Articoli modificati AI

  • [gpt3] Agisci come editor tecnico specializzato in ingegneria per INGforum.it. Il tuo compito è correggere e normalizzare il titolo fornito in GOLEM’s Ariel André Calls for Architecture Beyond the Human – IMPORT ARTICOLI PER INGFORUM. **1. LINGUA** – Il titolo finale deve essere sempre in italiano corretto e naturale. – Traduci in italiano le parti descrittive scritte in altre lingue, mantenendo nella lingua originale i nomi propri, i marchi, i software, i prodotti, le tecnologie e i termini tecnici internazionali consolidati. – Non tradurre nomi di aziende, prodotti, software, sigle e acronimi tecnici. – Non lasciare frasi descrittive in inglese o in altre lingue quando esiste una formulazione italiana appropriata. – Se il titolo originale è interamente in un’altra lingua, riformulalo in italiano mantenendo fedelmente il significato originale. – Non tradurre i nomi ufficiali di prodotti, eventi, progetti, enti o iniziative. **2. FEDELTÀ AL CONTENUTO** – Mantieni rigorosamente il significato e l’argomento del titolo originale. – Intervieni solo per correggere errori grammaticali, ortografici, sintattici, formulazioni promozionali o uno stile poco professionale. – Migliora la chiarezza e la leggibilità senza riscrivere inutilmente il titolo. – Non aggiungere informazioni, dettagli, interpretazioni o affermazioni non presenti nel titolo originale. – Non inventare nomi, numeri, risultati, caratteristiche tecniche, riferimenti normativi o dati. – Non introdurre clickbait, enfasi pubblicitaria o parole chiave SEO artificiali. – Non modificare arbitrariamente il significato per rendere il titolo più accattivante. – Se il titolo è già corretto, chiaro, in italiano e conforme alle regole seguenti, mantienilo invariato, salvo gli adeguamenti obbligatori di lunghezza e formattazione. **3. LUNGHEZZA MASSIMA: 65 CARATTERI** – Il titolo finale non deve mai superare 65 caratteri, inclusi spazi e punteggiatura. – Se il titolo originale supera 65 caratteri, accorcialo eliminando ridondanze, ripetizioni, formule introduttive e dettagli secondari. – Se necessario, riformula la frase per rispettare il limite senza alterare il significato originale. – Conserva il concetto principale e i termini tecnici indispensabili. – Non eliminare nomi di software, marchi, sigle o riferimenti tecnici essenziali, salvo che siano chiaramente ridondanti. – Non accorciare un titolo già corretto che rispetta il limite. – Dopo aver formulato il titolo, verifica nuovamente la lunghezza. Se supera 65 caratteri, correggilo prima di restituire il risultato. – Il limite di 65 caratteri è obbligatorio e prevale sulla preferenza di mantenere invariato il titolo. **4. MAIUSCOLE E PUNTEGGIATURA: STANDARD ITALIANI** – Applica le convenzioni ortografiche italiane per l’uso delle maiuscole. – Scrivi con l’iniziale maiuscola la prima parola del titolo. – Scrivi in minuscolo i nomi comuni e gli aggettivi, salvo i casi in cui le regole italiane richiedano la maiuscola. – Dopo i due punti, usa normalmente la minuscola, a meno che la parola successiva sia un nome proprio, un marchio, una sigla o un’altra espressione che richieda la maiuscola. – Mantieni le maiuscole nei nomi propri di persone, aziende, enti, organizzazioni, prodotti e software, rispettando la grafia ufficiale. – Conserva gli acronimi e le sigle tecniche nella forma corretta, ad esempio BIM, FEM, CAD, CAM e CNC. – Rispetta la grafia ufficiale di marchi e prodotti, ad esempio AutoCAD, SOLIDWORKS e Revit. – Non trasformare tutte le parole significative in maiuscole. – Non applicare le convenzioni inglesi del Title Case. – Correggi la punteggiatura superflua, mantenendo quella necessaria alla chiarezza. – Rimuovi eventuali simboli decorativi, sequenze di punteggiatura ripetute ed elementi grafici non pertinenti. **5. RIMOZIONE DI TESTO ESTRANEO** – Restituisci esclusivamente il titolo finale, senza aggiungere altri contenuti. – Elimina prefissi ed etichette estranei al titolo, come “Titolo:”, “Title:”, “Ecco il titolo:”, “Risultato:”, “Output:”, “SEO title:” e formule analoghe. – Rimuovi tag, marcatori di prompt, residui di formattazione e istruzioni che non appartengono al titolo. – Non includere nell’output le etichette Ariel André di GOLEM auspica un’architettura oltre l’umano

    Api posate sul trifoglio, gatti intenti a esplorare pareti color paprika, visitatori che si orientano con l’olfatto prima che con gli occhi. È questa la condizione d’uso del Broken Hearts Bazaar, aggregato di strutture coniche dai colori accesi costruito dallo studio GOLEM per la prima edizione della Bukhara Biennial. Il suo autore, l’architetto parigino Ariel André, ne fa il banco di prova di una domanda più ampia, svolta in un saggio ospitato da Designboom: cosa accadrebbe se gli edifici venissero progettati dapprima per le api, per i visitatori ciechi, per gli animali, per corpi che non corrispondono al modello standard?

    Un bazar navigato con l’olfatto

    Il progetto nasce da una commissione di Gayane Umerova, con la curatela di Diana Campbell, e si presenta come un cluster di volumi conici dal colore intenso. La scelta decisiva non sta nella geometria ma nel canale sensoriale prescelto: la vista viene relativizzata e l’odore diventa il mezzo principale per attraversare e vivere gli spazi. L’architettura è pensata per essere sentita prima di essere vista, con due conseguenze immediate. L’installazione si apre da un lato a chi non si affida alla visione come la maggioranza degli utenti, dall’altro ai visitatori non umani, il cui rapporto con lo spazio è olfattivo più che ottico. Nella pratica le strutture si sono comportate come ambienti condivisi, non come palcoscenici riservati alla sola specie umana.

    Ribaltare il soggetto di progetto

    Le proporzioni, le visuali, i percorsi e il comfort sono stati affinati lungo secoli di disciplina su un utente medio assunto come riferimento. La proposta di André ribalta questo punto di partenza. L’origine del metodo è autobiografica: dopo gli incubi dell’infanzia, chiudeva gli occhi e si immaginava ape addormentata tra i pistilli di un fiore, uccellino in un nido foderato di piume, serpente che si muove sul muschio senza predatori. Non un esercizio di fantasia fine a se stesso, ma un tentativo di abitare un mondo sensoriale diverso dal proprio.

    Riportata sul piano professionale, quella facoltà di spostamento diventa procedura operativa: partire da chi resta di solito fuori dal quadro, ovvero la vita non umana, le persone con capacità sensoriali differenti, le comunità storicamente marginalizzate. Lo scopo non è sostituire i bisogni umani con altri, bensì ampliare l’insieme di soggetti che l’architettura serve. Spostato il punto di partenza, cambiano di conseguenza le forme che ne derivano.

    Smontare il primato della vista

    Gran parte della produzione contemporanea continua a premiare l’occhio. Rendering, fotografie e critica tendono a valorizzare forma, finiture e sequenza spaziale così come appaiono a un osservatore in piedi e vedente. André rovescia questo automatismo: olfatto, tatto, temperatura, suono ed esigenze delle altre specie diventano altrettanti punti di partenza legittimi per il progetto.

    La posizione si innesta in un filone già attivo, descritto come architettura transpecie o più-che-umana, nel quale compaiono edifici con spazi di nidificazione in facciata, paesaggi trattati come habitat condivisi e materiali scelti per le loro relazioni ecologiche oltre che per la resa visiva. Il contributo specifico di André sta nell’insistenza su un punto: queste variabili non devono restare casi particolari, possono diventare metodo ordinario di progetto.

