiro, Caroline F. N. Moura, Joel R. M. Oliveira e Hugo M. R. D. Silva, copre l’intera filiera, dalla progettazione in laboratorio alla produzione in centrala e alla posa sperimentale a scala reale, fino all’analisi del ciclo di vita e alla verifica dei costi, entrambe impostate su dati specifici dell’impianto.

    Dosaggio della miscela e termine di paragone

    La miscela, messa a punto in laboratorio, combina il 63,8% di aggregati da scorie siderurgiche con il 17,2% di fresato. I due apporti portano la quota complessiva di materiali secondari all’81,0%, che raggiunge l’83,0% una volta conteggiato anche il filler di recupero. Il riferimento per le verifiche è un AC14 tradizionale per strato superficiale con inerti naturali: su questa coppia di miscele sono stati confrontati i comportamenti volumetrico e meccanico.

    Prestazioni di laboratorio: ornamento, rigidezza, fatica e acqua

    La campagna sperimentale registra esiti favorevoli per la formulazione circolare sui quattro fronti esaminati:

    • deformazione permanente: resistenza all’ornamento superiore a quella della miscela di riferimento;
    • rigidezza: modulo di rigidezza più elevato rispetto al convenzionale;
    • danno da acqua: resistenza molto elevata al degrado indotto dall’acqua;
    • fatica: indicatori di fatica più favorevoli rispetto all’AC14 a inerti naturali.

    Un quadro che non segnala penalità legate alla forte sostituzione degli inerti e che ha aperto la strada alle fasi successive della validazione.

    Impatti ambientali: dodici indicatori su tredici in calo

    L’analisi del ciclo di vita segue il quadro della EN 15804:2012+A2:2019 ed è stata svolta con dati reali dell’impianto di produzione. In fase di prodotto, la miscela con SSA e RAP mostra riduzioni in dodici dei tredici indicatori di impatto considerati. Quattro valori fotografano l’ordine di grandezza del miglioramento:

    Indicatore di impatto Riduzione
    Potenziale di riscaldamento globale totale 18,1%
    Potenziale di esaurimento abiotico, risorse fossili 26,6%
    Potenziale di esaurimento abiotico, minerali e metalli 77,6%
    Potenziale di privazione idrica 81,5%

    I tagli più marcati riguardano il prelievo di minerali e metalli e la pressione sulla risorsa idrica, coerentemente con la forte presenza di materiali di recupero nella composizione.

    Costo unitario di produzione: due confronti percentuali

    Sul piano economico, l’analisi dei costi riferita alla fase di produzione stima un prezzo unitario inferiore del 36,4% rispetto alla miscela convenzionale e del 45,4% rispetto al prezzo di riferimento del mercato portoghese. Il margine, quindi, si allarga ulteriormente quando il paragone passa dalla formulazione tradizionale al benchmark di mercato.

    La verifica in centrala e in cantiere

    La formulazione è stata prodotta in una centrala per conglomerati bituminosi e applicata in una prova sperimentale a scala reale. L’esito del cantiere sostiene la fattibilità della miscela nelle condizioni reali di produzione e di costruzione, completando il passaggio dal laboratorio al campo e offrendo a imprese e committenti un riferimento operativo diretto oltre ai soli dati di laboratorio.

    Per chi si occupa di pavimentazioni stradali, il caso indica che quote molto alte di scorie siderurgiche e fresato possono convivere con prestazioni non inferiori a quelle di un conglomerato a inerti naturali, con un profilo ambientale in miglioramento su dodici indicatori su tredici e con un costo unitario ben al di sotto dei riferimenti disponibili. Quando tecnica, ambiente ed economia si muovono nella stessa direzione, la circolarità smette di essere un obiettivo di principio e diventa una scelta di progetto difendibile con i numeri.

  • Valutazione strutturale mediante FWD di pavimentazioni bituminose con 30% di fresato riciclato (RAP) e rinforzo con geogriglia in fibra di vello nello strato di usura: Studio dell’interazione tra materiali riciclati e sistemi di rinforzo nelle pavimentazioni stradali flessibili

    Un indice strutturale compreso tra 0,17 e 0,54 nella sezione rinforzata, contro l’intervallo più ampio di 0,23 a 0,78 rilevato dove il rinforzo è assente, e uno scarto di 10 kN/mm sui massimi del modulo di rigidezza dinamica a favore della geogriglia: sono questi i numeri che distinguono la risposta di una pavimentazione in asfalto con il 30% di fondo stradale riciclato, caratterizzata mediante falling weight deflectometer (FWD).