    Il piacere come criterio di progetto

    Ricorre nel ragionamento la nozione di piacere. L’architettura, per André, può essere impiegata per produrre realtà alternative guidate dal piacere, inteso in senso ampio: non si esaurisce nel comfort umano, ma comprende la piena espressione di vite diverse nelle loro singolarità. Progettare in funzione della preferenza di un’ape per certi fiori, o di un visitatore cieco che si affida a texture e odori, allarga il repertorio di ciò che un edificio può offrire.

    Non si tratta di una posizione puramente teorica. Il lavoro di GOLEM su ristoranti, gallerie, programmi pubblici e installazioni verifica di continuo come materia, colore, morbidezza e stratificazione sensoriale costruiscano spazi in cui si resta volentieri. L’edificio per i programmi pubblici della Diriyah Biennale Foundation, per esempio, è stato trattato più come un grande salotto che come uno spazio istituzionale convenzionale, con divani a percorso continuo, superfici morbide e arredi riconfigurabili.

    Ricadute operative per chi progetta

    Prendere sul serio prospettive non umane e non standard modifica decisioni quotidiane. I dettagli di facciata possono includere cavità di nidificazione. La scelta dei materiali può tenere conto di come le superfici risultano al tatto e di come invecchiano sostenendo altre forme di vita. La circolazione può dare priorità a tracce olfattive e riferimenti acustici accanto a quelli visivi. Lo spazio pubblico può essere disegnato per gli animali che già abitano le città quanto per le persone che lo attraversano.

    Il contesto, del resto, è già sotto pressione su clima, equità e limiti ecologici: le prospettive non umane non sostituiscono quelle preoccupazioni, le approfondiscono. Un edificio che sostiene la vita degli insetti, che si lascia percorrere con l’olfatto o che offre piacere a corpi fuori dal modello standard è anche un edificio che ragiona diversamente su uso delle risorse, accessibilità e spazio urbano condiviso.

    André non sostiene che il passaggio sia semplice o portabile a compimento integrale; lo presenta come un allargamento necessario delle responsabilità di una disciplina che da sempre dichiara di plasmare il modo in cui viviamo. Allargare quel «noi» cambia il lavoro. L’invito, più pratico che programmatico, si riduce a pochi gesti: scegliere un punto di vista diverso e osservare quali forme ne scaturiscono. L’ape addormentata nel fiore, l’uccello nel cavo di un albero, il visitatore che legge lo spazio con l’odore diventano così committenti legittimi. Un’architettura capace di ascoltarli apparirà diversa, al tatto e all’olfatto, da quella che conosciamo. Quella differenza non è un effetto collaterale: è l’obiettivo.

  • Ecologia del costruire: architetto costruttore e distruttore

    Ogni edificio in cemento armato, acciaio o laterizio porta con sé una filiera di trasformazione irreversibile del territorio: cave aperte, orografie modificate, falde interessate. Nel solo Italia, fino al 2017 risultavano attive 4.752 cave di sabbia, ghiaia e pietre ornamentali, mentre circa 14.000 siti dismessi attendevano interventi di bonifica, dal riempimento degli scavi alla riforestazione, fino alla creazione di bacini d’acqua destinati a mascherare i danni prodotti.

    Sono numeri che rimettono al centro una domanda che il progettista non può ignorare: che cosa distrugge il proprio progetto, prima ancora di ciò che crea.

    ## Il progettista tra creazione e distruzione

    Chi opera in edilizia modifica un equilibrio consolidato nel tempo. Il terreno su cui insisterà un edificio perde fertilità e diventa impermeabile; i materiali necessari alla costruzione vengono ricavati alterando porzioni di territorio, a volte molto lontane dal cantiere dove verranno impiegati. Il professionista che trasforma l’ambiente per l’uomo agisce quindi su due piani simultanei, come creatore e come distruttore.

    Ne discende un principio metodologico: nell’analisi di un progetto, a qualsiasi scala, e persino nella fase ideativa che ne precede la realizzazione, la valutazione non può limitarsi ai vantaggi. Vanno stimati in via preliminare i livelli di trasformazione e di distruzione che l’intervento comporta, trattandoli come elementi reali e interconnessi tra loro. Dalle decisioni progettuali dipende direttamente la qualità futura della vita sul pianeta, e le risorse che l’ambiente fornisce gratuitamente vanno selezionate con criteri che limitino i danni e il dissesto, evitando di generare scarti ingestibili.

    Due direzioni di scelta rendono concreto il problema: i materiali di estrazione da un lato, i materiali rinnovabili dall’altro.

    ## Cosa pesa davvero un materiale da cava

    Ricorrere a materiali di estrazione significa impiegare risorse non rinnovabili prelevate dal suolo e dal sottosuolo, accettando un’alterazione permanente del territorio e della sua orografia. La condizione riguarda non solo le strutture portanti in cemento armato, metallo o laterizio, ma l’intero comparto delle finiture e delle murature: cemento, calce, gesso, sabbia, ghiaia, pietrisco, argilla, marmo e granito per intonaci e rivestimenti, così come ferro, rame, stagno e piombo, fino a lana di roccia e fibra di vetro. Tutti prodotti che traggono origine dalle cave.

    L’impatto di queste attività estrattive resta largamente sottovalutato, anche se i materiali da cava continuano a dominare l’edilizia tradizionale. Il quadro dei rischi è ampio e tocca più fronti:

    • trasformazione definitiva dell’orografia;
    • danni gravi agli ecosistemi acquatici e alle falde;
    • rischi sanitari per i lavoratori, legati all’inalazione delle polveri;
    • dispersione di particolato fine, che compromette anche la fotosintesi clorofilliana;
    • inquinamento da oli e idrocarburi dei macchinari;
    • contaminazione del suolo e del sottosuolo da esplosivi;
    • alterazione delle condizioni climatiche locali;
    • modifica degli habitat della flora e della fauna autoctone;
    • abbandono di rifiuti, proliferazione di cave dismesse e rischio di smaltimenti illegali.

    Per il progettista questo elenco non è un catologo di allarmi ambientali in senso generico, ma una checklist di impatti che l’adozione di certi materiali trasferisce, a monte, sul territorio. La scelta di un calcestruzzo, di un laterizio o di un isolante minerale non è mai neutra rispetto al contesto: attiva una filiera estrattiva con conseguenze che il cantiere non mostra, ma che il progetto legittima.

    ## Il legno come risorsa a ciclo continuo

    Il contrasto emerge con chiarezza osservando i materiali rinnovabili. Il caso più emblematico è il legno, risorsa vegetale stimata a livello globale in circa tremila miliardi di alberi. Un materiale capace di rispondere a esigenze strutturali e allo stesso tempo di definire l’involucro edilizio, dall’isolamento al rivestimento fino alla copertura, senza comportare una trasformazione irreversibile dell’ambiente in cui cresce.

    I dati di gestione forestale confermano la sostenibilità del prelievo su larga scala. In Lombardia l’annuo abbattimento di alberi per i vari utilizzi resta inferiore al 20% dell’incremento naturale della massa legnosa: la risorsa si rigenera più rapidamente di quanto venga consumata. Se l’intera superficie forestale fosse gestita secondo criteri di sostenibilità, il ciclo di rinnovabilità si manterrebbe nel tempo senza esaurimento.

    ## La selezione dei materiali come atto di responsabilità

    Progettare un edificio, un quartiere o una città significa prevedere gli effetti materiali e ambientali delle proprie scelte sull’ecosistema e sul contesto di riferimento. Il progetto prende forma a partire dalla selezione dei materiali che lo compongono, e proprio quella selezione incide sul benessere degli individui, della collettività e dell’equilibrio ambientale complessivo.

    Per chi lavora quotidianamente su strutture e involucri, la lezione è operativa: prima di fissare una scelta tecnica, quantificare ciò che quella scelta distrugge. È il passaggio che distingue un progetto semplicemente conforme da uno davvero consapevole del proprio peso sul territorio.

  • [gpt3] Agisci come editor tecnico specializzato in ingegneria per INGforum.it. Il tuo compito è correggere e normalizzare il titolo fornito in 15 Floating Structures Built on Top of Water – IMPORT ARTICOLI PER INGFORUM. **1. LINGUA** – Il titolo finale deve essere sempre in italiano corretto e naturale. – Traduci in italiano le parti descrittive scritte in altre lingue, mantenendo nella lingua originale i nomi propri, i marchi, i software, i prodotti, le tecnologie e i termini tecnici internazionali consolidati. – Non tradurre nomi di aziende, prodotti, software, sigle e acronimi tecnici. – Non lasciare frasi descrittive in inglese o in altre lingue quando esiste una formulazione italiana appropriata. – Se il titolo originale è interamente in un’altra lingua, riformulalo in italiano mantenendo fedelmente il significato originale. – Non tradurre i nomi ufficiali di prodotti, eventi, progetti, enti o iniziative. **2. FEDELTÀ AL CONTENUTO** – Mantieni rigorosamente il significato e l’argomento del titolo originale. – Intervieni solo per correggere errori grammaticali, ortografici, sintattici, formulazioni promozionali o uno stile poco professionale. – Migliora la chiarezza e la leggibilità senza riscrivere inutilmente il titolo. – Non aggiungere informazioni, dettagli, interpretazioni o affermazioni non presenti nel titolo originale. – Non inventare nomi, numeri, risultati, caratteristiche tecniche, riferimenti normativi o dati. – Non introdurre clickbait, enfasi pubblicitaria o parole chiave SEO artificiali. – Non modificare arbitrariamente il significato per rendere il titolo più accattivante. – Se il titolo è già corretto, chiaro, in italiano e conforme alle regole seguenti, mantienilo invariato, salvo gli adeguamenti obbligatori di lunghezza e formattazione. **3. LUNGHEZZA MASSIMA: 65 CARATTERI** – Il titolo finale non deve mai superare 65 caratteri, inclusi spazi e punteggiatura. – Se il titolo originale supera 65 caratteri, accorcialo eliminando ridondanze, ripetizioni, formule introduttive e dettagli secondari. – Se necessario, riformula la frase per rispettare il limite senza alterare il significato originale. – Conserva il concetto principale e i termini tecnici indispensabili. – Non eliminare nomi di software, marchi, sigle o riferimenti tecnici essenziali, salvo che siano chiaramente ridondanti. – Non accorciare un titolo già corretto che rispetta il limite. – Dopo aver formulato il titolo, verifica nuovamente la lunghezza. Se supera 65 caratteri, correggilo prima di restituire il risultato. – Il limite di 65 caratteri è obbligatorio e prevale sulla preferenza di mantenere invariato il titolo. **4. MAIUSCOLE E PUNTEGGIATURA: STANDARD ITALIANI** – Applica le convenzioni ortografiche italiane per l’uso delle maiuscole. – Scrivi con l’iniziale maiuscola la prima parola del titolo. – Scrivi in minuscolo i nomi comuni e gli aggettivi, salvo i casi in cui le regole italiane richiedano la maiuscola. – Dopo i due punti, usa normalmente la minuscola, a meno che la parola successiva sia un nome proprio, un marchio, una sigla o un’altra espressione che richieda la maiuscola. – Mantieni le maiuscole nei nomi propri di persone, aziende, enti, organizzazioni, prodotti e software, rispettando la grafia ufficiale. – Conserva gli acronimi e le sigle tecniche nella forma corretta, ad esempio BIM, FEM, CAD, CAM e CNC. – Rispetta la grafia ufficiale di marchi e prodotti, ad esempio AutoCAD, SOLIDWORKS e Revit. – Non trasformare tutte le parole significative in maiuscole. – Non applicare le convenzioni inglesi del Title Case. – Correggi la punteggiatura superflua, mantenendo quella necessaria alla chiarezza. – Rimuovi eventuali simboli decorativi, sequenze di punteggiatura ripetute ed elementi grafici non pertinenti. **5. RIMOZIONE DI TESTO ESTRANEO** – Restituisci esclusivamente il titolo finale, senza aggiungere altri contenuti. – Elimina prefissi ed etichette estranei al titolo, come “Titolo:”, “Title:”, “Ecco il titolo:”, “Risultato:”, “Output:”, “SEO title:” e formule analoghe. – Rimuovi tag, marcatori di prompt, residui di formattazione e istruzioni che non appartengono al titolo. – Non includere nell’output le etichette 15 Strutture Galleggianti Costruite sull’Acqua

    Un involucro che non poggia su piling ma su scafi in calcestruzzo, pontoni in acciaio o piattaforme modulari: è lo schema di base condiviso dalle opere galleggianti realizzate tra lagune, fiordi e fiumi nell’ultimo quindennio. La contrazione del suolo edificabile lungo le coste, alluvioni ricorrenti e innalzamento del livello dei mari hanno spinto a trasferire sull’acqua funzioni un tempo affidate al terreno: scuole, abitazioni, serre, allevamenti, persino luoghi di culto. E non si parla di prototipi chiusi in vetrina: nuclei familiari vivono stabilmente su isolotti ad Amsterdam, un allevamento bovino opera nel porto di Rotterdam dal 2019 e una piattaforma presentata alla Biennale di Venezia 2025 è oggi spazio culturale permanente a Belém.

    Pontoni, scafi e ormeggi: lo schema costruttivo di base

    La premessa tecnica è comune a tutte le tipologie: la spinta verticale è assicurata da fondazioni galleggianti, mentre ormeggi flessibili e sistemi di ancoraggio assorbono le variazioni di quota della superficie idrica. Sul piano di appoggio si innestano impianti orientati all’autosufficienza, fotovoltaico e raccolta delle acque meteoriche in primis, oltre a sistemi a basso consumo di risorse che in più casi sostituiscono il collegamento alle reti esterne.

    Delta e lagune a rischio: scuola, casa, comunità

    Nella laguna di Lagos, la Makoko Floating School firmata NLÉ, lo studio dell’architetto nigeriano-olandese Kunlé Adeyemi, pose nel 2013 sulla laguna un modello scolastico per la comunità rivierasca: 220 m² su una piattaforma di galleggiamento in fusti di plastica riciclata, con struttura ligninea a telaio ad A alta oltre 10 metri e tre livelli destinati ad aule, gioco e attività collettive. La tempesta che nel 2016 distrusse il prototipo non chiuse la ricerca, ma la spostò sulle versioni MFS II e MFS III, prefabbricate e a rapido assemblaggio.

    Sullo stesso fronte adattivo, H&P Architects ha disegnato in Vietnam, per i delta del Mekong e del Fiume Rosso, la Floating Bamboo House: struttura prefabbricata in bambù ispirata alla casa collettiva Rông, appoggiata a fusti reperiti localmente per il galleggiamento, con fotovoltaico, recupero dell’acqua piovana, servizi a compostaggio e una costruzione leggera che segue i livelli idrici variabili. Sul fiume Babahoyo, in Ecuador, dove le case galleggianti sono passate da circa duecento a una venticinquina, Natura Futura Arquitectura con Juan Carlos Bamba ha ripreso la tradizione con La Balsanera, residenza per una famiglia che vive e lavora sul fiume: telai modulati in legno ogni due metri reggono una copertura a capanna che migliora altezza libera, ventilazione, stoccaggio e luce naturale, mentre il programma affianca agli spazi domestici manutenzione barche, lavaggio, bagno, toilette a secco e terrazza produttiva.

    Padiglioni pubblici: coppole in ETFE, involucro a specchio, quota variabile

    Il Floating Pavilion di Rotterdam, completato nel 2010 da DeltaSync con Buro Happold, offre 1.100 m² per esposizioni e conferenze in tre cupole trasparenti interconnesse, il progetto iniziale ne prevedeva cinque, con la maggiore che copre 24 metri. Cuscini gonfiati in ETFE su intelaiatura di tubi d’acciaio alleggeriscono l’involucro; le cupole captano il calore solare, le aperture alte espellono l’aria calda e quelle basse immettono aria più fresca, mentre pannelli solari alimentano i servizi su pontoni in calcestruzzo galleggiante.