    Il confronto ha interessato due modelli sperimentali con la stessa quota di RAP (recycled asphalt pavement), pari al 30%. In uno di essi una geogriglia in fibra di vetro è stata posizionata al centro dello strato di asfalto; l’altro è rimasto privo di rinforzo.

    Deflessione recuperabile come chiave di lettura strutturale

    Il riciclato da pavimentazione bituminosa sostiene carichi di traffico comparabili a quelli che interessano le sedi stradali costruite con materiali convenzionali. La verifica strutturale passa dalla deflessione generata dal transito, rilevata nella componente recuperabile degli strati che compongono la sovrastruttura.

    La registrazione delle deflessioni viene tradotta in una curva che interpreta in chiave geometrica il comportamento dei singoli strati, restituendo un quadro della risposta complessiva della struttura senza ricorrere a indagini sulla sezione.

    La prova FWD e i tre indicatori impiegati

    A emulare i carichi di transito e a misurare le deflessioni indotte sui due modelli è stato utilizzato un falling weight deflectometer. La valutazione del comportamento strutturale sotto differenti livelli di carico si articola su tre grandezze: la deflessione massima normalizzata, assunta come valore limite basato su tensione costante; l’indice strutturale (SI); il modulo di rigidezza dinamica (DSM).

    Indice strutturale: Z1 e Z2 a confronto

    Sottoposti a impatto, i due sistemi mostrano resistenze analoghe. La distinzione affiora negli indicatori. La zona rinforzata con geogriglia (Z1) ha restituito valori di indice strutturale compresi tra 0,17 e 0,54, mentre la sezione senza geogriglia (Z2) si è attestata su un intervallo più esteso, da 0,23 a 0,78: valori, nel complesso, più alti di quelli misurati sul modello con rinforzo.

    Rigidezza dinamica e interazione tra RAP e geogriglia

    Sul fronte della rigidezza, il confronto tra i massimi dei due modelli evidenzia una differenza di 10 kN/mm in favore del sistema con geogriglia in fibra di vetro.

    I valori più contenuti di indice strutturale si associano all’interazione tra RAP e rinforzo: un abbinamento che gli autori qualificano come sistema funzionale per le superfici stradali. Il modulo di rigidezza dinamica, dal canto suo, indica la stabilità e l’integrità strutturale della pavimentazione sostenibile, con un potenziale di estensione della vita utile dell’opera.

    Per chi valuta sezioni a base di riciclato bituminoso con e senza rinforzo, la coppia di intervalli sull’indice strutturale e lo scarto sul modulo dinamico costituiscono riferimenti numerici direttamente confrontabili in ottica deflectometrica. Firmano lo studio Jaime R. Ramírez-Vargas, Sergio A. Zamora-Castro, Agustín L. Herrera-May, Rafael Melo-Santiago, Luis Carlos Sandoval Herazo e Domingo Pérez-Madrigal; il contributo integrale è pubblicato su CivilEng (doi: 10.3390/civileng6030044).

  • Evidenza di un plateau di sicurezza nei passaggi a livello strada-ferrovia mediante analisi delle transizioni di regime e machine learning spiegabile

    Il declino degli incidenti ai passaggi a livello della rete statunitense si è arrestato. Dal 2012 la serie storica risulta statisticamente stazionaria: è l’esito di un’analisi condotta su quasi cinquant’anni di registrazioni incidentali nazionali della Federal Railroad Administration (FRA), dal 1976 al 2025, firmata da Raj Bridgelall e pubblicata sulla rivista Infrastructures (vol. 11, p. 262, doi: 10.3390/infrastructures11080262).

    Lo studio affronta due domande distinte: se il declino storico degli incidenti agli incroci a raso strada-ferrovia (highway-rail grade crossing, HRGC) sia transitato in un regime di sicurezza statisticamente distinto e se i fattori associati alla presenza di vittime siano cambiati dopo quella transizione.