    Sull’Hardangerfjord norvegese, il padiglione Salmon Eye di Kvorning Design (2022) declina in forma ovoidale il tema dell’acquacoltura che caratterizza il paesaggio circostante: 9.500 lamiere in acciaio inossidabile a finitura speculare evocano scaglie, pelle argentata e occhio del salmone. Gli architetti navali hanno curato lo scafo per contenere l’impatto sull’ambiente marino, gli impianti funzionano senza alimentazione esterna e l’accesso è riservato alle barche, così che il tragitto entra a pieno titolo nell’esperienza educativa.

    Con AquaPraça, Carlo Ratti Associati e Höweler + Yoon Architecture hanno realizzato una piattaforma di 400 m² debuttata alla Biennale di Architettura di Venezia 2025 e trasferita poi a Belém per la COP30, dove ha operato come Padiglione Italia prima di diventare spazio culturale permanente. La piattaforma è sommergibile: immette e rilascia acqua per mantenere il ponte poco sopra il pelo variabile del fiume, e le sedute al bordo consentono di leggere il cambio di quota a livello d’occhio, collegando la vita pubblica al dibattito su città e fiumi in un clima che cambia.

    Sul versante più effimero sta Antiroom II, nato nel 2015 durante il workshop EASA Links a Malta per opera di Elena Chiavi, Ahmad El Mad e Matteo Goldoni con gli studenti: un anello di ponte in legno bianco, auto-costruito, attorno a una vasca centrale con teli mossi dal vento. L’accesso richiede il nuoto o una barca e la lenta deriva dalla riva completa l’effetto di mondo isolato.

    Edifici per la collettività: una chiesa navigante e un circolo canoistico

    Per la Diocesi di Londra, Denizen Works ha progettato con il Turks Shipyard e l’architetto navale Tony Tucker una chiesa su unità da canale a scafo largo: 45 m² interni per fino a 40 persone sedute. La copertura cinetica in tela velica traslucida a fisarmonica, ispirata ai mantici degli organi e azionata da martinetti idraulici, una volta aperta raggiunge 3,6 metri di altezza, porta luce naturale nello spazio e di notte trasforma l’unità in un segnale luminoso.

    In Danimarca, il Floating Kayak Club di Force4 Architects distribuisce kayak e soci in due volumi chiusi che incorniciano una corte centrale di acqua aperta direttamente sul fiordo. Rampe, passaggi e scale collegano i due livelli, il deck di copertura sopraelevato ospita giochi, grigliate, pasti all’aperto e bagni di sole, e i pannelli di facciata Blue Steni traggono la loro gamma di blu dalle fotografie dei riflessi del sole sul mare.

    Abitare l’acqua: dal quartiere condiviso alla cabina asportabile

    Schoonschip, completato nel 2021 sul canale Johan van Hasselt di Amsterdam, è il riferimento della residenza organizzata: 46 nuclei familiari su 30 isolotti galleggianti, case appoggiate a scafi in calcestruzzo e collegate da un pontile pedonale condiviso. Ogni abitazione ha un disegno autonomo, ma l’infrastruttura è uniforme: microrete elettrica intelligente, fotovoltaico, tetti verdi, scambiatori di calore con l’acqua del canale e sistemi di raccolta differenziata in comune.

    Sull’Amstel, la Watervilla Weesperzijde di +31 Architects poggia su uno scafo in calcestruzzo cavo con camera d’aria e segue le variazioni di quota mediante connessioni flessibili con la banchina. Porte vetrate a scorrimento fondono soggiorno e cucina con una terrazza galleggiante che ne prolunga colore e livello del pavimento interno; nel piano interrato camere e bagni si raggiungono attraverso scalini sospesi e ricevono luce da un’ampia finestra, mentre frangisole integrati al bordo copertura si estendono per la protezione solare verso la facciata affacciata sul fiume.

    Alle località remote pensa invece BIO Architects con la DD16, cabina galleggiante prefabbricata da 16 m² interni più un balcone separato di 7 m², isolata in schiuma poliuretanica e con finitura esterna continua in composito di alluminio: zona notte, sala da pranzo, angolo cottura, servizi e stufa a legna, con fotovoltaico, prelievo d’acqua dal lago e toilette a compostaggio per il funzionamento fuori rete. Il trasporto con gru o elicottero rende l’unità riposizionabile; il prototipo è ancorato a un lago vicino Mosca, dove gli ospiti arrivano in barca a remi.

    Coltivare e allevare sull’acqua

    Nel porto attivo di Rotterdam opera dal 2019 la Floating Farm sviluppata da Beladon su progetto Goldsmith: tre livelli su piattaforma in calcestruzzo galleggiante che ospita una quarantina di vacche di razza Montbéliarde insieme agli impianti per trasformare il latte in yogurt e formaggio. L’alimentazione degli animali chiude un ciclo alimentare urbano fondato su sfalci dei parchi municipali e bucce di patata provenienti dalla ristorazione; fotovoltaico galleggiante, recupero delle acque piovane e un assetto adattivo al clima proteggono la struttura da piogge più intense e dall’innalzamento del mare.

    In Toscana, la Jellyfish Barge di Studiomobile è una serra ottagonale di 70 m² con ponte e travature in legno sostenute da fusti di plastica. Il dissalamento alimentato a energia solare produce acqua dolce e la coltura idroponica prescinde da suolo, fitofarmaci ed elettricità di rete; una singola unità eroga fino a 70 litri di acqua dolce al giorno e verdura sufficiente a nutrire da quattro a sei persone.

    La scala urbana: oltre cento alloggi su una darsena dismessa

    Il salto di scala è l’oggetto della proposta di MAST con l’impresa BIK Bouw per la darsena dismessa Spoorweghaven di Rotterdam: più di 100 alloggi a canone accessibile, spazi commerciali e aree ricreative sul porto. Il masterplan sviluppa oltre 6.000 m² tra abitazioni e spazi pubblici agganciati alle piste ciclabili mediante percorsi e ponti. La costruzione in CLT avviene fuori sito e i componenti vengono trasferiti alla darsena per il montaggio; giardini sui tetti, terrazze e camminamenti definiscono gli spazi aperti condivisi, mentre oltre 900 m² di canneti galleggianti sono previsti per migliorare la qualità dell’acqua e offrire habitat alla fauna.

    Dai fusti di plastica riciclata allo scafo di progettazione navale, lo spettro costruttivo è ampio; il dato rilevante per chi progetta è che in tutti i casi descritti il galleggiamento è già in esercizio. La verifica decisiva resta quella urbana, e la darsena Spoorweghaven, oggi ancora sulla carta, dirà se il modello reggerà la scala del quartiere.

  • Creative ITC launches high-performance cloud workstation

    Creative ITC ha lanciato Virtual Cloud Desktop Pod (VCDPod), una soluzione di desktop virtuale in cloud dedicata al settore AEC (architettura, ingegneria e costruzioni). L’obiettivo dichiarato dall’azienda è mettere a disposizione di architetti e professionisti, ovunque si trovino, la potenza di calcolo di una workstation high-end da ufficio, senza vincoli fisici alla postazione di lavoro.

    A cosa è destinato VCDPod

    Il servizio è pensato specificamente per le applicazioni di progettazione, visualizzazione, simulazione e modellazione che impongono un carico intensivo sul processore o sulla scheda grafica. Si tratta quindi di scenari tipici dello studio tecnico: modellazione BIM complessa, elaborazioni grafiche pesanti e simulazioni che su postazioni tradizionali portabili risultano limitate.

    Come funziona

    Il professionista accede a un desktop virtuale in cloud attraverso un laptop dedicato, un thin client o un iPad. La connessione garantisce un accesso di tipo “single tenant” alle risorse di calcolo di fascia alta: ogni utente lavora quindi su risorse dedicate, non condivise con altri clienti.

    Sul lato infrastrutturale, il servizio si basa su workstation Lenovo dedicate, equipaggiate con le ultime GPU Nvidia e CPU ad alte prestazioni. Creative ITC dichiara che VCDPod offre frequenze di clock più elevate anche per i workload più esigenti e supporta configurazioni multi-schermo senza degrado dell’immagine, un aspetto rilevante per chi lavora abitualmente con più monitor in ambiente CAD o di visualizzazione.

    Gestione, sicurezza e supporto

    Tra le caratteristiche indicate figurano:

    • storage locale sicuro, progettato per rispondere ai requisiti di compliance, sovranità dei dati e protezione delle informazioni;
    • gestione IT semplificata, tramite un servizio “fully managed” con supporto tecnico specializzato sul settore AEC attivo 24/7/365;
    • prezzi trasparenti e monitoraggio dell’utilizzo in tempo reale.

    Per uno studio professionale, la componente fully managed può incidere direttamente sull’organizzazione: la manutenzione dell’infrastruttura di calcolo è delegata al fornitore, con conseguente riduzione del carico amministrativo interno.

    Integrazione con l’offerta esistente

    VCDPod si affianca a VDIPod, la soluzione VDI (Virtual Desktop Infrastructure) completamente gestita già presente nel catalogo di Creative ITC. Le due soluzioni possono essere combinate, consentendo agli studi di architettura di costruire un ambiente ibrido su misura, con una scala di crescita pensata per evolvere insieme alle dimensioni della pratica.

    Il posizionamento sul mercato

    Creative ITC dichiara di collaborare con studi di primo piano del settore AEC, tra cui Atkins Realis, Foster + Partners e BAM. Le prestazioni indicate, come le frequenze di clock elevate e l’assenza di degrado grafico in multi-schermo, sono affermazioni del fornitore e vanno lette come tali, in attesa di verifiche dirette sui casi d’uso specifici di ciascuno studio.

  • NVIDIA unveils Blackwell GPUs for compact workstations

    Nvidia ha ampliato la gamma di GPU workstation basate sull’architettura Blackwell con due nuovi modelli low-profile: la RTX Pro 4000 Blackwell SFF Edition e la RTX Pro 2000 Blackwell, che vanno ad affiancare i board full-height presentati all’inizio dell’anno. Le schede sono destinate ad accelerare carichi di lavoro professionali come CAD, visualizzazione, simulazione e intelligenza artificiale. Entrambe sono attese entro la fine dell’anno su workstation small form factor e micro, tra cui HP Z2 Mini G1i e Lenovo ThinkStation P3 Ultra SFF.

    L’elemento distintivo è il formato: rispetto a una GPU tradizionale, le due schede occupano la metà dello spazio e assorbono meno potenza, una configurazione pensata per chassis compatti dove le schede full-height non trovano collocazione. Entrambe integrano RT Core di quarta generazione e Tensor Core di quinta generazione.

    Prestazioni dichiarate rispetto alla serie Ada

    I dati di incremento riportati di seguito sono dichiarazioni del produttore e non risultati di verifiche indipendenti.

    RTX Pro 4000 Blackwell SFF Edition

    Nvidia dichiara, rispetto al predecessore RTX 4000 SFF Ada:

    • prestazioni AI fino a 2,5 volte superiori;
    • prestazioni di ray tracing 1,7 volte più alte;
    • larghezza di banda 1,5 volte maggiore;
    • consumo massimo invariato a 70 W;
    • memoria video passata da 20 GB di GDDR6 a 24 GB di GDDR7.

    RTX Pro 2000 Blackwell

    Rispetto alla RTX 2000 Ada, il produttore indica:

    • modellazione 3D fino a 1,6 volte più rapida;
    • prestazioni CAD 1,4 volte superiori;
    • rendering fino a 1,6 volte più veloce;
    • generazione di immagini AI con un miglioramento di 1,4 volte;
    • generazione di testo AI con un incremento di 2,3 volte;
    • memoria video passata da 16 GB di GDDR6 a 20 GB di GDDR7.

    Prime applicazioni documentate

    Due studi hanno già messo alla prova la RTX Pro 2000 Blackwell su carichi di lavoro concreti, uno nel campo della progettazione generativa e uno nel calcolo strutturale.

    Progettazione urbana generativa

    Lo Studio Tim Fu (STF), con sede a Londra, utilizza la scheda nei propri flussi di progettazione basati su AI. La RTX Pro 2000 Blackwell alimenta UrbanGPT, applicazione di text-to-3D in tempo reale per la progettazione urbana, in grado di generare layout urbani dinamici, monitorare metriche essenziali come le superfici di programma e le superfici dei piani e produrre distribuzioni realistiche dei volumi in scenari urbani complessi.

    Dalle simulazioni di zonizzazione agli studi di massing su larga scala, questa tecnologia accelera il nostro motore di progettazione basato su AI con la stabilità e la reattività necessarie per una pianificazione alla scala della città.

    ha dichiarato Tim Fu, fondatore dello studio.

    Analisi strutturale

    Thornton Tomasetti, società di consulenza in ingegneria e progettazione con sede a New York, ha eseguito un benchmark della RTX Pro 2000 Blackwell su CORE.Matrix, solver proprietario di analisi agli elementi finiti basato su GPU. Il risultato dichiarato dall’azienda indica un’esecuzione quasi 3 volte più rapida rispetto alla RTX 2000 Ada e 27 volte più rapida rispetto a una CPU standard.

    Questo ci ha permesso di accelerare i flussi di lavoro di analisi strutturale, per un’ingegneria più iterativa e integrata con la progettazione.

    ha dichiarato Rob Otani, chief technology officer della società.

    Considerazioni operative

    Con queste due schede la famiglia Blackwell estende la propria copertura anche ai formati a profilo ridotto: maggiore memoria video e incrementi di prestazioni dichiarati rispetto ai modelli Ada, mantenendo l’ingombro tipico delle soluzioni SFF. I primi riscontri d’uso resi noti riguardano la generazione di contenuti urbani tramite AI e l’analisi strutturale agli elementi finiti, entrambi condotti sulla RTX Pro 2000 Blackwell. La disponibilità nelle workstation compatte è prevista nel corso dell’anno.

  • Long-term bending of adhesive CLT panel-to-panel connections

    Non è stato possibile procedere con la stesura dell’articolo: nel messaggio il contenuto sorgente non è presente. Il tag <p>[matched_content</p> appare come segnaposto vuoto e non contiene alcun testo da rielaborare.

    Senza il materiale originale non posso scrivere l’articolo, perché le regole del tuo briefing lo vietano esplicitamente:

    • non introdurre fatti tecnici, dati, riferimenti normativi o casi applicativi non presenti nel testo sorgente;
    • non inventare dettagli tecnici mancanti;
    • non attribuire verifiche o conformità non dichiarate.

    Produrre comunque un testo significherebbe generare contenuti privi di base fattuale, inutili e potenzialmente fuorvianti per i lettori tecnici di INGforum.it.

    Come procedere: incolla il testo sorgente (comunicato, articolo, nota tecnica o documento da rielaborare) e provvederò alla trasformazione secondo tutte le indicazioni del briefing: rielaborazione editoriale completa, struttura con <h2> descrittivi, tono tecnico-giornalistico, divieto di trattini tipografici e linguaggio promozionale, lunghezza proporzionata alla densità del contenuto.

  • Procore, NVIDIA test construction digital twin integration

    Procore Technologies sta testando un’integrazione con NVIDIA che collega i modelli di costruzione e i dati di progetto alla visualizzazione e alla simulazione 3D. L’integrazione è attualmente in beta chiusa e consente di passare dal Model Manager di Procore al Realism Mode, alimentato dalle librerie NVIDIA Omniverse, per esaminare come condizioni come il meteo estremo possano incidere sulle costruzioni. La prossima fase della collaborazione è stata presentata il 28 ottobre 2026 in occasione di Groundbreak 2026, a Orlando.