    Decenni di interventi, poi il rallentamento

    I guadagni accumulati nel corso dei decenni passati si fondano su leve consolidate: adeguamenti ingegneristici, sistemi di allarme attivi, chiusura di attraversamenti, attività di enforcement ed educazione pubblica. I trend nazionali più recenti mostrano però un rallentamento dei benefici, e l’ipotesi che la sicurezza agli HRGC sia ormai vincolata a un plateau persistente ha cominciato a circolarsi con dati alla mano.

    La diagnostica che fissa la svolta al 2012

    L’impianto analitico combina tre componenti: analisi delle transizioni di regime, confronto delle vittime tra i due regimi e machine learning spiegabile (explainable machine learning). La datazione del cambio di regime poggia su una diagnosi multipla a verifica incrociata, costruita con analisi delle tendenze, test complementari di stazionarietà, diagnostica dei residui, criteri informativi e analisi di sensibilità. Ogni strumento giunge allo stesso esito: il 2012 segna l’inizio di un regime di sicurezza statisticamente stazionario.

    Severità invariata dopo la transizione

    Il confronto tra i due regimi non rileva variazioni significative né nella probabilità che un incidente generi vittime, né nella distribuzione degli esiti tra infortuni e decessi. Il problema attuale non riguarda quindi l’emergere di meccanismi di collisione nuovi: a sostenere il plateau è la persistenza di fattori di rischio operativi e comportamentali ampiamente consolidati.

    Random forest spiegabili e predittori stabili

    I modelli di random forest interpretabili applicati ai dati incidentali mostrano una notevole stabilità temporale dei fattori associati alla presenza di vittime. Attraverso entrambi i regimi restano dominanti la velocità del treno, l’occupazione del veicolo, la presenza del conducente e le azioni degli utenti della strada. Nel periodo di plateau, la presenza del conducente figura tra le variabili più influenti.

    Le leve per riprendere la discesa

    Ridurre ulteriormente le vittime agli HRGC richiederà, secondo le conclusioni, azioni puntate sui rischi residui che alimentano il regime stazionario:

    • interventi ingegneristici mirati;
    • tecnologie di allarme avanzate;
    • sistemi di veicolo connesso e di comunicazione tra veicolo e infrastruttura;
    • monitoraggio abilitato dall’intelligenza artificiale;
    • educazione pubblica mirata.

    Resta il punto centrale: il rischio che sostiene il regime stazionario è radicato in condizioni operative e comportamenti di lunga data. È su quel terreno, più che su dinamiche di collisione inedite, che si decideranno i prossimi guadagni di sicurezza ai passaggi a livello.

  • Ottimizzazione centrata sull’utente della segnaletica direzionale degli svincoli autostradali nelle reti stradali complesse: evidenze dal comportamento visivo, dalle risposte fisiologiche e dalla simulazione di guida

    A 120 km/h, assumendo un tempo di riconoscimento di 2,6 secondi, un pannello direzionale autostradale deve risultare leggibile da una distanza di circa 86,7 metri. Attorno a questa soglia si articola uno studio pubblicato sulla rivista Infrastructures (vol. 11, articolo 265; DOI: 10.3390/infrastructures11080265), firmato da Yanshuang Zhi, Shuzhen Lou, Hongfu Wu, Yingying Luo e Yanqun Yang e dedicato alla progettazione della segnaletica di guida negli svincoli di reti autostradali complesse.

    L’impianto proposto è centrato sul conducente: informazione contenuta nei pannelli e modalità di presentazione vengono verificate a partire da evidenze sperimentali su comportamento visivo, risposte fisiologiche e guida, e non da sole regole compositive.

    Svincoli fitti e tempo di lettura corto: il problema di progetto

    Chi percorre una rete densa di svincoli deve individuare la direzione corretta in una finestra temporale molto breve, traducendo la lettura del pannello in una manovra a velocità sostenuta. Si sommano così tre fattori di criticità: il tempo utile di osservazione ridotto, un elevato carico informativo e la possibile occlusione del pannello da parte di altri veicoli. In queste condizioni altezza dei caratteri e posizione fisica della segnaletica diventano variabili che incidono direttamente sulla qualità della decisione di rotta.

    Un impianto sperimentale su due livelli: strada reale e simulatore

    La verifica procede su due piani. Il primo è una prova su strada reale: dieci conducenti non familiari con la rete autostradale di Fuzhou hanno attraversato la rete producendo 119 episodi validi di lettura dei pannelli. Il secondo è una campagna in simulazione di guida con 60 conducenti patentati, dedicata a due variabili di progetto: l’altezza dei caratteri, saggiate a 55, 65 e 75 cm, e la posizione di installazione, sul bordo laterale della carreggiata, in corrispondenza dello spartitraffico oppure su entrambi i lati. Le prove simulated sono state ripetute sotto tre condizioni di traffico di fondo disposte su scala ordinale.

    L’insieme delle prove integra misurazioni dei movimenti oculari, risposte fisiologiche e comportamento di guida, cosicché l’analisi possa collegare ciò che il conducente guarda con ciò che effettivamente compie alla guida.

    Comportamento visivo e strategie di lettura dei pannelli

    I dati di ricerca visiva restituiscono un comportamento piuttosto regolare: l’esame del pannello parte in genere dal quadrante superiore sinistro e si concentra sui toponimi utili alla rotta e sulle frecce direzionali.

    Sul piano contenutistico, le osservazioni descrittive suggeriscono che, quando la destinazione non compare sul pannello, un’informazione utilizzabile sui punti di controllo consenta comunque di risalire al percorso. Quando invece mancano sia la destinazione sia punti di controllo utilizzabili, il quadro si accompagna a decelerazioni più prolungate e a una ricerca visiva più dispersiva: la successione gerarchica delle informazioni sul pannello, in altre parole, pesa tanto quanto la loro dimensione fisica.

    Altezza dei caratteri e distanza di lettura richiesta

    La distanza di lettura effettiva cresce al crescere dell’altezza dei caratteri nelle tre condizioni saggiate. Il termine di confronto è il requisito calcolato per una velocità di progetto di 120 km/h con un tempo di riconoscimento assunto di 2,6 s, pari a circa 86,7 m. Il confronto sintetico è il seguente.

    Altezza dei caratteri Distanza media di lettura rispetto al requisito di 86,7 m
    55 cm Inferiore al requisito
    65 cm Superiore al requisito
    75 cm Superiore al requisito

    In ottica progettuale il risultato concretizza la scelta dell’altezza dei caratteri in una verifica quantitativa contro il tempo di riconoscimento disponibile alla velocità di riferimento, con la configurazione da 55 cm risultata insufficiente sul campione esaminato.

    La verifica applicativa sullo svincolo Xiuzhai

    Le evidenze raccolte sono state applicate allo svincolo Xiuzhai. In un test dinamico di scelta del percorso condotto su schermo, 24 partecipanti su 25 hanno compiuto scelte giudicate accettabili. Un riscontro che resta di natura sperimentale, ma che mostra la trasposabilità delle regole derivate in laboratorio sulla progettazione di uno svincolo reale inserito in una rete complessa.

    Il messaggio di metodo che emerge dal lavoro è che, in una rete articolata, i pannelli direzionali vanno trattati come un sistema informativo coordinato: gerarchia dei punti di controllo, continuità dell’informazione lungo il percorso, altezza dei caratteri e posizione di installazione sono grandezze da definire congiuntamente, sulla base del comportamento osservato di chi guida.

  • Fattori Critici che Influenzano l’Innovazione Verde nei Grandi Progetti di Infrastrutture dei Trasporti

    L’innovazione ingegneristica tradizionale privilegia i guadagni economici e tende a trascurare la sostenibilità. È da questo squilibrio che prende le mosse uno studio firmato da Shuhan Wang, Long Li, Xianfei Yin, Ziwei Yi, Shu Shi e Meiqi Wan, pubblicato su CivilEng (Vol. 6, pagina 52, DOI 10.3390/civileng6030052), dedicato ai fattori critici che condizionano l’innovazione verde (green innovation, GI) nelle grandi infrastrutture di trasporto, in sigla MTI (major transportation infrastructure projects).