    L’obiettivo dichiarato dalle due aziende è aiutare i team a valutare le modifiche di progetto e i potenziali conflitti prima che si verifichino in cantiere.

    Dal Model Manager al Realism Mode

    L’integrazione mette in comunicazione il Model Manager di Procore con il Realism Mode, che si appoggia alle librerie NVIDIA Omniverse per la visualizzazione 3D e la simulazione. Il primo scenario citato è l’analisi di condizioni come il meteo estremo e dei loro effetti sull’esecuzione dei lavori.

    Steve Davis, presidente per il prodotto e la tecnologia di Procore, ha spiegato la logica della collaborazione:

    “Le costruzioni sono intrinsecamente fisiche, ma in futuro i megaprogetti di maggior successo e più resilienti saranno costruiti prima in digitale. In qualità di leader del software di gestione delle costruzioni, Procore sta approfondendo la collaborazione con NVIDIA, leader dell’intelligenza artificiale, per dare ai team gli strumenti per visualizzare i progetti, simulare le condizioni reali e testare le variabili prima che la prima pala tocchi il terreno.”

    Vladimir Troy, vicepresidente AI Infrastructure di NVIDIA, ha collegato il valore della simulazione alla realizzazione delle AI factory, che comporta secondo NVIDIA migliaia di decisioni su alimentazione, raffreddamento, calcolo, rete e infrastruttura fisica:

    “NVIDIA Omniverse consente ai team di simulare questi sistemi prima che inizi la costruzione, di individuare prima i problemi e di prendere decisioni migliori prima che si trasformino in modifiche costose in cantiere. Insieme, Procore e NVIDIA stanno collegando la simulazione ai dati di progetto per ridurre il rischio e passare più rapidamente dalla progettazione all’esercizio.”

    Reality capture, digital twin e dati di programma

    L’acquisizione di DroneDeploy porta nelle informazioni di progetto di Procore le immagini aeree e quelle acquisite da terra. Procore descrive un flusso di lavoro che combina queste immagini con i digital twin e con Procore AI per identificare i rischi, valutare le modifiche e supportare le decisioni.

    Le capacità descritte dall’azienda comprendono:

    • Confronto tra cantiere e progetto: il reality capture di DroneDeploy può portare le condizioni del cantiere nel digital twin, consentendo di confrontare l’avanzamento dei lavori con la progettazione e di individuare le discrepanze.
    • Valutazione delle interruzioni di programma: il collegamento dei modelli 3D con le informazioni di approvvigionamento e di pianificazione può mostrare come la consegna tardiva di materiali potrebbe influire sulle attività a valle.
    • Verifica degli scenari costruttivi: le simulazioni possono esaminare il meteo estremo, l’esposizione solare e la movimentazione delle attrezzature per identificare potenziali conflitti prima dell’avvio delle costruzioni.

    Su come la visualizzazione 3D entri nella pianificazione e nell’esecuzione è intervenuta Switch, società che opera come progettista, costruttore e gestore ed è cliente sia di Procore sia di NVIDIA. Corine Winfield, VP data operations di Switch, ha dichiarato:

    “Costruendo al ritmo e alla scala richiesti dai nostri clienti, in cantiere non c’è spazio per le sorprese. Visualizzando il progetto in 3D, i nostri team hanno una visione più chiara dell’avanzamento dei lavori, prendono prima decisioni più consapevoli e mantengono nei tempi iniziative complesse.”

    Beta chiusa e prossimi passi

    L’integrazione Procore-NVIDIA resta per ora in beta chiusa. Proseguono il percorso in beta anche le altre funzionalità spaziali e di asset di Procore, tra cui Model Manager e Commissioning. È inoltre pianificata l’integrazione con IBM Maximo.

    Procore in sintesi

    Procore è un’azienda statunitense di software per le costruzioni, fondata nel 2002 e con sede a Carpinteria, in California. Sviluppa strumenti cloud di project management che coprono pianificazione, esecuzione, gestione della forza lavoro, monitoraggio finanziario e analytics lungo i flussi di lavoro delle costruzioni. Si rivolge a committenti, general contractor e imprese specializzate in progetti commerciali, residenziali, industriali e di infrastrutture.

    Il sistema supporta il tracciamento delle attività, la pianificazione, il controllo documentale e il coordinamento tra i soggetti del progetto, si integra con applicazioni di terze parti attraverso un app marketplace e sostiene lo scambio di dati nelle diverse fasi del progetto, dalla precostruzione alla consegna e all’esercizio. Secondo i dati diffusi dall’azienda, Procore ha servito oltre 16.000 clienti in più di 150 paesi e conta più di 4.000 dipendenti nel mondo.

  • Procore, NVIDIA test construction digital twin integration

    Procore Technologies sta testando un’integrazione con NVIDIA che collega i modelli di costruzione e i dati di progetto agli strumenti di visualizzazione 3D e di simulazione. La soluzione, attualmente in closed beta, consente di muoversi dal Model Manager di Procore al Realism Mode, basato sulle librerie NVIDIA Omniverse, per esaminare l’effetto che condizioni quali il meteo estremo possono avere sulle attività di costruzione. L’obiettivo indicato dalle due società è permettere ai team di valutare modifiche di progetto e potenziali interferenze prima che si manifestino in cantiere. Il tema interessa direttamente la gestione integrata di modelli tridimensionali, reality capture e cronoprogramma nella fase esecutiva delle opere.

    Dal modello alla simulazione realistica

    Le successive fasi della collaborazione sono state presentate da Procore in occasione di Groundbreak 2026, a Orlando. L’integrazione collega due ambienti: il Model Manager, dove risiedono i modelli di costruzione, e il Realism Mode, che si appoggia alle librerie Omniverse. Il passaggio tra i due consente di analizzare gli effetti di condizioni esterne, come gli eventi meteo severi, sull’esecuzione dei lavori.

    Steve Davis, presidente product & technology di Procore, ha dichiarato che le costruzioni restano intrinsecamente fisiche ma che, in prospettiva, i megaprogetti più solidi e resilienti saranno «costruiti digitalmente prima»: secondo Davis, la collaborazione con NVIDIA è destinata a consentire ai team di visualizzare i progetti, simulare condizioni reali e testare le variabili «prima che anche una sola pala tocchi il terreno».

    Il campo di applicazione dichiarato: le AI factory

    Sul versante NVIDIA, Vladimir Troy, vicepresidente AI Infrastructure, ha indicato negli impianti legati all’intelligenza artificiale il riferimento applicativo della collaborazione. La loro realizzazione richiede, secondo Troy, migliaia di decisioni su alimentazione, raffreddamento, calcolo, networking e infrastrutture fisiche. Omniverse permetterebbe di simulare questi sistemi prima dell’avvio dei lavori, individuare i problemi in anticipo e assumere decisioni più consapevoli prima che diventino variazioni costose in campo. Troy ha descritto l’obiettivo comune come la connessione tra simulazione e dati di progetto, per ridurre il rischio e accelerare il percorso dalla progettazione all’esercizio.

    Reality capture, digital twin e dati di progetto

    L’acquisizione di DroneDeploy da parte di Procore aggiunge alle informazioni di progetto le immagini acquisite da mezzi aerei e da terra. Procore descrive un flusso di lavoro che combina tali immagini con i digital twin e con Procore AI per identificare rischi, valutare le modifiche e supportare le decisioni.

    Le capacità descritte nell’annuncio includono:

    • Confronto tra costruzione e progetto: il reality capture di DroneDeploy porta le condizioni rilevate in cantiere nel digital twin, così da confrontare l’avanzamento dei lavori con il progetto e individuare le discrepanze.
    • Valutazione delle interferenze sul programma: il collegamento tra i modelli 3D e le informazioni su approvvigionamenti e cronoprogramma rende visibile come un ritardo nella consegna dei materiali può riflettersi sui lavori a valle.
    • Verifica di scenari costruttivi: le simulazioni esaminano il meteo estremo, l’esposizione solare e la movimentazione delle attrezzature per individuare potenziali conflitti prima dell’avvio delle operazioni.