    Le MTI rientrano a pieno titolo nella categoria dei megaprogetti e concentrano complessità tecnica, organizzativa e gestionale. Per questo richiedono processi di innovazione tecnologica in grado di far avanzare insieme obiettivi economici, sociali ed ecologici, mentre l’approccio convenzionale si ferma ai ritorni economici. Implementare la GI in queste opere diventa quindi una necessità, ed è proprio questo il territorio indagato dalla ricerca: esaminare i fattori chiave e le correlazioni che influenzano l’MTI-GI, rafforzare la comprensione teorica del fenomeno e orientarne l’applicazione efficace.

    Framework TOE: mappare i fattori su tre dimensioni

    La prima fase del lavoro poggia su due canali complementari, l’analisi della letteratura e le interviste, attraverso cui vengono individuati i fattori capaci di influenzare l’innovazione verde negli MTI. La sistematizzazione segue il framework TOE (technology, organization, environment), che ripartisce i determinanti in tre dimensioni: tecnologica, organizzativa e ambientale. Una struttura di questo tipo permette di leggere il fenomeno su livelli distinti, dalle tecnologie e dai processi impiegati alle caratteristiche delle organizzazioni coinvolte, fino al contesto territoriale in cui l’opera si inserisce.

    Il modello fuzzy DEMATEL contro la soggettività dei punteggi

    Nelle analisi fondate sul giudizio esperto la soggettività delle valutazioni rischia di deformare la classifica dei fattori. Per contenerla, la ricerca adotta un approccio basato sui numeri fuzzy intuitivi (intuitive fuzzy numbers), applicato ai punteggi assegnati dagli esperti. L’integrazione con il metodo DEMATEL, che studia le relazioni tra i fattori di un sistema, dà origine a un modello fuzzy DEMATEL in grado di quantificare l’importanza dei singoli determinanti e di individuare i driver critici. Su questi ultimi si concentra poi l’analisi che conduce alla formulazione delle strategie di promozione della GI.

    Le leve prioritarie individuate dall’analisi

    I risultati mostrano che i fattori che influenzano l’MTI-GI attraversano tutte e tre le dimensioni del framework TOE. Le priorità emerse si articolano su tre piani:

    • leva tecnologica: prioritizzare l’innovazione tecnologica verde e i meccanismi di feedback;
    • assetto organizzativo: ottimizzare le strutture organizzative;
    • contesto: allineare le scelte alle caratteristiche ambientali regionali.

    Il successo dell’MTI-GI non si riduce a un intervento isolato: richiede un’azione coordinata tra sviluppo tecnologico, organizzazione e inquadramento del contesto regionale. Su questa base, i risultati supportano l’estensione dell’innovazione verde negli MTI e offrono strategie mirate per la gestione di sistemi complessi.

    Per chi opera su grandi opere di trasporto, il contributo più immediatamente utilizzabile sta nel percorso metodologico: dall’identificazione dei fattori con il framework TOE alla loro pesatura tramite il modello fuzzy DEMATEL, fino alla costruzione di strategie calibrate sui driver critici. Una griglia replicabile per decidere dove convogliare risorse e attenzioni quando l’innovazione deve servire obiettivi economici, sociali ed ecologici insieme.

  • Valutazione dello stato di carico statico degli isolatori elastomerici laminati mediante la tecnica dell’impedenza elettromeccanica

    Un carico assiale crescente lascia un’impronta riconoscibile nello spettro di conduttanza elettrica di un appoggio in gomma laminata strumentato con elementi piezoelettrici: i picchi delle curve tendono a innalzarsi e l’indice RMSD cresce in modo monotono rispetto allo stato iniziale. È il quadro sperimentale documentato in un lavoro pubblicato su Infrastructures (MDPI, doi 10.3390/infrastructures11100348), firmato da Honglei Mei, Binze Wang, Jiayuan Qian, Huijuan Chang, Bohan Ma, Fei Wang e Jing Zhou e dedicato alla valutazione dello stato di carico statico degli appoggi elastomerici laminati con la tecnica dell’impedenza elettromeccanica.