    Il riscontro di un utilizzatore

    Switch, società attiva come progettista, costruttore e operatore e cliente sia di Procore sia di NVIDIA, ha commentato il ruolo della visualizzazione 3D nella pianificazione e nell’esecuzione delle costruzioni. Secondo Corine Winfield, vicepresidente per le operazioni dati di Switch, costruire al ritmo e alla scala richiesti dai clienti non lascia spazio alle sorprese in cantiere: la visualizzazione 3D del progetto offre ai team maggiore chiarezza sull’avanzamento, consente decisioni più informate nelle fasi iniziali e aiuta a mantenere in programma iniziative complesse.

    Il contesto aziendale

    Procore è una società statunitense che sviluppa strumenti cloud di project management per il settore delle costruzioni: pianificazione, esecuzione, gestione della manodopera, controllo finanziario e analisi lungo i flussi di lavoro di progetto. I destinatari sono committenti, general contractor e imprese specializzate in ambito commerciale, residenziale, industriale e infrastrutturale. Fondata nel 2002, ha sede a Carpinteria, in California, ha servito oltre 16.000 clienti in più di 150 paesi e indica in più di 4.000 i dipendenti nel mondo. La piattaforma supporta il tracciamento delle attività, la pianificazione, il controllo documentale e il coordinamento tra i soggetti del progetto, con integrazioni di applicazioni di terzi tramite un marketplace; gli strumenti coprono il ciclo dalla precostruzione alla consegna e all’esercizio.

    Stato di sviluppo e roadmap

    L’integrazione tra Procore e NVIDIA resta in closed beta. Anche altre funzionalità spaziali e di gestione degli asset di Procore, tra cui Model Manager e Commissioning, stanno procedendo nella fase beta. È inoltre prevista un’integrazione con IBM Maximo. Per le funzionalità in beta non è stata comunicata una data di disponibilità generale.

  • Il Palau de les Arts Reina Sofia a Valencia

    Settantasettemila metri cubi di calcestruzzo, un ingombrante involucro metallico di oltre 40.000 metri quadrati di superficie e un profilo che sfiora i 75 metri di altezza. Sono i numeri con cui il Palau de les Arts Reina Sofía si impone nel paesaggio di Valencia, ultimo tasto del grande complesso della Città delle Arti e delle Scienze che Santiago Calatrava ha realizzato lungo l’antico alveo del fiume Turia, in prossimità dell’Hemisfèric e del Museo delle Scienze Principe Felipe.

    Da un’alveo deviato a un parco urbano

    La genesi del complesso affonda le radici nella memoria idraulica della città. L’alluvione del Turia del 1957 impose la deviazione del corso d’acqua verso sud, liberando il vecchio letto fluviale, oggi trasformato nel Jardín del Turia. Fu su questo solco, alla fine degli anni Ottanta, che la Generalitat Valenciana sotto la presidenza di Joan Lerma avviò nel 1989 il percorso progettuale per dotare Valencia di nuove infrastrutture culturali capaci di rafforzarne il peso internazionale. Calatrava venne coinvolto nei primi anni Novanta; i lavori partirono nel 1996.

    Il teatro dell’opera venne inaugurato l’8 ottobre 2005 alla presenza della regina Sofía di Spagna, cui l’edificio è intitolato. La prima stagione lirica arrivò il 25 ottobre 2006 con il Fidelio di Beethoven, diretto da Zubin Mehta.

    Una scultura architettonica tra calcestruzzo e acciaio

    Calatrava ha concepito il Palau come un organismo unico in cui struttura, forma e spazio interno coincidono. I volumi curvilinei sono racchiusi tra grandi gusci in calcestruzzo, parzialmente aperti verso l’esterno, sovrastati da una copertura metallica dal profilo allungato e appuntito che si estende dalla zona d’ingresso fino alla sommità, dominates l’intera composizione ed è leggibile da grande distanza.

    All’interno gli spazi si distribuiscono su livelli sovrapposti, collegati da passerelle, scale e ascensori panoramici affacciati sulle grandi superfici vetrate. Il progetto alterna superfici opache e trasparenti, elementi strutturali di grande dimensione e aperture continue, in un rapporto visivo costante tra interno ed esterno. Il calcestruzzo bianco delle strutture portanti si affianca all’acciaio e al vetro; il tutto è rivestito dal trencadís, il mosaico di frammenti ceramici irregolari che richiama la tradizione del modernismo catalano e il termine catalano trencat, cioè rotto. Il rivestimento segue le superfici curve della copertura e dei gusci esterni, accentuando continuità delle forme e luminosità.

    Quattro sale e un apparato scenotecnico complesso

    Il nucleo dell’edificio ospita quattro spazi principali: la sala dell’opera, l’auditorium, l’Aula Magistral e il Teatro Martín i Soler, una sala di circa 400 posti ricavata nei livelli inferiori. La sala principale è dimensionata per rappresentazioni liriche, concerti e danza, e integra sistemi acustici e scenotecnici articolati. Le dimensioni del palcoscenico e le attrezzature per la movimentazione delle scenografie consentono di predisporre più allestimenti in parallelo e di alternare spettacoli differenti in tempi relativamente brevi.

    Per via del tempo impiegato, delle sue dimensioni e del fatto che coinvolge la musica, questo progetto è il più intenso e quello a cui, finora, ho dedicato più tempo. Rappresenta una correlazione tra spettatore, musicista e artista.

    Incidenti, allagamenti e un cedimento sul palcoscenico

    I primi anni di esercizio misero alla prova l’edificio. Il 2 dicembre 2006, durante un cambio di scenografie, un guasto meccanico provocò il cedimento della piattaforma centrale del palcoscenico: l’incidente non causò feriti, ma impose l’annullamento di alcune rappresentazioni. Nel 2007 intense precipitazioni allagarono i livelli inferiori, danneggiando impianti e attrezzature tecniche. L’acqua raggiunse ambienti di servizio e aree destinate alle attività teatrali, tra cui il Teatro Martín i Soler, il cui apertura fu ritardata e richiese interventi di ripristino e modifiche alla programmazione.

    Un secondo capitolo di manutenzione riguarda l’involucro. Alla fine del 2013 si verificarono distacchi di porzioni di trencadís, con necessità di messa in sicurezza e successiva rimozione e rifacimento di estese superfici della copertura. Le indagini tecniche individuò problemi nelle modalità di applicazione dell’adesivo utilizzato per il fissaggio delle tessere ceramiche. I lavori di ripristino si conclusero nel 2015, restituendo all’edificio il rivestimento bianco previsto dal progetto.

    Scala monumentale e rapporto con la città

    La vicenda economica accompagna quella tecnica. La realizzazione del complesso comportò un considerevole aumento dei costi rispetto alle previsioni, alimentando negli anni un ampio dibattito sulla gestione delle grandi opere pubbliche e sulla sostenibilità economica di interventi architettonici di questa scala.

    Anche il rapporto con il tessuto urbano è discusso: la Città delle Arti e delle Scienze costituisce un sistema fortemente riconoscibile, ma con scala e linguaggio distinti dal centro storico di Valencia. Da un lato il complesso ha costruito una nuova immagine internazionale della città; dall’altro la monumentalità degli edifici e la loro autonomia formale hanno alimentato il dibattito sul dialogo tra architettura contemporanea e contesto urbano.

    Ho cercato di catalizzare più energia possibile e per legare ancora più profondamente questo Palau a Valencia ho adoperato le ceramiche della nostra tradizione millenaria, anche quelle frantumate in pezzetti che chiamiamo trencadis. È una piccola città della musica, un progetto che penso per le future generazioni.