    Uno stato di carico critico, pochi metodi per misurarlo

    Lo stato di carico statico degli appoggi da ponte è determinante per la sicurezza strutturale, eppure le tecniche di rilevamento efficaci restano scarse. Da questa lacuna prende le mosse la ricerca, che propone un approccio di valutazione in laboratorio fondato sull’impedenza elettromeccanica (EMI, Electromechanical Impedance) e applicato ad appoggi in gomma laminata.

    Nel metodo EMI un elemento piezoelettrico accoppiato alla struttura fa parte di un sistema elettromeccanico la cui risposta elettrica rispecchia lo stato meccanico dell’insieme. Lo spettro di conduttanza misurato sul trasduttore diventa così una grandezza osservabile, correlata alle condizioni di carico dell’appoggio.

    Il disegno sperimentale: tre variabili e un indicatore statistico

    Il programma di prove prevede caricamenti statici con acquisizione dei segnali secondo il metodo ad impedenza. L’impostazione è costruita per isolare l’influenza di tre fattori sul segnale di conduttanza elettrica: l’entità del carico applicato, la geometria dell’elemento ceramico piezoelettrico e lo schema di connessione del circuito.

    La valutazione dello stato portante non si affida a un singolo valore di picco, ma agli indicatori statistici estratti dalle curve spettrali di conduttanza. Il parametro principale è il Root Mean Square Deviation (RMSD), che quantifica lo scostamento dello spettro acquisito rispetto a quello registrato sul sensore nello stato integro.

    Conduttanza e carico: un legame sistematico

    L’impedenza elettromeccanica accoppiata degli appoggi varia in modo sistematico con il carico statico. I picchi delle curve di conduttanza mostrano una tendenza generale alla crescita, intervallata da eccezioni locali occasionali. Più significativo ai fini del monitoraggio è l’andamento dell’RMSD: calcolato sul sensore integro, l’indice cresce in maniera monotona al crescere del carico. Nel setup di laboratorio esaminato, la sensibilità della tecnica EMI alle variazioni del carico assiale risulta quindi dimostrata.

    Geometria del piezoelettrico e cablaggio pesano sulla sensibilità

    Forma e orientamento del trasduttore condizionano l’ampiezza della risposta. Tra le configurazioni esaminate, l’elemento rettangolare disposto in direzione longitudinale si è rivelato il più sensibile, con un valore massimo di RMSD pari al 36,6%, davanti agli elementi circolari e a quelli orientati trasversalmente.

    Incide anche la connessione elettrica. Per gli appoggi testati e per la sequenza di carico applicata, il collegamento diretto ha prodotto la sensibilità più elevata, mentre gli schemi in parallelo e in serie riducono la reattività della misura.

    Due riferimenti RMSD per gli appoggi D250

    Dai risultati viene costruita una prima scala di lettura per il sensore integro, articolata su due livelli di RMSD preliminari e indicativi, definiti in condizioni di laboratorio controllato per gli appoggi D250.

    Pressione Carico assiale RMSD indicativo, sensore integro
    2 MPa 90,5 kN circa 3,5%
    10 MPa 452 kN circa 12,5%

    L’ambito di validità è quello dichiarato: valori di riferimento ricavati in laboratorio, su specifici appoggi e lungo una determinata sequenza di caricamento. L’estensione ad altri contesti non rientra nello studio.

    Il contributo più solido per la pratica resta la quantificazione, su un caso di laboratorio delimitato, del legame tra carico assiale e risposta di impedenza di un appoggio laminato: una base di partenza per lo sviluppo del monitoraggio non distruttivo dello stato di salute degli appoggi da ponte.

  • Geotessili a base di giacinto d’acqua (Eichhornia crassipes) come soluzione basata sulla natura per la protezione delle sponde fluviali nel Delta del Mekong in Vietnam

    Ridurre dal 35 al 40% l’altezza significativa dell’onda incidente e mantenere la torbidità dell’acqua sotto i 50 FTU, contro gli 800 registrati lungo una sponda nuda: questi, in sintesi, i numeri con cui un tappeto vegetale ottenuto dal giacinto d’acqua si è comportato in laboratorio come difesa spondale. La ricerca, firmata da Nguyen Quoc Bang, Dinh Van Duy, Tran Van Ty, Cu Ngoc Thang, Nigel K. Downes e Hitoshi Tanaka, è pubblicata su CivilEng, vol. 6, pag. 55, DOI 10.3390/civileng6040055.