    Copertina: Palau de les Arts Reina Sofía, Valencia, Santiago Calatrava, 2005. Fotografia: Maria Vazquez, Depositphoto.com

  • Appalti e IA: perché l’algoritmo non sostituisce il cantiere

    L’uso dell’intelligenza artificiale generativa nella redazione delle offerte tecniche sta modificando il modo in cui le imprese partecipano alle gare d’appalto pubblico, aprendo un dibattito sulla tenuta operativa dei cantieri. Il tema è stato affrontato da Roberto Corbo, presidente di Corbo Group, in un’intervista che esamina le implicazioni del Codice dei Contratti Pubblici (D.Lgs. 36/2023) e propone aggiornamenti dei criteri di valutazione delle offerte.

    Il rischio della frattura tra offerta e cantiere

    Il punto di partenza dell’analisi è il “Principio del risultato” di cui all’Articolo 1 del Codice dei Contratti Pubblici. Secondo Corbo, il primo rischio connesso all’abuso di offerte tecniche redatte con l’IA generativa è quello di lasciarsi impressionare dalla perfezione apparente del documento: strumenti di questo tipo sono in grado di produrre relazioni estremamente dettagliate e complete sotto ogni aspetto, capaci di generare grandi aspettative.

    Il problema emerge nella fase esecutiva. A realizzare le opere sono le persone, con le loro competenze, la manualità, l’esperienza e la capacità di gestire gli imprevisti: non è un’intelligenza artificiale a entrare in cantiere ed eseguire i lavori. Il pericolo individuato è la creazione di una frattura tra un mondo virtuale, in cui tutto appare perfetto, e quello reale, fatto di problemi concreti, responsabilità e soluzioni operative. Il principio del risultato, osserva Corbo, impone di guardare proprio a questo secondo aspetto: non basta presentare un progetto impeccabile, bisogna dimostrare di essere in grado di realizzarlo.

    Aggiornare i criteri OEPV senza chiudere la concorrenza

    Sulla questione di come valutare le offerte economicamente più vantaggiosa (OEPV) alla luce di queste dinamiche, Corbo esclude che si tratti di “gare da blindare”, poiché occorre garantire sempre la massima trasparenza e la più ampia partecipazione possibile. Propone però due direzioni di intervento:

    • Partecipazione dei consorzi alle gare al di sotto di determinate soglie economiche. Si tratta di soggetti che, in alcuni casi, non eseguono direttamente i lavori ma mettono i propri requisiti a disposizione di imprese che potrebbero non possedere un’esperienza e una struttura adeguate. Un meccanismo sul quale, secondo Corbo, è opportuna una riflessione.
    • Criteri premianti legati ai risultati conseguiti: lavori completati nei tempi previsti, continuità aziendale, affidabilità dimostrata negli anni e capacità di mantenere gli impegni.

    Sul secondo punto, Corbo argomenta che il patrimonio di esperienza deve avere un valore riconoscibile: non è possibile mettere sullo stesso piano un’impresa attiva, ad esempio, dal 1950, che ha attraversato decenni di trasformazioni economiche rispettando i propri obblighi, e chi si presenta sul mercato senza una storia alle spalle, puntando esclusivamente ad aggiudicarsi il maggior numero di commesse. La concorrenza deve rimanere aperta, ma premiare anche la capacità dimostrata di portare a termine i lavori.

    Il confine tra innovazione virtuosa e scorciatoia pericolosa

    Il Codice dei Contratti Pubblici incentiva la digitalizzazione del ciclo di vita dei contratti e l’uso del BIM. Su come conciliare questa transizione con la richiesta di prudenza verso l’IA, Corbo chiarisce di non essere contrario alla tecnologia: la definisce una “straordinaria opportunità” per le imprese, soprattutto nell’organizzazione del lavoro, nella gestione dei processi, nella programmazione e nell’individuazione preventiva delle criticità. L’AI può aiutare ad analizzare dati, migliorare le previsioni e ottimizzare tempi e risorse, e la transizione digitale è per Corbo una necessità verso cui le aziende devono investire.

    Il confine è però, per Corbo, molto chiaro: l’AI deve essere uno strumento a supporto delle competenze umane, non un sistema chiamato a sostituirle integralmente. Un’impresa di costruzioni non è fatta soltanto di documenti, elaborazioni e procedure, ma di professionisti, tecnici, maestranze e persone che ogni giorno assumono decisioni e responsabilità. La tecnologia può renderli più efficienti, ma non sostituire l’esperienza acquisita sul campo. La sintesi: “L’innovazione è virtuosa quando rafforza un’organizzazione già competente; diventa una scorciatoia pericolosa quando viene utilizzata per mascherare competenze che non esistono.”

    La tesi della democratizzazione e il rischio opposto

    Una possibile obiezione riguarda le piccole e medie imprese: per le PMI, storicamente svantaggiate nei reparti di tender management rispetto ai grandi gruppi, l’IA generativa potrebbe costituire uno strumento di democratizzazione, e limitarne l’uso nei criteri di gara rischierebbe di penalizzare la concorrenza a favore dei player già consolidati.

    Corbo individua un rischio opposto. Un’impresa strutturata dispone di ingegneri, architetti e professionisti interni che possono usare l’intelligenza artificiale per migliorare il proprio lavoro. Corbo Group, riferisce il presidente, sta investendo nella formazione dei dipendenti per integrare questi strumenti nei processi aziendali, con l’obiettivo dichiarato di valorizzare le persone e non sostituirle.

    Il timore è che siano proprio le imprese più piccole e meno strutturate a essere maggiormente esposte a un utilizzo superficiale della tecnologia. Corbo confronta l’attuale attenzione verso l’IA con il passaggio delle retoriche legate a Superbonus e PNRR: attorno a ogni nuova opportunità si sviluppa un mercato di “soluzioni miracolose”, in cui alcuni soggetti promettono agli imprenditori di poter fare a meno di dipendenti, tecnici o personale amministrativo grazie a un programma informatico. Un messaggio, secondo Corbo, molto pericoloso soprattutto per chi non possiede gli strumenti per valutarlo. La vera democratizzazione consisterebbe, per Corbo, nel mettere anche le piccole imprese nelle condizioni di utilizzare queste tecnologie in maniera consapevole.

    Semplificazione e affidabilità: il dilemma del RUP

    Il tema si ripercuote sul lavoro delle commissioni di gara: per un Responsabile Unico del Progetto che deve valutare decine di offerte, distinguere una relazione redatta da un’IA da una scritta da un pool di ingegneri senior è ormai quasi impossibile. Alla domanda se la proposta di dare più peso alla “solidità organizzativa” non appesantisca i requisiti di accesso, in contrasto con la semplificazione voluta dal legislatore, Corbo risponde che è uno dei grandi dilemmi del Paese: troppo spesso si costruiscono regole che, anziché aiutare, rischiano di complicare ulteriormente il lavoro delle imprese. Oggi servono procedure trasparenti e controlli efficaci, ma anche la massima rapidità nelle decisioni e nell’esecuzione degli interventi: valorizzare la solidità di un’impresa non deve significare introdurre nuovi ostacoli burocratici.

    L’intelligenza artificiale, del resto, può essere un valido supporto proprio nella gestione delle procedure, nella programmazione e nella preventivazione. La conclusione di Corbo: utilizzare la tecnologia per semplificare e accelerare, mantenendo al centro la responsabilità e la competenza delle persone. La velocità è fondamentale, ma non può andare a discapito della qualità e dell’affidabilità di chi realizza le opere.

    Approfondimento per i professionisti degli appalti

    Per i responsabili tecnici interessati al tema, è segnalato un corso dal titolo “Intelligenza artificiale negli appalti pubblici”, organizzato da Maggioli, in programma dal 5 al 24 novembre 2026 in cinque appuntamenti (ore 9.00-13.00). Il percorso copre il funzionamento dei sistemi, il quadro normativo, l’acquisto di soluzioni IA, le simulazioni operative, le responsabilità e le nuove competenze del RUP. Il corso è accreditato presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione nella categoria formazione “base” con decreto della Presidente della SNA n. 142 del 22 settembre 2026 (ID: 2670475), elemento rilevante per la qualificazione delle stazioni appaltanti.