    Dal giacinto d’acqua, specie invasiva, a materia prima antierosione

    L’erosione spondale nel Delta del Mekong vietnamita (VMD) mette sotto pressione terreni agricoli, infrastrutture e insediamenti. Le difese ricorrenti puntano su geotessili sintetici o rivestimenti in calcestruzzo, soluzioni costose e con effetti ambientali disturbanti. Il gruppo di lavoro ha seguito una strada diversa, valorizzando Eichhornia crassipes, il giacinto d’acqua (water hyacinth, WH), pianta acquatica invasiva e ampiamente disponibile nel territorio. Dalla pianta si ricavano tappeti biodegradabili a basso costo, proposti come soluzione basata sulla natura (nature-based solution, NbS) per protezioni di sponda su scala contenuta. La sperimentazione ha inoltre un primato: è la prima a verificare tappeti di WH minimamente lavorati in condizioni di marea simulate nel VMD.

    Sedimenti e moto ondoso: le due prove idrauliche

    Il programma di laboratorio copre tre verifiche: capacità di ritenzione dei sedimenti, riduzione dell’energia ondosa e durabilità meccanica in cicli bagnato-asciutto. Sulla prima il tappeto agisce direttamente sulla risospensione: nello scenario privo di protezione la torbidità raggiunge 800 FTU, mentre in presenza del geotessile vegetale il valore scende sotto i 50 FTU.

    La seconda verifica riguarda il moto ondoso. L’attenuazione dell’energia trasmessa si riflette in una riduzione delle altezze d’onda significative tra il 35 e il 40%, con conseguente alleggerimento del carico a cui la sponda resta esposta. Un comportamento che, se confermato sul campo, diventa il parametro determinante per dimensionare la protezione nelle fasce soggette a marea.

    Trazione e allungamento dopo cicli bagnato-asciutto

    La tenuta meccanica è stata valutata sottoponendo i campioni a cicli bagnato-asciutto, condizione che riproduce l’alternanza di immersione ed emersione tipica delle zone a marea. Le prestazioni discriminano due variabili: geometria di tessitura e rivestimento. La configurazione a spina di pesce (fish bone) con rivestimento adesivo esprime la resistenza a trazione più alta della campagna, 8,36 kN/m dopo 12 cicli bagnato-asciutto. I campioni privi di rivestimento vanno in direzione opposta: l’allungamento arriva fino al 61,67%, a fronte di una maggiore flessibilità del manufatto. Due comportamenti distinti, che mostrano come la scelta tra tessitura rivestita e nuda pesi sul bilancio tra resistenza e deformabilità.

    I numeri chiave della campagna

    Grandezza misurata Valore Condizione di prova
    Torbidità dell’acqua 800 FTU Sponda senza protezione
    Torbidità dell’acqua Inferiore a 50 FTU Sponda con geotessile WH
    Altezza d’onda significativa Riduzione dal 35 al 40% Con geotessile WH
    Resistenza a trazione massima 8,36 kN/m Tessitura fish bone con rivestimento adesivo, dopo 12 cicli bagnato-asciutto
    Allungamento massimo 61,67% Campioni non rivestiti

    Biodegradazione e verifica in campo: le tappe mancanti

    Gli esiti di laboratorio sostengono la fattibilità dei geotessili di giacinto d’acqua come soluzione basata sulla natura estendibile a scala più ampia nei delta tropicali esposti all’erosione. Il passaggio all’applicazione richiede però tre approfondimenti: la validazione su scala di campo, la quantificazione dei tassi di biodegradazione e l’ottimizzazione delle prestazioni per applicazioni di lunga durata. In un materiale biodegradabile la curva di degrado nel tempo diventa il parametro che definisce la durata utile: la resistenza misurata dopo 12 cicli bagnato-asciutto fotografa il comportamento a quella sollecitazione, mentre la vita reale del manufatto dipenderà dalla velocità con cui la fibra vegetale si degrada nell’ambiente di posa.

    Resta da confermare sul campo quello che la cella di laboratorio ha già indicato: che un’infestante acquatica possa diventare, con lavorazione minima, materia prima per difese spondali economiche e biodegradabili.